Marco Ferdico, ex capo ultrà dell’Inter, ha iniziato a collaborare con la giustizia e ha ammesso il proprio ruolo nell’omicidio di Vittorio Boiocchi. Nei verbali descrive una Curva Nord che, per essere controllata, avrebbe avuto bisogno della protezione della ’ndrangheta; racconta inoltre di presunti rapporti con calciatori e manager, citando una promessa di tre anelli con brillante attribuita a Federico Dimarco. Dichiarazioni ancora da verificare, che però riaprono il problema dei rapporti tra società, giocatori e tifo organizzato

C’è una frase che, più di tutte le altre, squarcia il velo folkloristico con cui per anni è stato raccontato il mondo delle curve: «Per tenere la Curva Nord di Milano ci voleva la ’ndrangheta».

Non è l’interpretazione di un sociologo, né l’accusa di un magistrato. È quanto Marco Ferdico, già figura di vertice del tifo organizzato interista, avrebbe messo a verbale davanti ai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Ferdico, già condannato in primo grado a nove anni per associazione per delinquere aggravata dall’agevolazione mafiosa, ha iniziato a collaborare con la giustizia e ha reso tre interrogatori tra maggio e giugno 2026. Ha inoltre ammesso il proprio ruolo nella pianificazione dell’omicidio dell’ex capo ultrà Vittorio Boiocchi, ucciso il 29 ottobre 2022.  

Le sue parole dovranno essere sottoposte ai riscontri dell’indagine e del processo. Ma il quadro che emerge non parla più di semplici degenerazioni del tifo. Parla di una struttura economica, criminale e relazionale capace di esercitare potere dentro e fuori lo stadio.

La curva non come passione, ma come territorio

Per molto tempo le curve sono state rappresentate come luoghi estremi ma spontanei: passione, appartenenza, coreografie, rivalità e, nei casi peggiori, violenza.

L’inchiesta “Doppia curva” ha mostrato invece qualcosa di più organizzato. Dietro gli striscioni e i cori si muovevano interessi economici legati ai biglietti, ai parcheggi, al merchandising, alle bevande e ai rapporti con la società calcistica. Le motivazioni delle condanne pronunciate nel procedimento abbreviato hanno descritto, sul versante interista, un contesto utilizzato come copertura per attività illecite e protetto da una relazione di matrice mafiosa con la cosca Bellocco.  

La parola decisiva è “territorio”.

La curva non sarebbe stata soltanto un settore dello stadio, ma uno spazio da conquistare, amministrare e difendere. Un luogo nel quale il consenso veniva prodotto attraverso l’identità sportiva, ma il comando veniva garantito dalla capacità di intimidazione.

Quando Ferdico afferma che per controllarla serviva la ’ndrangheta, descrive una logica classica del potere mafioso: non occorre che ogni attività sia direttamente criminale; basta che l’intero sistema sappia chi possiede la forza ultima.

L’omicidio come strumento di governo

Il caso di Vittorio Boiocchi impedisce di liquidare tutto come una disputa commerciale.

Ferdico ha ammesso di avere partecipato alla progettazione e all’organizzazione dell’omicidio dell’ex leader dei Boys San, pur fornendo una propria ricostruzione dei ruoli degli altri imputati. Davanti alla Corte d’assise ha sostenuto che Boiocchi volesse riprendere il controllo della curva dopo una lunga detenzione e che Andrea Beretta fosse ossessionato dalla paura di essere eliminato. Ferdico ha poi affermato di avere scoperto successivamente che, nella contesa economica, Boiocchi aveva ragione e Beretta torto.  

È un’ammissione terribile anche per il modo in cui viene formulata.

Un uomo sarebbe stato ucciso non per un impulso improvviso, ma dentro una lotta per il controllo di un’organizzazione e dei suoi proventi. La curva appare così come un’azienda clandestina nella quale il passaggio di potere può essere regolato con la morte.

Il tifo resta sullo sfondo. Al centro ci sono denaro, comando e paura.

