Più facile nutrire le guerre che sfamare gli uomini

Nel discorso al Programma Alimentare Mondiale, Leone XIV legge la fame del mondo come sintomo di una crisi più profonda: quella di un sistema internazionale che investe nella forza e dimentica la fraternità

Ci sono luoghi dove la diplomazia incontra la carne viva dell’umanità. La sede romana del Programma Alimentare Mondiale è uno di questi. Qui non si discutono soltanto strategie, finanziamenti o programmi di cooperazione. Qui arrivano le domande più antiche e più drammatiche della storia: perché gli uomini hanno fame? Perché, in un mondo che produce ricchezza come mai prima d’ora, milioni di persone continuano a non avere pane? Perché il cibo diventa arma, pressione politica, strumento di ricatto? È in questo contesto che Leone XIV ha pronunciato una delle frasi più incisive del suo pontificato nascente: «I conflitti vengono nutriti più facilmente di quanto lo siano le persone». Una frase che possiede la forza di una denuncia profetica e la lucidità di un’analisi geopolitica.

Non era un discorso tecnico. Non era neppure un semplice appello umanitario. Era piuttosto una meditazione morale sul nostro tempo. Come spesso accade nei grandi interventi del Magistero sociale, il Papa ha guardato oltre le emergenze per interrogare le cause. Ha spostato l’attenzione dai sintomi alle radici, dai numeri alle persone, dalle statistiche alle coscienze.

In fondo, la fame accompagna tutta la storia umana. La troviamo nelle pagine della Scrittura, nelle carestie che attraversano l’antichità, nei racconti dei monaci medievali che distribuivano il pane ai poveri durante gli anni difficili, nelle encicliche sociali dei Pontefici moderni. Ma la fame del XXI secolo possiede qualcosa di scandalosamente diverso. Non nasce principalmente dalla mancanza di risorse. Nasce dalla loro cattiva distribuzione. Non deriva dall’impossibilità di produrre cibo sufficiente, ma dall’incapacità politica, economica e morale di renderlo accessibile a tutti.

È questo il paradosso che Leone XIV ha voluto mettere in evidenza. Da una parte esiste una capacità produttiva globale senza precedenti. Dall’altra crescono le periferie dell’esclusione. Da una parte la tecnologia permette raccolti più abbondanti, trasporti più rapidi, comunicazioni istantanee. Dall’altra aumentano le aree del pianeta dove la fame diventa cronica. La questione, allora, non è semplicemente come intervenire. La questione è capire perché continuiamo a produrre le stesse ferite che poi cerchiamo di curare.

Qui emerge il cuore del discorso pontificio. Leone XIV ha avuto il coraggio di porre una domanda che raramente trova spazio nelle sedi internazionali: e se fosse il sistema stesso a generare le crisi che pretende di risolvere? Non si tratta di una critica ideologica all’economia globale, ma di una riflessione etica. Le stesse dinamiche che producono sviluppo e crescita, ha osservato il Papa, possono generare esclusione ed emarginazione. La stessa globalizzazione che collega mercati e continenti può lasciare indietro intere popolazioni.

Per questo il Pontefice ha denunciato due derive che colpiscono per la loro precisione. La prima è la burocratizzazione della solidarietà. Quante volte l’aiuto si perde nei meandri delle procedure? Quante volte la macchina amministrativa finisce per rallentare proprio ciò che dovrebbe accelerare? La seconda deriva è ancora più inquietante: la mercificazione della vita umana. Quando l’accesso ai beni essenziali viene subordinato esclusivamente alla logica economica, il rischio è che il valore della persona venga misurato dalla sua utilità. Chi produce conta. Chi consuma conta. Chi genera profitto conta. Gli altri rischiano di diventare invisibili.

Questa riflessione si inserisce in una tradizione ben precisa della Dottrina sociale della Chiesa. Da Leone XIII a Francesco, passando per Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il Magistero ha continuamente ricordato che l’economia deve servire l’uomo e non viceversa. Leone XIV riprende questo insegnamento e lo applica a un mondo segnato da nuove tensioni geopolitiche. Non a caso uno dei passaggi più significativi del suo intervento riguarda la crisi dell’ordine internazionale.

Per decenni si è parlato di multilateralismo, cioè della capacità degli Stati di affrontare insieme le grandi sfide globali. Oggi, osserva il Papa, stiamo entrando in una fase diversa. Un multipolarismo disordinato e conflittuale sta sostituendo la logica della cooperazione. Le grandi potenze tornano a ragionare soprattutto in termini di influenza, sicurezza e interessi nazionali. Le istituzioni internazionali appaiono indebolite. La fiducia reciproca si assottiglia. Le guerre tornano ad occupare il centro della scena.

È in questo contesto che acquista tutto il suo significato l’immagine iniziale: i conflitti vengono nutriti più facilmente delle persone. Le industrie militari trovano finanziamenti enormi. Gli eserciti vengono rapidamente riforniti. Le alleanze strategiche si consolidano attorno alla sicurezza. Più difficile appare invece reperire le risorse necessarie per combattere la fame, garantire l’accesso all’acqua, sostenere i programmi sanitari o assicurare un futuro alle popolazioni più vulnerabili.

Il Papa non ignora la complessità del mondo. Sa bene che gli Stati devono garantire la sicurezza dei propri cittadini. Sa che esistono minacce reali e conflitti difficili da evitare. Tuttavia richiama tutti a una verità fondamentale: la pace non si costruisce soltanto attraverso l’equilibrio delle forze. Si costruisce anzitutto attraverso la giustizia. Dove manca il pane, prima o poi manca anche la pace. Dove si accumulano disuguaglianze, cresce l’instabilità. Dove l’uomo viene ridotto a strumento, si preparano nuove forme di violenza.

Particolarmente significativa è stata la visita alla mostra “A Place at the Table”, allestita nella sede del Pam. Piatti e ciotole provenienti da comunità colpite dalla fame raccontano più di molte statistiche. Dietro ogni oggetto vi è una persona concreta, una famiglia, una storia. È forse questa la lezione più importante della giornata. Le grandi questioni globali rischiano spesso di diventare astratte. Si parla di milioni di sfollati, di milioni di affamati, di milioni di poveri. Ma il cristianesimo continua a ricordare che dietro ogni numero c’è un volto.

Ed è proprio qui che il discorso di Leone XIV assume una dimensione profondamente pastorale. La fame non è soltanto un problema economico. È una ferita inferta alla dignità della persona creata a immagine di Dio. Per questo il Papa insiste sul carattere inalienabile della dignità umana. Nessuna condizione sociale, nessuna povertà, nessuna marginalità può cancellarla. Una civiltà autenticamente umana si misura precisamente dalla capacità di riconoscere e custodire questa dignità nei più fragili.

Alla fine, ciò che resta delle parole pronunciate dal Pontefice non è soltanto una denuncia. È un esame di coscienza rivolto al mondo contemporaneo. Se troviamo con facilità le risorse per alimentare le guerre e facciamo fatica a trovare quelle necessarie per sfamare gli uomini, il problema non è soltanto politico. È spirituale. Riguarda la gerarchia dei nostri valori. Riguarda l’idea stessa di progresso. Riguarda il significato che attribuiamo alla parola civiltà.

Leone XIV non ha parlato soltanto ai governi o alle organizzazioni internazionali. Ha parlato a tutti noi. Perché la domanda che attraversa il suo discorso è la stessa che percorre il Vangelo: che cosa facciamo del fratello che ha fame? Finché questa domanda resterà senza risposta, nessun equilibrio geopolitico potrà dirsi veramente stabile e nessuna pace potrà dirsi davvero compiuta.