Il caso James Sinclair davanti a Leone XIV: quando la diplomazia incontra la memoria dei desaparecidos
Un ambasciatore presenta le lettere credenziali. Le famiglie delle vittime presentano nomi, assenze e domande rimaste senza risposta. La designazione del diplomatico cileno James Sinclair presso la Santa Sede riapre così una questione che il protocollo non può ignorare: può rappresentare il Cile davanti al Papa chi è accusato di avere partecipato alla distruzione di documenti della repressione militare?
Vi sono carte che attestano un incarico e carte che testimoniano un delitto. Le prime vengono esibite nei palazzi della diplomazia, rilegate e consegnate secondo un protocollo antico. Le seconde, quando sopravvivono, emergono dagli archivi con il peso di nomi, ordini, date, arresti, torture e persone fatte scomparire.
Poi vi sono le carte che non esistono più. Sono forse le più pesanti, perché la loro assenza custodisce una domanda: chi le ha distrutte, che cosa contenevano, quale verità è stata sottratta ai tribunali e alle famiglie?
Su questo confine tra credenziali diplomatiche e archivi scomparsi si colloca il caso di James Sinclair Manley, designato ambasciatore del Cile presso la Santa Sede dal governo del presidente José Antonio Kast.
Organizzazioni per i diritti umani e inchieste giornalistiche cilene gli attribuiscono un ruolo nella distruzione, avvenuta negli ultimi anni della dittatura, di documenti riservati relativi ai rapporti tra il ministero degli Esteri e la Central Nacional de Informaciones, la polizia politica succeduta alla DINA. Secondo le ricostruzioni pubblicate in Cile, il suo nome e la sua firma comparirebbero negli atti riguardanti l’eliminazione di trentuno documenti segreti.
Le accuse non sono nuove. Già nel 2014, in occasione di una precedente nomina diplomatica, alcune associazioni ne avevano chiesto la revoca richiamando un verbale di distruzione firmato da Sinclair.
Non spetta a un articolo emettere una sentenza penale. Spetta però alla coscienza pubblica formulare una domanda, tanto più grave quando la destinazione non è un’ambasciata qualsiasi, ma la Santa Sede.
Un’ambasciata non è un’assoluzione
L’accreditamento di un ambasciatore non equivale a una certificazione morale. La diplomazia esiste precisamente perché la Chiesa dialoga anche con governi e uomini segnati da storie controverse.
Ma vi sono casi nei quali la persona scelta per rappresentare uno Stato diventa essa stessa parte della controversia.
James Sinclair non può essere giudicato per il semplice fatto di essere figlio del generale Santiago Sinclair Oyaneder. La responsabilità penale non si eredita e il Vangelo non conosce genealogie della colpa.
Il padre, già vicecomandante in capo dell’esercito cileno, è stato tuttavia condannato definitivamente a diciotto anni di reclusione per dodici omicidi commessi a Valdivia nell’ottobre 1973, nel quadro della cosiddetta Carovana della morte.
Il figlio non porta la condanna del padre. Ma se fosse dimostrato che partecipò consapevolmente alla distruzione di documenti dell’apparato repressivo, la questione non sarebbe più soltanto familiare: emergerebbe una drammatica continuità tra il crimine e la cancellazione delle sue tracce.
Non è dunque il cognome a dover essere giudicato. Sono i fatti a dover essere chiariti.
Il peccato contro la memoria
La distruzione di un documento non costituisce necessariamente un reato. Gli archivi pubblici prevedono procedure di selezione e di scarto.
Ma quando le carte riguardano apparati responsabili di torture, sequestri, esecuzioni e sparizioni forzate, la loro eliminazione non può essere considerata un semplice gesto burocratico. Può diventare una seconda violenza.
La prima colpisce il corpo; la seconda cancella la prova. La prima sottrae una persona alla vita; la seconda tenta di sottrarla alla storia.
Nelle dittature latinoamericane la sparizione forzata non fu soltanto una tecnica repressiva. Fu il tentativo di far scomparire insieme la persona e la verità sulla sua sorte. Senza un corpo, una tomba o un certificato di morte, le famiglie rimanevano sospese tra speranza e lutto.
