Intervista a Luciano Vasapollo sulla mobilitazione del 10 luglio, il bloqueo statunitense e la subordinazione europea a Washington
Luciano Vasapollo, economista e docente universitario, da anni impegnato nella solidarietà internazionalista con Cuba e con i processi rivoluzionari latinoamericani, commenta la mobilitazione del 10 luglio davanti alla FAO. Al centro dell’intervista, il significato politico della presenza giovanile, la condanna del bloqueo, l’astensione italiana alle Nazioni Unite e la necessità di ricostruire un movimento internazionale capace di opporsi alla guerra economica e alla subordinazione dell’Europa agli Stati Uniti.
Intervista di Alfonso Bruno
Professor Vasapollo, che significato attribuisce alla manifestazione del 10 luglio davanti alla FAO?
La mobilitazione del 10 luglio ha avuto un significato che va molto oltre la pur importante solidarietà concreta con Cuba: è stata la dimostrazione che, anche in un’Europa politicamente subordinata agli interessi strategici di Washington, esiste una parte della società che non accetta il silenzio, l’indifferenza e la complicità. Davanti alla FAO si sono incontrati giovani, studenti, lavoratori, militanti politici e organizzazioni popolari, e la presenza di Cambiare Rotta, di OSA e delle realtà che fanno riferimento alla nostra Rete antimperialista mostra che l’internazionalismo non è una reliquia del passato, ma una pratica politica viva. “Teniamo accese le luci per Cuba” non è stato soltanto uno slogan: è stato un invito a rompere il buio informativo che circonda il bloqueo e a riportare al centro dell’attenzione pubblica una guerra economica che dura da quasi settant’anni.
Perché parla di guerra economica e non semplicemente di sanzioni?
Perché il termine “sanzioni” rischia di addolcire una realtà molto più violenta. Il bloqueo non è una misura diplomatica limitata, né una controversia commerciale tra due Stati: è un sistema complesso di coercizione economica, finanziaria e politica, costruito per impedire a Cuba di commerciare liberamente, di accedere ai mercati internazionali, di acquistare tecnologia, medicinali, materie prime e strumenti necessari allo sviluppo. Le conseguenze ricadono sulla vita quotidiana delle persone e si manifestano nella difficoltà di reperire farmaci, pezzi di ricambio, carburante, attrezzature sanitarie e beni essenziali. Quando si cerca deliberatamente di strangolare l’economia di un Paese per provocare sofferenza sociale e spingere la popolazione contro il proprio governo, siamo davanti a una vera guerra, anche se non vengono utilizzati carri armati e bombardieri: una guerra meno visibile, ma non meno crudele.
I governi degli Stati Uniti sostengono che le misure colpiscano il regime cubano e non la popolazione. Come risponde?
È una giustificazione priva di credibilità. Non si può bloccare l’accesso di un Paese alle risorse finanziarie, ostacolare le importazioni, perseguitare le imprese che commerciano con esso e poi sostenere che la popolazione non venga colpita. Il bloqueo è stato concepito storicamente proprio per generare privazioni, stanchezza e malcontento: colpire la popolazione non è un effetto collaterale, è parte del meccanismo politico. Si tenta di creare una situazione nella quale le difficoltà economiche vengano attribuite esclusivamente al governo cubano, nascondendo il peso enorme delle misure extraterritoriali statunitensi. È una forma di punizione collettiva, e la punizione collettiva è incompatibile con il diritto internazionale e con ogni autentica concezione dei diritti umani.
La presenza di molti giovani alla manifestazione sembra contraddire l’immagine di una generazione disinteressata alla politica.
Assolutamente. Da anni ci raccontano che i giovani sarebbero individualisti, apatici, chiusi nei social network e incapaci di impegnarsi per grandi cause collettive: è una narrazione falsa e, in parte, interessata. I giovani si mobilitano quando incontrano cause capaci di parlare alla loro vita e alla loro coscienza, e lo vediamo nelle lotte per la pace, per il diritto allo studio, contro la precarietà, per la Palestina, per Cuba e contro la militarizzazione. Il problema non è che i giovani non abbiano ideali: il problema è che una parte della politica istituzionale non offre più ideali credibili, ma soltanto amministrazione dell’esistente, carriera e subordinazione ai poteri economici. Quando invece una mobilitazione pone il tema della dignità, della sovranità e dell’ingiustizia internazionale, i giovani rispondono.
Perché Cuba continua ad avere una capacità di attrazione sulle nuove generazioni, nonostante appartenga a una storia rivoluzionaria iniziata oltre sessant’anni fa?