Il “pentimento” e il problema della verità

Dopo Andrea Beretta, anche Ferdico ha scelto la collaborazione con la giustizia. La parola “pentito” viene utilizzata nel linguaggio giornalistico, ma non dovrebbe essere confusa automaticamente con un giudizio morale.

Collaborare significa fornire informazioni utili, ammettere fatti, indicare responsabilità e consentire agli inquirenti di ricostruire il sistema. Non significa necessariamente avere compiuto un percorso interiore di ravvedimento.

Le dichiarazioni di un collaboratore sono preziose, ma non sono verità per definizione. Devono essere verificate, confrontate con intercettazioni, documenti, tabulati, movimenti di denaro e testimonianze.

In un’organizzazione fondata su alleanze mutevoli, tradimenti e lotte interne, ciascun collaboratore può tentare di ridimensionare il proprio ruolo o di aggravare quello altrui.

Per questo occorre prudenza. Ma prudenza non significa indifferenza.

Quando due ex vertici della curva cominciano a descrivere dall’interno lo stesso ecosistema criminale, diventa difficile continuare a parlare di episodi isolati.

Il nome di Dimarco e la necessità di distinguere

Il passaggio più mediaticamente esplosivo riguarda Federico Dimarco, giocatore dell’Inter e della Nazionale.

Secondo Ferdico, in occasione dello scudetto della seconda stella, il calciatore sarebbe stato disponibile a regalare tre anelli con brillante a Ferdico, Andrea Beretta e Antonio Bellocco. L’ex capo ultrà ha però spiegato di essersi rivolto personalmente al manager Andrea Opi per chiedere un “presente” destinato alla curva. Sempre secondo il suo racconto, il procuratore avrebbe riferito che Dimarco desiderava anche un coro più bello, paragonabile a quello dedicato a Hakan Çalhanoğlu.  

Qui la distinzione è indispensabile.

Dimarco non risulta accusato, sulla base delle informazioni disponibili, di avere partecipato ad attività mafiose o criminali. Il racconto proviene da Ferdico e dovrà essere verificato. Non sappiamo se il giocatore conoscesse la posizione criminale di tutti i destinatari, se la promessa sia stata effettivamente formulata nei termini riferiti o se gli anelli siano mai stati consegnati.

Sarebbe irresponsabile trasformare una dichiarazione ancora da riscontrare in una condanna.

Ma sarebbe altrettanto superficiale considerare irrilevante il contesto.

Il regalo che diventa riconoscimento

Un gioiello offerto da un calciatore a un tifoso può apparire come un gesto di gratitudine. Nel calcio sono frequenti maglie regalate, fotografie, incontri e omaggi.

Il problema nasce quando il destinatario non è un tifoso qualsiasi, ma un capo di un’organizzazione che controlla una parte dello stadio attraverso intimidazione, affari illeciti e relazioni mafiose.

In quel caso il regalo assume, anche indipendentemente dalle intenzioni di chi lo offre, un valore simbolico.

Il capo ultrà può presentarlo agli altri come prova del proprio accesso privilegiato alla squadra. Può trasformare la vicinanza con il giocatore in una forma di legittimazione interna. Può dire: noi siamo quelli che parlano con i campioni, ottengono regali, decidono i cori e rappresentano la curva.

L’oggetto non vale soltanto per il suo prezzo. Vale perché certifica una relazione.

È così che un gesto apparentemente innocuo rischia di diventare moneta politica dentro una struttura di potere.

Il bisogno di approvazione dei calciatori

Il dettaglio del coro richiesto da Dimarco, sempre secondo la versione di Ferdico, rivela un’altra fragilità.

Anche i calciatori più affermati desiderano essere riconosciuti dalla curva. Un coro personale, una coreografia, uno striscione o un applauso prolungato rappresentano forme di consacrazione popolare. Il giocatore può vivere quel rapporto come semplice affetto sportivo.

Ma i capi ultrà sanno trasformare tale desiderio in influenza.

Chi decide il coro? Chi stabilisce quando sostenere un calciatore e quando contestarlo? Chi può far apparire una squadra amata o ostile?