Per questo gli archivi rappresentano una forma di sepoltura civile. Restituire un nome, una data, un luogo e una catena di comando significa restituire almeno una parte della persona che il potere aveva cercato di cancellare.
Distruggere quelle carte significa prolungarne la sparizione. Non è soltanto un ostacolo alla giustizia: è un peccato contro la memoria.
La lettera delle vittime
La Commissione etica cilena contro la tortura ha scritto a Leone XIV chiedendo che Sinclair non venga accreditato presso la Santa Sede. La richiesta proviene da ex prigionieri politici, vittime della tortura e familiari di desaparecidos.
Non chiedono al Papa di sostituirsi ai tribunali. Chiedono che il Vaticano consideri il significato morale della nomina.
La presunzione di innocenza rimane un principio irrinunciabile. Non ogni accusa pubblica è fondata e un’inchiesta giornalistica non equivale a una decisione giudiziaria. Ma la presunzione di innocenza non può trasformarsi in presunzione di irrilevanza.
Le firme devono essere spiegate. Le procedure di distruzione devono essere ricostruite. Occorre sapere quali fossero i documenti, chi ne avesse disposto l’eliminazione, quale margine decisionale avesse Sinclair e se quelle carte potessero contribuire all’accertamento di crimini contro l’umanità.
Fino a quando questi interrogativi non riceveranno una risposta, la vicenda non potrà essere liquidata come semplice propaganda politica.
Il Vaticano e la memoria cilena
La Santa Sede conosce le ferite del Cile: il golpe, la repressione, la tortura, l’esilio e il difficile ritorno alla democrazia. Conosce anche le diverse responsabilità ecclesiali di quegli anni: il coraggio di chi difese i perseguitati, ma anche i silenzi e le vicinanze al potere presenti in alcuni ambienti cattolici.
La Vicaría de la Solidaridad dell’arcidiocesi di Santiago rimane una delle pagine più alte della testimonianza ecclesiale latinoamericana. Mentre lo Stato occultava, la Chiesa raccoglieva nomi e documenti. Mentre la dittatura negava, sacerdoti, avvocati e operatori pastorali ascoltavano le vittime.
Non era soltanto attivismo politico. Era ecclesiologia incarnata: la Chiesa diventava il luogo nel quale l’uomo perseguitato non poteva essere ridotto a nemico, numero o scarto.
Per questo l’arrivo di un ambasciatore sul quale gravano accuse relative alla distruzione di archivi non costituisce una pratica meramente protocollare. Tocca una memoria nella quale la Chiesa cilena custodì documenti proprio mentre altri venivano occultati o eliminati.
La verità non è vendetta
In Cile, come in molti Paesi usciti da una dittatura, la memoria viene talvolta accusata di impedire la riconciliazione. Si dice che bisogna guardare avanti e che le nuove generazioni non possono rispondere delle colpe dei padri.
È vero: una società non può vivere indefinitamente nel desiderio di vendetta e i figli non devono essere trasformati in imputati al posto dei genitori.
Ma la riconciliazione cristiana non è amnesia. Il perdono non distrugge gli archivi, la misericordia non cancella i nomi e la pace non si costruisce imponendo il silenzio alle famiglie.
Nella Scrittura, Dio ascolta il sangue di Abele gridare dalla terra e domanda a Caino: «Dov’è tuo fratello?».
È la stessa domanda che risuona ancora in Cile: dove sono i corpi? Chi ordinò gli arresti? Chi torturò e uccise? Chi conservò le prove? Chi le distrusse?
La memoria non è il contrario della riconciliazione. Ne è la condizione. Una pace fondata sulla falsificazione non è pace cristiana, ma il silenzio imposto dal più forte.
Il peso di una firma
Nei sistemi autoritari molte responsabilità si nascondono dietro formule apparentemente innocenti: «Ho soltanto trasmesso», «ho soltanto classificato», «ho eseguito un ordine», «non conoscevo il contenuto».