Perché Cuba non è soltanto una memoria storica: è una realtà che continua a proporre una domanda radicale, e cioè se un piccolo Paese possa scegliere autonomamente il proprio modello sociale senza essere punito da una grande potenza. Cuba non sarà la perfezione, vive le sue difficoltà, ma ha difeso per decenni la sanità pubblica, l’istruzione, la cooperazione internazionale e la centralità dell’essere umano; ha inviato medici nei luoghi più poveri del mondo, ha formato studenti provenienti da Paesi che non avrebbero avuto accesso a un’istruzione universitaria, ha resistito a un’aggressione economica continua senza rinunciare alla propria indipendenza. I giovani non guardano a Cuba necessariamente con nostalgia: la guardano come simbolo di una possibilità, quella di sottrarre almeno una parte della vita sociale alla logica esclusiva del profitto.
Lei parla spesso di Cuba come laboratorio di sovranità. Che cosa significa concretamente?
Significa che Cuba rivendica il diritto di decidere in autonomia il proprio sistema politico, economico e sociale. Nel mondo contemporaneo la sovranità è formalmente riconosciuta a tutti gli Stati, ma in realtà viene tollerata soltanto quando non entra in conflitto con gli interessi delle grandi potenze: se un Paese segue le indicazioni del Fondo monetario internazionale, privatizza, apre i propri mercati e accetta la presenza economica e militare occidentale, viene definito responsabile; se sceglie un’altra strada, viene isolato, sanzionato e accusato di essere una minaccia. Cuba dimostra che la sovranità non è una formula giuridica astratta, ma la possibilità concreta di scegliere. Ed è proprio questa possibilità che l’imperialismo non tollera.
Come giudica la recente astensione italiana all’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla risoluzione contro il bloqueo?
La considero una scelta politicamente grave e moralmente inaccettabile. Da oltre trent’anni la comunità internazionale condanna quasi all’unanimità il bloqueo statunitense: non si tratta di una posizione ideologica marginale, ma di un orientamento consolidato della grande maggioranza degli Stati del mondo. L’astensione italiana rompe una tradizione diplomatica e dimostra ancora una volta l’assenza di una reale autonomia della nostra politica estera: l’Italia non ha difeso il diritto internazionale, ha preferito non disturbare Washington. Ed è significativo che questa scelta sia avvenuta mentre le conseguenze del bloqueo sulla popolazione cubana diventano sempre più pesanti.
Considero una scelta politicamente grave e moralmente
Vasapollo
inaccettabile la recente astensione italiana all’Assemblea generale
delle Nazioni Unite sulla risoluzione contro il bloqueo di Cuba
Il governo potrebbe sostenere che l’astensione rappresenta una posizione equilibrata tra la critica al bloqueo e le riserve sul sistema politico cubano.
L’equilibrio non consiste nel mettere sullo stesso piano un sistema politico e una misura di coercizione economica extraterritoriale. Si può discutere del sistema cubano e si possono formulare critiche, ma nulla giustifica il tentativo di affamare un popolo per costringerlo a cambiare governo. Il voto dell’ONU riguarda il bloqueo, non un’approvazione generale di ogni scelta cubana: astenersi significa rifiutarsi di condannare una misura che viola il principio di sovranità, ostacola il commercio internazionale e colpisce la popolazione civile. È un modo per nascondere una scelta di campo dietro la parola “equilibrio”.
Lei vede nell’astensione italiana un episodio isolato o parte di una tendenza più ampia?
È parte di una tendenza molto più ampia. La politica estera italiana ed europea è sempre più subordinata agli Stati Uniti, e lo vediamo nelle guerre, nelle sanzioni, nell’aumento della spesa militare, nella costruzione del nemico e nella rinuncia a ogni progetto autonomo di pace e cooperazione. L’Europa si presenta come spazio di valori, ma spesso applica il diritto internazionale in modo selettivo: condanna alcune violazioni e ne tollera altre, difende alcune sovranità e ne ignora altre, impiega le sanzioni come strumenti politici senza considerare le conseguenze sociali. Il caso cubano mostra con particolare chiarezza questo doppio standard.
In che senso la solidarietà con Cuba riguarda anche l’Italia?
