Scambio di missili tra gli USA contro il Sud dell’Iran e viceversa contro le basi USA in Giordania e in Kuwait

C’è un momento, nella meccanica infernale delle guerre, in cui un elicottero che cade diventa il pretesto che tutti stavano aspettando. Non la causa — il pretesto. La causa era già scritta, nei silos, nei piani operativi, nella geometria implacabile di un conflitto che dal 28 febbraio divora il Medio Oriente come un incendio che nessuno vuole davvero spegnere, benché tutti dichiarino di portare secchi d’acq

L’Apache è precipitato nello Stretto di Hormuz nella notte tra lunedì e martedì. Due piloti, entrambi recuperati incolumi da un drone navale — dettaglio che nella retorica trumpiana diventerà subito argomento a doppio senso: abbastanza grave da giustificare la rappresaglia, abbastanza fortunato da non doverla chiamare vendetta. «Non è stata una grande cosa», ha detto il presidente al Wall Street Journal, mentre alla Cbs annunciava che la risposta sarebbe stata «ferma e potente». La contraddizione non lo turbava. Non lo turba mai.

Quella stessa notte, il Centcom ha colpito quasi venti obiettivi nel sud dell’Iran — basi navali a Sirik e a Jask, difese aeree a Bandar Abbas, batterie missilistiche a Qeshm, sull’isola che sorge esattamente là dove lo Stretto stringe il mondo in una morsa di petrolio e paura. Tre ondate di attacchi, in poco più di quattro ore, con munizioni di precisione lanciate da caccia dell’Aeronautica e della Marina. Chirurgico, ha detto Washington. Proporzionato. Le parole della guerra moderna, che promettono precisione e consegnano macerie.

Teheran ha risposto prima che l’alba toccasse il Golfo. I Pasdaran — quelle Guardie Rivoluzionarie che sono insieme esercito, ideologia e orgoglio ferito — hanno lanciato missili e droni contro ventuno obiettivi americani nella regione: la Quinta Flotta in Bahrein, le basi in Kuwait, e soprattutto Al-Azraq in Giordania, dove i comunicati iraniani rivendicano la distruzione di hangar con caccia F-35 e di un centro di comando. La Giordania ha intercettato cinque missili, il Kuwait ha attivato le difese aeree, il Bahrein ha suonato le sirene. Un funzionario americano ha precisato che quasi tutti i proiettili iraniani sono stati abbattuti, che non ci sono feriti tra le forze statunitensi, che i danni sono minimi. I Pasdaran, naturalmente, affermano l’esatto contrario.

In questo spazio tra la rivendicazione e la smentita vive la guerra del terzo millennio — una guerra in cui la verità è la prima vittima annunciata e nessuno si disturba più a cercarla con cura.

Quel che conta, però, non è il bilancio contabile degli hangar colpiti o salvati. Conta la logica che governa questo scambio di fuoco sopra uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, dove transita il venti per cento del petrolio mondiale. Conta che un accordo preliminare era stato raggiunto il 28 maggio — cessate il fuoco, negoziati sul nucleare, transito libero attraverso Hormuz — e che il 1 giugno Teheran aveva sospeso i colloqui per l’avanzata israeliana in Libano. Conta che mentre i bombardieri decollano, la Casa Bianca fa sapere che «nulla cambia nello stato attuale dell’accordo» e che l’intesa è «ancora vicina». Si bombarda per negoziare meglio. Si negozia sotto le bombe. È la diplomazia degli Apache e degli Shahed, dei missili a combustibile solido e delle promesse di cessate il fuoco.

Vale la pena fermarsi su quel dettaglio dell’F-35 nell’hangar di Al-Azraq — se confermato, il più sofisticato caccia della storia americana raggiunto da un missile iraniano nel deserto giordano. C’è in questa immagine qualcosa che supera la cronaca militare e tocca la simbologia: il simbolo della supremazia tecnologica occidentale, quell’aereo invisibile ai radar che dovrebbe rendere invincibili, bruciato in un hangar da un paese sotto embargo, sotto sanzioni, sotto la pressione di una guerra combattuta a ranghi decimati dopo l’uccisione di Khamenei in febbraio. La deterrenza è un’architettura fragile. Basta un drone giusto nel posto giusto per far crollare l’edificio della superiorità assoluta.

Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha scritto su X, con la sintesi lapidaria che si confà ai tempi: «Lasciate la nostra regione se volete essere al sicuro. La storia del Golfo Persico contiene molti capitoli che raccontano il tragico destino degli intrusi stranieri che vi si sono avventurati». Si potrebbe liquidarlo come retorica. Ma la storia, in effetti, quei capitoli li ha scritti. E non erano lieti.

Nel mezzo di tutto questo, la CNN riportava che l’abbattimento dell’Apache potrebbe essere stato accidentale — uno scontro fortuito con un drone Shahed piuttosto che un atto deliberato. Se così fosse, l’intera spirale di questa notte — venti obiettivi colpiti, ventuno risposte iraniane, sirene in tre paesi, il Golfo trasformato in un campo di fuoco — sarebbe nata da un errore. Da un incontro nel buio tra due macchine che nessuno, in quel momento preciso, stava davvero guidando.

Non sarebbe la prima guerra della storia a nascere da un equivoco. Non sarebbe il primo sangue versato per un fantasma. Ma c’è qualcosa di particolarmente amaro nel pensare che i negoziatori di Washington e Teheran fossero seduti a un tavolo, a pochi passi dall’accordo, mentre piloti e sensori decidevano per loro nel buio dello Stretto.

Hormuz: il nome viene dall’antico Ahura Mazda, il Signore della Sapienza nella cosmologia zoroastriana — quella fede persiana antichissima che insegnava la lotta cosmica tra la Luce e le Tenebre, tra Ahura e Ahriman. I persiani sapevano da sempre che in quello stretto passano forze più grandi degli uomini. Sapevano che chi lo controlla, controlla il respiro del mondo.

Stanotte, il mondo ha trattenuto il fiato.