Il Premio Limes al cardinale Pizzaballa, e la nostra empatia che non attraversa il confine

Limes, in latino, è il confine: la linea che divide e insieme il luogo dove due mondi si toccano e decidono se parlarsi o spararsi. Che una rivista di geopolitica porti quel nome è coerente; che ne abbia ricavato un premio e lo abbia consegnato a un cardinale ha il sapore lieve del paradosso. È accaduto il 29 giugno scorso, al Teatro Sociale di Bergamo, dove Lucio Caracciolo ha dato a Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, la prima medaglia del Premio Limes per il Dialogo e la Pace. La geopolitica misura potenze e rapporti di forza; il cardinale ha parlato di bambini, di paura e di odori. Eppure il premio è ben assegnato, e la ragione sta tutta in quella parola latina: il confine, Pizzaballa lo abita da trentasei anni, in una diocesi che tiene insieme cristiani arabi e cattolici di lingua ebraica, operai filippini e soldati israeliani, fedeli che possono ritrovarsi sui due lati della medesima linea di fuoco. Là ogni parola viene subito interrogata — da che parte stai? — e il suo mestiere consiste nel rifiutare la domanda senza sottrarsi alla verità.

Quando descrive Gaza, infatti, non è ideologico: è materiale. Rafah non esiste più; si procede lungo percorsi improvvisati tra tende, macerie e acque nere; i topi mordono soprattutto i bambini; per costruire un banco di scuola si smonta un pallet, perché il legno importato può essere classificato come materiale a duplice uso, e i chiodi si cercano tra i calcinacci. La civiltà sopravvive rovistando nei resti della civiltà distrutta. Poi il patriarca aggiunge la frase che meriterebbe di entrare nei programmi delle scuole di giornalismo: le immagini non restituiscono gli odori. Della guerra vediamo tutto e non respiriamo nulla. Lo spettatore vede, non respira, e può cambiare canale. L’immagine, che nel Novecento seppe scuotere la coscienza dell’Occidente, rischia oggi di esserne l’anestesia: satura lo sguardo senza toccare la carne, e quando l’algoritmo passa ad altro tema la sofferenza resta esattamente dov’era. Informare significa allora impedire che un popolo scompaia due volte, prima sotto le macerie e poi dall’attenzione.

Il resto è un esercizio di onestà su entrambi i versanti. I più duri, dice, sono i religiosi: quando la fede si lascia assorbire dal nazionalismo, Dio smette di giudicare la tribù e ne diventa il garante, la Scrittura non converte più ma consegna una mappa catastale, la promessa fatta ad Abramo diventa un titolo di proprietà. Eppure è ancora lui a raccontare del soldato israeliano che gli ha chiesto una fotografia per ringraziarlo: nessun esercito ha una sola coscienza, e la generalizzazione è il primo gradino della disumanizzazione. Allo stesso modo il dolore non santifica chi lo subisce: sotto le aule delle Suore del Rosario correvano i tunnel, e la scuola è sprofondata. Ma la presenza del tunnel non rende irrilevante ciò che gli sta sopra, né la colpa di Hamas santifica il bombardamento indiscriminato. Chi rinuncia a una delle due proposizioni ha già smesso di pensare.

Resta la parola più difficile, empatia. Ne circola molta, osserva Caracciolo, quasi sempre però verso chi la pensa come noi: piangiamo il bambino che porta la nostra bandiera e sottoponiamo a interrogatorio politico la fotografia dell’altro, come se la dignità dipendesse dal superamento di un esame ideologico. La risposta del patriarca è la sostanza stessa del premio: così non fate che ripetere ciò che facciamo già noi; «aiutateci a uscire dal pozzo, non lasciarci dentro». Non chiede all’Europa di calarsi nel pozzo per scegliere una delle due pareti. Chiede una corda: un’informazione che non insegua le mode, una condanna che non disumanizzi, una memoria che non autorizzi la vendetta, una religione che non benedica il possesso. Non gli hanno dato una medaglia perché abbia trovato la pace — non ne dispone, e ha l’onestà di dirlo — ma perché, mentre tutti scavano, continua ostinatamente a indicare l’uscita. È poco, si dirà. È tutto ciò che, per ora, tiene.