Il Mondiale 2026 nasce come festa globale del calcio, distribuita tra Stati Uniti, Canada e Messico, ma porta con sé il peso delle sue esclusioni: l’Italia fuori per demerito sportivo, un arbitro somalo respinto alla frontiera americana, lavoratori costretti a difendere salari e diritti, desaparecidos dimenticati vicino agli stadi messicani. Le parole di Leone XIV sul calcio come scuola di comunità diventano così una chiave morale per leggere il torneo più grande e più contraddittorio della storia.

Chi non sa passare la palla, anche se ha talento, non ha ancora capito il gioco. E chi non sa vivere con gli altri e per gli altri, non ha ancora capito la vita. La frase attribuita a Leone XIV ha la semplicità delle immagini vere. Il calcio è un gioco talmente popolare perché tutti, anche senza conoscere sistemi tattici e moduli, comprendono questa verità elementare: da soli non si vince. Si può dribblare, inventare, segnare, stupire; ma se il talento non entra in relazione, diventa narcisismo. E il narcisismo, prima o poi, perde la partita.

Il Mondiale che si apre tra Messico, Stati Uniti e Canada avrebbe la pretesa di essere la più grande celebrazione calcistica mai organizzata. Tre Paesi, stadi enormi, metropoli planetarie, investimenti giganteschi, logistica imponente, pubblico globale. La FIFA lo presenta come il torneo dell’universalità, del calcio che abbraccia il mondo, del pallone che supera confini, lingue e culture. Ma, come spesso accade nei grandi eventi, la grandezza della vetrina fa emergere anche le crepe del palazzo.

È un Mondiale di inclusione proclamata e di esclusioni reali.

La prima, per noi italiani, è sportiva e bruciante: l’Italia non c’è. E non c’è per demerito proprio. Non per complotto, non per destino avverso, non per una congiura del calendario, ma per l’incapacità di rigenerare un sistema calcistico all’altezza della propria storia. La Nazionale che ha regalato quattro titoli mondiali al Paese guarda ancora una volta la Coppa del Mondo da fuori. È una ferita che dice molto più di un’eliminazione. Dice la crisi di un movimento che ha smesso di coltivare davvero i suoi giovani, di proteggerli dal mercato precoce, di dare loro tempo, responsabilità e fiducia.

Da anni il calcio italiano vive una contraddizione evidente: si lamenta della mancanza di talenti, mentre spesso non li fa giocare; invoca la centralità della Nazionale, mentre organizza il calendario e il mercato secondo gli interessi immediati dei club; si commuove davanti alla maglia azzurra, ma poi lascia che la logica economica delle società e della Lega prevalga sulla formazione, sulla progettualità e sul bene comune del movimento. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il talento disperso, i vivai impoveriti, la paura di rischiare, l’importazione compulsiva di giocatori medi, l’identità tecnica smarrita.

Anche qui vale la metafora del passaggio. Il calcio italiano non ha saputo passare la palla al futuro. Ha trattenuto il pallone tra i piedi dell’interesse immediato. Ha preferito il risultato di giornata alla costruzione di una generazione. Ha confuso il conto economico con la visione sportiva. E così il Mondiale comincia senza l’Italia, mentre noi restiamo a discutere di riforme sempre annunciate e mai davvero attuate. È l’esclusione più giusta e più amara: quella che nasce non dall’ingiustizia subita, ma dalla responsabilità mancata.

Ma il Mondiale degli esclusi non riguarda solo l’Italia. Ha il volto di Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo, primo ufficiale del suo Paese designato per una Coppa del Mondo. La sua storia sembrava già scritta come una favola civile: un uomo cresciuto calcisticamente in un Paese segnato da guerre, fragilità istituzionali e ferite profonde, chiamato a rappresentare la Somalia nella massima competizione sportiva del pianeta. Un segno di riscatto. Una bandiera nuova. Una possibilità di dire che il calcio, qualche volta, può davvero arrivare dove la politica fallisce.

E invece Artan è stato fermato alla frontiera americana. Aveva un visto valido e credenziali FIFA, ma non gli è stato consentito l’ingresso negli Stati Uniti. La formula burocratica, come spesso accade, è fredda: problemi nei controlli di sicurezza, “vetting concerns”. Poche parole per interrompere un sogno. Poche parole per trasformare un arbitro internazionale in sospetto. Poche parole per ricordarci che, nel mondo contemporaneo, non tutti i passaporti pesano allo stesso modo e non tutti gli uomini attraversano le frontiere con la stessa dignità riconosciuta.

La sua esclusione è diventata paradossalmente una consacrazione. Tornato in Somalia, Artan è stato accolto come un eroe. Non aveva arbitrato una partita del Mondiale, ma aveva rappresentato qualcosa di più profondo: il diritto di un popolo a non essere guardato solo attraverso la lente del sospetto. In seguito, l’UEFA gli ha affidato la Supercoppa europea, quasi a correggere simbolicamente un torto che il Mondiale non ha saputo evitare. Ma il punto resta: che universale è un evento globale se può perdere, alla frontiera, uno dei suoi simboli più belli?

