La crisi tra Bruxelles e Tel Aviv mette a nudo l’impotenza geopolitica dell’Unione e rischia di travolgere i palestinesi

GERUSALEMME – Per oltre trent’anni l’Unione europea ha costruito scuole, finanziato ospedali, sostenuto l’Autorità nazionale palestinese, pagato stipendi, reti idriche, programmi agricoli e missioni di sicurezza. Ha investito miliardi per mantenere in vita l’idea di uno Stato palestinese futuro. Oggi scopre che chi paga il conto non sempre detta le regole del gioco.

Alla vigilia del Consiglio Affari Esteri dell’Unione, il rapporto tra Bruxelles e Israele appare giunto a uno dei punti più bassi della sua storia recente. Sul tavolo non c’è soltanto una controversia diplomatica. C’è qualcosa di più profondo: il rischio che Israele reagisca alle eventuali misure europee restringendo o ostacolando l’operatività delle missioni e dei programmi comunitari nei Territori occupati.

Il paradosso è evidente. L’Europa è il principale finanziatore della sopravvivenza economica e amministrativa palestinese, ma resta politicamente marginale nel conflitto. Finanzia, ricostruisce e sostiene; tuttavia non possiede né la forza né l’unità necessarie per trasformare il proprio peso economico in influenza strategica.

Da anni Bruxelles denuncia l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania, le demolizioni di infrastrutture finanziate con fondi europei e l’erosione progressiva della prospettiva dei due Stati. Dopo il 7 ottobre e la devastante guerra di Gaza, le critiche si sono fatte più severe. Ma quando si tratta di passare dalle dichiarazioni ai fatti, l’Unione si scopre divisa. Francia e Spagna chiedono maggiore fermezza; Germania, Italia e altri Paesi frenano. Il risultato è un equilibrio immobile che produce comunicati, non decisioni.

Israele lo sa bene. Per questo il confronto con Bruxelles viene affrontato senza particolare preoccupazione. Tel Aviv conosce il limite strutturale della politica estera europea: la necessità dell’unanimità. Sa che ventisette governi con interessi diversi difficilmente riusciranno a trasformare il dissenso morale in sanzioni concrete.

Eppure qualcosa sta cambiando. Per la prima volta non è soltanto la questione palestinese a dividere Europa e Israele. È l’idea stessa dell’ordine internazionale. Bruxelles continua a difendere il diritto internazionale, la legalità multilaterale e la soluzione dei due Stati. Israele, sempre più orientato verso una logica di sicurezza permanente e di controllo territoriale, considera molte di queste posizioni una forma di ostilità politica.

In questo scontro, i palestinesi rischiano di essere ancora una volta i primi a pagare il prezzo. Se le missioni europee venissero ridimensionate, se i programmi di cooperazione subissero rallentamenti o limitazioni, le conseguenze ricadrebbero immediatamente sulla popolazione civile, sulle strutture sanitarie, sulle scuole, sull’economia locale e sulla stessa Autorità palestinese, già indebolita da una crisi di legittimità senza precedenti.

La verità è che la crisi attuale non riguarda soltanto Israele e l’Unione europea. Riguarda il fallimento di una strategia che per decenni ha creduto di poter sostituire la politica con gli aiuti economici. Bruxelles ha investito enormi risorse nella costruzione della pace senza possedere gli strumenti per garantirla. Ha finanziato uno Stato palestinese che non è mai nato e sostenuto un processo negoziale che si è progressivamente dissolto.

Oggi, mentre la guerra continua e la prospettiva dei due Stati appare più lontana che mai, emerge una domanda inevitabile: può un’Europa che non riesce a parlare con una sola voce continuare a essere protagonista in Medio Oriente?

La risposta, almeno per ora, sembra amara. L’Unione resta il principale donatore della Palestina, ma non il principale decisore del suo destino. E nella geopolitica contemporanea, chi paga senza decidere finisce spesso per finanziare la propria irrilevanza.

L’eventuale scontro tra Bruxelles e Tel Aviv non metterà in discussione soltanto programmi e finanziamenti. Potrebbe segnare il definitivo tramonto dell’illusione europea di poter costruire la pace attraverso gli aiuti economici senza esercitare un vero potere politico. In Medio Oriente, come altrove, la storia continua a ricordare che la generosità senza forza raramente cambia il corso degli eventi.