La curva costruisce consenso e, proprio per questo, può esigere attenzione, accesso e contropartite.

Il rapporto diventa pericoloso quando non è più la tifoseria a sostenere liberamente la squadra, ma un gruppo ristretto a gestire l’affetto collettivo come uno strumento negoziale.

La responsabilità delle società

Le società calcistiche non possono limitarsi a dichiararsi vittime quando emergono sistemi di questo genere.

È vero che dirigenti e dipendenti possono subire pressioni, minacce e ricatti. È vero anche che contrastare gruppi organizzati capaci di intimidire richiede l’intervento delle autorità pubbliche.

Ma per anni il mondo del calcio ha accettato una zona grigia.

I capi ultrà erano interlocutori ufficiosi. Potevano ottenere biglietti, incontrare dirigenti, parlare con i giocatori e negoziare modalità di sostegno o contestazione. La loro capacità di controllare migliaia di persone veniva talvolta considerata utile per mantenere l’ordine.

Si finiva così per riconoscere un’autorità a chi non possedeva alcun mandato democratico.

Il paradosso è evidente: per evitare il disordine, ci si affidava a soggetti che costruivano il proprio potere proprio sulla minaccia del disordine.

L’autonomia apparente del tifo

La curva ama descriversi come libera, indipendente e ostile al calcio commerciale. In realtà, i verbali e le sentenze raccontano un ambiente pienamente inserito nell’economia dello spettacolo sportivo.

I biglietti diventano merce. Il merchandising produce incassi. Le finali europee generano accordi. I rapporti con i calciatori accrescono il prestigio. La violenza protegge il mercato.

Ferdico ha anche riferito di un presunto patto tra esponenti delle curve interista e milanista in vista della semifinale di Champions League del 2023: chi fosse arrivato in finale avrebbe riconosciuto all’altro gruppo il 30 per cento degli incassi. Secondo la sua versione, l’accordo avrebbe ricevuto l’assenso di Rosario Trimboli, indicato come presunto narcotrafficante legato alla ’ndrangheta.  

Anche questa dichiarazione necessita di riscontri. Ma il modello è chiaro: dietro la rivalità ostentata può esistere una solidarietà economica.

Il nemico sugli spalti può diventare socio negli affari.

Quando la mafia non entra: viene chiamata

Il passaggio più grave nelle parole di Ferdico è l’idea che la ’ndrangheta non si sia limitata a infiltrarsi nella curva dall’esterno.

Sarebbe stata cercata.

«Ci voleva la ’ndrangheta» significa che il potere mafioso veniva considerato funzionale al controllo. Non un corpo estraneo, ma una risorsa.

È un meccanismo conosciuto anche in altri settori. L’imprenditore non sempre subisce passivamente la mafia; talvolta la cerca per risolvere controversie, intimidire concorrenti o proteggere un monopolio.

Allo stesso modo, il capo ultrà può ritenere utile il prestigio criminale di una cosca per consolidare la propria autorità.

La mafia prospera non soltanto perché incute paura, ma perché qualcuno pensa di poterne utilizzare la forza.

Poi, inevitabilmente, ne diventa dipendente.

La curva come periferia del sistema mafioso

Il caso milanese dimostra ancora una volta che la ’ndrangheta non è confinata alla Calabria, né alle attività tradizionalmente associate alla criminalità organizzata.

Si muove dove esistono denaro, reputazione, relazioni e opportunità di controllo sociale.

Uno stadio offre tutto questo: grandi flussi di persone, identità forti, biglietti, parcheggi, prodotti commerciali, contatti con imprenditori e visibilità mediatica.

La curva può quindi diventare una periferia del sistema mafioso, non in senso geografico ma funzionale. Un luogo nel quale la cosca offre protezione e riceve in cambio riconoscimento, relazioni e occasioni economiche.

Il linguaggio resta quello del tifo. La struttura, però, può somigliare a quella di un’organizzazione criminale.