Il calcio ama dire di unire il mondo. Ma l’universalità non si misura nelle cerimonie di apertura, nelle campagne pubblicitarie o negli slogan sugli schermi. Si misura nel modo in cui si trattano coloro che arrivano dai margini. Il caso dell’arbitro somalo mostra una contraddizione feroce: il mondo del pallone celebra l’inclusione, ma resta prigioniero delle paure geopolitiche, delle gerarchie dei passaporti, delle diffidenze etniche e nazionali. Il talento non basta, le credenziali non bastano, la storia personale non basta. A volte basta venire dal Paese sbagliato per essere fermati davanti alla porta.

C’è poi l’Iran, ammesso al torneo ma costretto a muoversi tra tensioni diplomatiche e incertezze sui visti. La nazionale di Teheran ha spostato il proprio ritiro in Messico, a Tijuana, anche per evitare l’ostacolo di autorizzazioni e sospetti. Ancora una volta il campo di calcio si rivela incapace di isolarsi dal mondo. Il pallone rotola, ma attorno a esso si agitano guerre, sanzioni, diffidenze, rivalità strategiche. Nessuna Coppa del Mondo è mai davvero innocente, perché il mondo entra sempre negli stadi insieme alle squadre.

E poi ci sono gli esclusi invisibili: i lavoratori. A Los Angeles, al SoFi Stadium, una delle strutture sportive più costose e spettacolari del pianeta, migliaia di lavoratori hanno dovuto minacciare lo sciopero per chiedere salari migliori e garanzie contro precarietà ed esternalizzazioni. È un dettaglio solo per chi guarda il calcio come prodotto finito. Ma dietro ogni grande evento ci sono mani che montano, puliscono, custodiscono, servono, trasportano, cucinano, sorvegliano, riparano. Mani che raramente compaiono nelle immagini ufficiali.

Il calcio globale ha imparato a vendere emozioni, ma spesso fatica a riconoscere chi rende possibile lo spettacolo. Gli stadi costano miliardi, i diritti televisivi valgono fortune, i brand occupano ogni centimetro disponibile, eppure chi lavora nelle retrovie deve ancora battersi per ciò che dovrebbe essere normale: salario dignitoso, sicurezza, tutele. Anche qui torna la domanda di Leone XIV: si può capire il gioco se non si sa passare la palla? Si può celebrare una festa mondiale lasciando fuori dal banchetto chi ha apparecchiato la tavola?

Il fantasma del Qatar non è scomparso. Dopo le polemiche sulle condizioni dei lavoratori nei cantieri del Mondiale 2022, il calcio internazionale sa di non potersi più permettere cecità. Per questo le ispezioni sindacali e le attenzioni sulle condizioni dei lavoratori non sono fastidi burocratici, ma prove di civiltà. Un Mondiale non dovrebbe essere valutato solo dalla qualità delle partite, ma anche dal prezzo umano pagato per renderle possibili. Il pallone non può essere candido se sotto il prato resta nascosta la fatica non riconosciuta.

E poi c’è Guadalajara. Una città moderna, orgogliosa, dinamica, protagonista del Messico che cresce, investe, attrae turismo e capitale. Ma anche una città segnata dalla tragedia dei desaparecidos. Vicino allo stadio Akron, dove si giocheranno partite mondiali, negli ultimi anni sono state individuate fosse clandestine e resti umani. È un contrasto quasi insopportabile: da una parte i riflettori, i cori, le bandiere, gli inni; dall’altra le famiglie che cercano ossa, nomi, verità. Da una parte il mondo che arriva per festeggiare; dall’altra madri e padri che aspettano ancora di sapere dove siano finiti i figli.

Ogni grande evento rischia di costruire una scenografia sopra il dolore. Il Mondiale può trasformare le città in palcoscenici, ripulire le strade, oscurare le periferie, accelerare lavori, rimuovere ciò che disturba la narrazione della festa. Ma il dolore non scompare perché lo si copre con uno striscione. I desaparecidos di Guadalajara non sono un incidente laterale. Sono la domanda etica posta al torneo: si può giocare senza dimenticare? Si può festeggiare senza rendere invisibili i morti? Si può ospitare il mondo senza ascoltare chi, in quella stessa terra, chiede giustizia?

Il Mondiale 2026 nasce così dentro una tensione: promette universalità, ma rivela esclusioni; promette comunità, ma mostra egoismi; promette festa, ma convive con ferite aperte. Non è una ragione per disprezzare il calcio. Al contrario. Proprio perché il calcio è una cosa seria, proprio perché muove passioni popolari, proprio perché parla a miliardi di persone, non può sottrarsi alla responsabilità morale. Non è solo intrattenimento. È linguaggio globale. E ogni linguaggio globale può educare o anestetizzare.