Perché difendere Cuba significa difendere un principio che riguarda tutti: se accettiamo che una grande potenza possa strangolare economicamente un Paese perché non ne condivide il modello politico, allora accettiamo che la sovranità sia soltanto un privilegio concesso ai più forti. Oggi è Cuba; domani può essere qualunque Paese che scelga una strada non gradita ai centri imperiali. La solidarietà con Cuba riguarda anche il tipo di Italia che vogliamo costruire: un’Italia subordinata, militarizzata e incapace di una propria politica estera, oppure un Paese capace di promuovere cooperazione, dialogo, pace e rispetto dell’autodeterminazione. La piazza del 10 luglio ha parlato anche di questo.
Alcuni sostengono che il bloqueo non sia la causa principale della crisi cubana e che il governo dell’Avana utilizzi le sanzioni per nascondere inefficienze interne.
Sarebbe sbagliato attribuire ogni problema cubano esclusivamente al bloqueo: esisteranno pure difficoltà interne, errori di gestione, rigidità burocratiche e problemi economici reali. Ma sarebbe ancora più sbagliato usare questi elementi per minimizzare l’impatto dell’assedio statunitense, perché un’economia può avere problemi propri e, contemporaneamente, essere sottoposta a una pressione esterna devastante: le due cose non si escludono. Il bloqueo aggrava ogni difficoltà, rende più costoso acquistare beni, impedisce transazioni finanziarie, scoraggia investimenti, colpisce società di Paesi terzi e limita l’accesso alla tecnologia. Chi nega questo peso non sta facendo analisi economica: sta partecipando alla propaganda.
Quale ruolo dovrebbero svolgere la FAO e le altre organizzazioni internazionali?
Dovrebbero intervenire con maggiore coraggio. La FAO conosce le conseguenze che le restrizioni economiche possono avere sulla sicurezza alimentare, e le Nazioni Unite conoscono l’impatto delle misure coercitive unilaterali sui diritti sociali: le organizzazioni internazionali non possono limitarsi a registrare i danni, devono denunciare con chiarezza i meccanismi che li producono. Naturalmente conosciamo i limiti delle istituzioni multilaterali, sottoposte ai rapporti di forza tra gli Stati, ma proprio per questo la mobilitazione popolare è decisiva: la pressione dal basso può costringere le istituzioni a non rimanere in silenzio.
Il presidio era intitolato “Teniamo accese le luci per Cuba”. Che cosa significa, oggi, tenere accese quelle luci?
Significa innanzitutto rompere il silenzio mediatico. Di Cuba si parla spesso soltanto per descrivere una crisi, una protesta o una partenza, mentre molto meno spazio viene dedicato alle cause strutturali delle difficoltà, al bloqueo e alle sue conseguenze. Tenere accese le luci significa informare, organizzare incontri, promuovere campagne, sostenere progetti sanitari e sociali, creare delegazioni, costruire collegamenti tra studenti, lavoratori, università, associazioni e realtà territoriali: significa impedire che l’assedio economico venga normalizzato. Ogni volta che si parla di Cuba con verità, si rompe una parte del bloqueo informativo. Togliete il bloqueo a Cuba e vediamo se ci saranno ancora gli stessi problemi…
Lei utilizza spesso il termine “imperialismo”. Non teme che venga considerato un linguaggio appartenente al passato?
L’imperialismo non appartiene al passato solo perché alcuni non vogliono più nominarlo. Ha cambiato strumenti e non opera soltanto attraverso occupazioni coloniali dirette: utilizza il controllo finanziario, le sanzioni, il debito, le basi militari, il dominio tecnologico, le catene globali del valore e la capacità di escludere un Paese dai mercati. La guerra economica contro Cuba è una forma moderna di imperialismo, perché non serve occupare militarmente l’isola se si può impedirle di commerciare e punire chiunque voglia avere relazioni economiche con essa. Il linguaggio può sembrare antico; la realtà è attualissima.
Come risponde a chi accusa i movimenti di solidarietà di idealizzare Cuba?
La solidarietà non richiede idealizzazione: non si è solidali con un popolo perché tutto nel suo Paese è perfetto, si è solidali perché si riconosce un’ingiustizia. Possiamo discutere criticamente ogni aspetto della realtà cubana, ma la discussione deve svolgersi senza una pistola economica puntata contro la popolazione. Prima si toglie il bloqueo; poi Cuba deve poter affrontare liberamente le proprie contraddizioni, secondo le decisioni del popolo cubano. La solidarietà autentica non è adorazione: è rispetto per l’autodeterminazione.
Qual è il rapporto tra la battaglia per Cuba e le altre mobilitazioni internazionaliste, per esempio quelle sulla Palestina?