Talvolta queste spiegazioni sono vere. Talvolta diventano la grammatica dell’irresponsabilità.
I grandi apparati repressivi non funzionano soltanto grazie ai torturatori. Hanno bisogno di funzionari, diplomatici, archivisti, medici, magistrati e impiegati che rendano possibile il sistema nel quale altri perseguitano e uccidono.
Questo non significa che ogni funzionario di una dittatura sia colpevole. Significa che ogni responsabilità deve essere accertata concretamente.
La firma di Sinclair, qualora autentica e riferita agli atti indicati dalle inchieste, non dimostrerebbe da sola una volontà di occultamento. Ma non potrebbe neppure essere considerata irrilevante. Una firma è un’assunzione di responsabilità, soprattutto quando sotto quella firma alcuni documenti cessano di esistere.
Il dovere della chiarezza
La responsabilità politica ricade ora anche sul governo che ha scelto Sinclair. José Antonio Kast ha il diritto di nominare i propri rappresentanti diplomatici, ma non può ignorare gli interrogativi che accompagnano questa designazione.
Non bastano smentite generiche né l’affermazione che non esistano condanne. Occorre spiegare quali documenti furono distrutti, in base a quali disposizioni, chi ne ordinò l’eliminazione e quale ruolo vi svolse Sinclair.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, le carte riguardavano comunicazioni tra la Cancelleria cilena e la CNI, organismo coinvolto nella sorveglianza degli oppositori anche fuori dai confini nazionali. Non si tratterebbe dunque di una semplice curiosità archivistica, ma della possibile eliminazione di tracce relative alla repressione transnazionale.
Una democrazia non dovrebbe temere la piena luce sui propri archivi, soprattutto quando un suo rappresentante sta per presentarsi a un’autorità morale universale.
Che cosa può fare Leone XIV
Il Papa non è un giudice cileno e non può trasformare un’udienza diplomatica in un processo sommario. La Santa Sede non può decidere sulla base di una lettera di protesta o di un’inchiesta giornalistica.
Può però chiedere chiarimenti. Può ascoltare le vittime. Può rallentare gli automatismi del protocollo affinché la verità abbia il tempo di raggiungerli.
La prudenza diplomatica non coincide con l’indifferenza. La Chiesa non deve condannare senza prove, ma neppure voltarsi dall’altra parte davanti a una memoria ferita.
Da una parte, un ambasciatore porta al Papa le lettere credenziali firmate dal proprio capo di Stato. Dall’altra, le vittime portano una lettera firmata dall’autorità del dolore.
Le prime attestano che un uomo rappresenta un governo. La seconda domanda che cosa rappresenti la Chiesa.
Non sarebbe giusto respingere Sinclair perché figlio di un generale condannato. Non sarebbe giusto dichiararlo colpevole senza un accertamento della sua responsabilità personale. Ma sarebbe altrettanto ingiusto riceverlo come se trentuno documenti distrutti fossero un dettaglio burocratico e non una possibile ferita inferta al diritto alla verità.
La Santa Sede non deve sostituirsi ai giudici. Deve però essere se stessa. E una Chiesa che ha posto al centro della propria fede un Crocifisso non può considerare irrilevante la sorte dei corpi fatti sparire dal potere.
Il prestigio di una nazione non si difende occultandone il passato, ma dimostrando che nessuno è sottratto alle domande della democrazia.
Una democrazia non è grande perché non possiede crimini nella propria storia. È grande quando non ha paura dei propri archivi.
Le lettere credenziali possono attendere. La verità ha già atteso abbastanza.
James Sinclair non può essere giudicato per le colpe del padre, il generale Santiago Sinclair, condannato per dodici omicidi legati alla Carovana della morte. Ma le accuse sulla distruzione di documenti della polizia politica riguardano la sua responsabilità personale e richiedono risposte trasparenti. Leone XIV non deve sostituirsi ai giudici, ma la Santa Sede non può ignorare le famiglie dei desaparecidos, che attendono ancora verità, giustizia e una tomba.