Le parole di Leone XIV aiutano a riportare il gioco alla sua verità originaria. Il calcio è comunità. Non perché sia puro, ma perché obbliga a ricordare che nessuno si compie da solo. La squadra insegna una grammatica che il mondo sembra avere dimenticato: il talento ha bisogno di relazione; la vittoria ha bisogno di fiducia; l’azione più bella spesso nasce da un passaggio; il gol è quasi sempre il frutto di un lavoro invisibile. Persino il campione assoluto, senza gli altri, diventa sterile.

Questa è anche una lezione politica e spirituale. Le nostre società sembrano sempre più incapaci di passarsi la palla. I ricchi trattengono ricchezza, i forti trattengono potere, i Paesi privilegiati trattengono mobilità e sicurezza, i club trattengono interessi, le istituzioni sportive trattengono profitti, mentre a molti altri restano le briciole dello spettacolo. Il calcio, quando è fedele a sé stesso, denuncia questa logica. Perché il pallone trattenuto troppo a lungo muore tra i piedi. La vita, se non circola, si corrompe.

L’Italia fuori dal Mondiale, in questo senso, è una parabola domestica. Non basta avere storia, maglia, tradizione, memoria, trofei. Se non si costruisce, si esce. Se non si educa, si esce. Se non si investe nei giovani, si esce. Se il sistema pensa prima al proprio bilancio che al bene del calcio, si esce. Il Mondiale non perdona l’autoreferenzialità. E forse questa assenza azzurra, se letta con onestà, potrebbe diventare una grazia severa: la fine delle scuse.

Ma il torneo deve interrogare anche la FIFA e il calcio globale. L’inclusione non può essere un manifesto se poi un arbitro somalo viene respinto alla frontiera. La sostenibilità non può essere una parola se i lavoratori devono minacciare scioperi per essere ascoltati. La festa non può essere totale se accanto agli stadi restano fosse e famiglie senza verità. La comunità non può essere ridotta a pubblico pagante.

C’è una forma di avidità che sta divorando il calcio. È l’avidità dei calendari intasati, delle competizioni moltiplicate, dei diritti televisivi venduti fino all’ultimo minuto disponibile, dei club trasformati in aziende globali, dei tifosi trattati come consumatori, dei giovani talenti spremuti prima ancora di diventare uomini. È l’avidità che dimentica il gioco mentre lo monetizza. Che parla di passione e produce saturazione. Che invoca i valori e poi si inchina al profitto.

Contro questa avidità, la metafora del passaggio diventa quasi rivoluzionaria. Passare la palla significa riconoscere che il possesso non è assoluto. Significa fidarsi. Significa rinunciare per un istante alla gloria individuale perché l’azione comune abbia senso. Significa sapere che il bene della squadra viene prima dell’esibizione del singolo. Trasferito alla vita sociale, significa giustizia. Significa redistribuzione. Significa accoglienza. Significa lavoro dignitoso. Significa non lasciare fuori chi non ha voce.

Il Mondiale comincerà, e forse sarà bellissimo. Ci saranno gol memorabili, rimonte, lacrime, inni, bambini con la maglia dei loro idoli, popoli interi sospesi davanti a uno schermo. Non bisogna vergognarsi di amare questa bellezza. Il calcio è ancora capace di generare emozioni pulite, amicizie improvvise, appartenenze gioiose. Ma amare il calcio non significa chiudere gli occhi. Al contrario, significa desiderare che sia all’altezza della sua promessa.

La promessa è semplice: giocare insieme.

Se il Mondiale dimenticherà gli esclusi, sarà solo un grande spettacolo. Se saprà ricordarli, potrà diventare qualcosa di più: uno specchio del mondo, ma anche un invito a cambiarlo. Omar Artan, accolto come un eroe nel suo Paese dopo essere stato fermato alla porta del torneo, è già una delle immagini morali di questa Coppa. L’Italia assente per le proprie colpe è un’altra. I lavoratori che chiedono dignità, le famiglie dei desaparecidos, le nazionali attraversate dalla geopolitica, tutti ricordano la stessa cosa: non esiste festa autentica quando qualcuno viene cancellato perché scomodo.

Il calcio insegna che l’azione migliore nasce quando qualcuno alza la testa e vede il compagno libero. Forse il mondo dovrebbe ricominciare da qui: alzare la testa. Vedere chi è libero, ma anche chi è rimasto fuori. Vedere chi corre, ma anche chi è caduto. Vedere chi segna, ma anche chi ha servito l’assist. Vedere chi entra nello stadio, ma anche chi resta al cancello.

Perché il gioco, alla fine, non lo capisce chi tiene tutto per sé. Lo capisce chi sa donare al momento giusto. E la vita, come il calcio, premia davvero solo chi ha imparato che il talento più grande non è vincere da soli, ma far vincere anche gli altri.


Il Mondiale 2026 si presenta come festa globale del calcio, ma nasce sotto il segno delle esclusioni: l’Italia fuori per colpe proprie, l’arbitro somalo Artan respinto dagli Stati Uniti, lavoratori e desaparecidos ai margini dello spettacolo. Le parole di Leone XIV ricordano che il calcio, come la vita, si capisce solo quando si impara a passare la palla.