Esiste un filo comune, ed è il rifiuto del doppio standard, il rifiuto dell’idea che alcuni popoli abbiano pieno diritto alla sovranità mentre altri possano essere occupati, bombardati, affamati o sottoposti a sanzioni. Cuba e Palestina appartengono a storie diverse, ma pongono una domanda comune: il diritto internazionale vale davvero per tutti? Le mobilitazioni giovanili stanno comprendendo questa connessione, e non si tratta di sommare bandiere, ma di ricostruire una visione del mondo fondata sulla pace, sull’uguaglianza dei popoli e sul rifiuto della legge del più forte.
Che cosa ha rappresentato storicamente Cuba per i movimenti di liberazione?
Cuba ha rappresentato la dimostrazione che anche un piccolo Paese può assumersi responsabilità internazionali enormi: pensiamo al contributo cubano alla lotta contro l’apartheid in Africa australe, ai medici inviati in decine di Paesi, alla formazione gratuita di studenti stranieri. L’internazionalismo cubano non si è espresso soltanto attraverso dichiarazioni: ha assunto la forma di medici, insegnanti, tecnici e volontari. È questa la ragione per cui Cuba conserva una grande autorevolezza nel Sud globale: non perché sia una potenza economica, ma perché ha condiviso ciò che possedeva.
Quale messaggio arriva dalla presenza di Cambiare Rotta e OSA?
Arriva il messaggio che le nuove generazioni stanno tornando a organizzarsi, e non soltanto a indignarsi: l’indignazione senza organizzazione può esaurirsi rapidamente, mentre la presenza di strutture studentesche e giovanili significa continuità, formazione politica e capacità di costruire campagne. Cuba diventa così anche una scuola di internazionalismo, perché i giovani comprendono che le condizioni di uno studente italiano, di un lavoratore precario e di un popolo sottoposto a bloqueo non sono realtà separate, ma parti di un sistema nel quale il capitale e le potenze dominanti cercano di imporre i propri interessi.
Quali iniziative dovrebbero seguire alla manifestazione del 10 luglio?
Occorre dare continuità alla mobilitazione: chiedere al Parlamento italiano di discutere l’astensione all’ONU, promuovere iniziative nelle università, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, costruire campagne contro l’extraterritorialità delle misure statunitensi, sostenere progetti concreti di cooperazione con Cuba, coinvolgere amministrazioni locali, sindacati, associazioni culturali e realtà religiose sensibili ai temi della pace e della giustizia sociale. Bisogna inoltre lavorare affinché l’Italia torni a votare chiaramente contro il bloqueo. La politica estera non può essere lasciata esclusivamente ai governi: deve diventare terreno di partecipazione popolare.
Crede che il bloqueo possa davvero finire?
Nessun sistema di dominio è eterno. Il bloqueo è sopravvissuto così a lungo perché è stato trasformato in una struttura stabile della politica statunitense e perché forti interessi politici ne hanno impedito il superamento, ma è sempre più isolato sul piano internazionale: ogni anno la quasi totalità dei Paesi del mondo ne chiede la fine, e la sua legittimità morale e politica è crollata. Rimane perché gli Stati Uniti possiedono una forza economica e finanziaria capace di imporlo, e può finire attraverso una combinazione di cambiamento politico negli Stati Uniti, pressione internazionale, resistenza cubana e mobilitazione dei popoli. Non sappiamo quando; sappiamo però che la rassegnazione è il modo più sicuro per farlo durare.
Qual è, infine, il messaggio politico della frase “Cuba non è sola”?
Significa che il popolo cubano non viene abbandonato all’assedio, che esistono in Italia e nel mondo donne e uomini che riconoscono la sua dignità, e che chi costruisce il bloqueo non possiede il monopolio della narrazione. Cuba non è sola perché la sua battaglia non riguarda soltanto Cuba: riguarda il diritto di ogni popolo a scegliere il proprio destino, la possibilità di costruire relazioni internazionali fondate sulla cooperazione e non sulla sopraffazione, il futuro di un mondo multipolare nel quale nessuna potenza possa arrogarsi il diritto di punire chi non obbedisce. Finché esisteranno giovani capaci di indignarsi, organizzarsi e scendere in piazza, il bloqueo non riuscirà a spegnere completamente la speranza. Cuba non è sola, e la solidarietà con Cuba è, oggi più che mai, una forma di resistenza politica, morale e culturale.
¡Cuba no está sola! ¡Patria o muerte! ¡Venceremos!