Il silenzio degli spalti

Un altro interrogativo riguarda le migliaia di tifosi che frequentavano la curva.

La maggior parte non partecipava certamente agli affari criminali. Molti andavano allo stadio soltanto per sostenere la squadra. Ma quanto era visibile il sistema? Quanti comprendevano chi comandasse realmente? Quanti tacevano per paura, convenienza o appartenenza?

Le organizzazioni criminali non hanno bisogno che tutti siano complici. Hanno bisogno che molti si abituino.

Ci si abitua alla presenza dei capi, ai privilegi, alle decisioni prese da pochi, alle minacce mascherate da disciplina interna. Si pensa che tutto faccia parte del folklore della curva.

Poi emergono gli omicidi, la cocaina, gli accordi economici e i clan.

La cultura antimafia comincia proprio dal rifiuto di questa normalizzazione.

Liberare il calcio dalla mediazione criminale

La risposta non può consistere soltanto negli arresti.

Occorre impedire che i gruppi organizzati possano diventare intermediari necessari tra società e pubblico. I rapporti con i tifosi devono essere trasparenti, istituzionali e verificabili. Biglietti, omaggi, incontri e accessi non possono essere affidati alla discrezionalità di dirigenti, calciatori o manager.

Anche i giocatori devono essere formati.

Un giovane professionista può non comprendere che una fotografia, una maglia o un regalo possano acquistare un significato diverso quando vengono concessi a un capo ultrà. Non basta dire loro di evitare la criminalità. Occorre spiegare come funzionano i sistemi di reputazione e di legittimazione.

La prevenzione richiede cultura, non soltanto divieti.

La maglia non assolve nessuno

Il calcio possiede una straordinaria capacità di trasformare tutto in appartenenza. Un’inchiesta viene letta attraverso il colore della squadra. Se riguarda l’Inter, alcuni interisti la minimizzano e alcuni avversari la utilizzano per attaccare il club.

È il modo peggiore di affrontare il problema.

La ’ndrangheta non diventa meno pericolosa perché indossa una sciarpa nerazzurra, rossonera, bianconera o di qualsiasi altro colore. La criminalità usa l’identità sportiva, ma non le è fedele. È fedele soltanto al potere e al profitto.

Difendere la propria squadra non significa negare i fatti. Significa pretendere che venga liberata da chi ne utilizza il nome per costruire affari e intimidazione.

Il confine che il calcio deve finalmente tracciare

Il caso Ferdico non dimostra automaticamente la responsabilità penale di tutti i soggetti nominati nei verbali. Le dichiarazioni dei collaboratori devono essere riscontrate e il principio di presunzione d’innocenza deve valere per chiunque.

Ma il calcio non può attendere una condanna definitiva per riconoscere un problema culturale e organizzativo.

La vicinanza informale tra giocatori, dirigenti, manager e capi ultrà rappresenta un rischio anche quando non integra un reato. Crea dipendenza, produce legittimazione e confonde la passione popolare con il potere di pochi.

Occorre tracciare un confine netto: i tifosi devono poter dialogare con le società, ma nessun capo curva può diventare ambasciatore esclusivo del pubblico, distributore di consenso o destinatario privilegiato di favori.

Le dichiarazioni di Marco Ferdico dovranno essere verificate una per una. Federico Dimarco, allo stato delle informazioni disponibili, non è accusato di appartenere a sistemi criminali, e il racconto degli anelli resta la versione di un collaboratore di giustizia. Ma proprio per questo il caso impone una riflessione più seria dello scandalo immediato. Il problema non è il gioiello in sé: è il riconoscimento che esso può conferire a chi governa la curva con la forza, il denaro e la protezione mafiosa. Quando un capo ultrà può trattare omaggi, cori e percentuali mentre intorno a lui si progettano omicidi, il calcio ha già oltrepassato il confine dello sport. E quando per “tenere” una curva si ritiene necessaria la ’ndrangheta, non siamo davanti a tifosi troppo accesi: siamo davanti a un potere criminale che ha imparato a cantare.