L’inchiesta del New Yorker sui fratelli Tate — accolti al Forum di San Pietroburgo come ospiti d’onore del regime russo dopo essere stati liberati in Romania su pressioni dell’amministrazione Trump — riapre una questione che Rebecca Solnit pone con precisione chirurgica: la misoginia non è più un’opinione di frangia. È diventata una piattaforma politica, un mercato, un sistema di potere transnazionale.
C’è una fotografia mentale che vale la pena tenere fissa: due uomini accusati in Romania di traffico di esseri umani, violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione siedono come ospiti al Forum economico di San Pietroburgo — la vetrina con cui il regime di Putin coltiva le sue relazioni internazionali — mentre negli Stati Uniti un presidente in carica ha fatto pressione sul governo romeno affinché venissero rimossi i vincoli giudiziari che li trattenevano nel Paese. Andrew e Tristan Tate, ex kickboxer, influencer multimilionari della cosiddetta manosfera, non sono due casi isolati di cronaca nera internazionale. Sono il sintomo di qualcosa di più largo e più antico, che Rebecca Solnit — con la lucidità ironica che la contraddistingue — chiama semplicemente la rivincita di chi non ha mai accettato che la storia potesse cambiare direzione.
L’inchiesta monumentale del New Yorker, firmata da Heidi Blake sulla base di decine di testimonianze femminili e atti investigativi, ricostruisce un sistema deliberato e seriale: non uomini violenti per patologia individuale, ma un metodo — il cosiddetto schema «Loverboy», mutuato dalla trattatistica del pappone di Chicago Ken Ivy — applicato con precisione industriale per ottenere la sottomissione psicologica, fisica ed economica di donne giovani e vulnerabili, poi costrette a produrre contenuti pornografici all’interno di un compound sorvegliato fuori Bucarest. Il quadro che emerge è quello di un’organizzazione criminale strutturata, con gerarchia interna, controllo finanziario delle vittime, minacce sistematiche e una piattaforma online — The War Room, a pagamento — che teorizzava apertamente il reclutamento femminile e offriva, come prodotto commerciale, una «Laurea in sfruttamento». Non è porno estremo ai margini del web: è un business model, replicabile e replicato.
Eppure Andrew Tate conta milioni di follower, è difeso da Tucker Carlson, è amico dichiarato dei figli di Donald Trump, e il suo ex avvocato siede oggi nell’amministrazione americana con delega ai rapporti con il Dipartimento della Giustizia. Questo è il punto che Solnit chiede di non perdere di vista: non la singola mostruosità individuale, ma la normalizzazione istituzionale di un sistema di valori che quella mostruosità produce e protegge. Gli «United States of Amnesia» — la definizione con cui la studiosa ribattezza il Paese — hanno dimenticato abbastanza in fretta chi fossero i Tate, o forse non hanno mai voluto ricordarlo davvero.
La manosfera — quella galassia eterogenea di siti, podcast, canali e comunità online che predica la superiorità «naturale» del maschio e la subordinazione femminile come ordine naturale delle cose — non nasce con Trump né finisce con lui. Ma il trumpismo le ha dato quello che ogni ideologia di risentimento aspetta: la legittimazione del potere. Quando il presidente degli Stati Uniti firma ordini esecutivi che cancellano da tutti i siti federali ogni traccia di politiche per la diversità e l’inclusione, quando il vicepresidente Vance riprende indisturbato categorie di analisi sociale che appartengono alla tradizione patriarcale più regressiva, quando Mark Zuckerberg va al podcast di Joe Rogan a dire che le aziende hanno bisogno di «più energia maschile» — la manosfera smette di essere una controinformazione underground e diventa mainstream. Peggio: diventa senso comune.
Solnit individua il meccanismo con esattezza: «Interpretano male il femminismo — lo vedono come un gioco a somma zero. Pensano che se c’è di più per le donne, c’è di meno per me.» È la struttura dell’odio per interposta minaccia, lo stesso meccanismo che produce, a seconda del ciclo settimane, ostilità verso i musulmani, verso le persone trans, verso i migranti — quello che Solnit, con una precisione orwelliana, chiama l’«Odio della settimana». Non è irrazionalità: è un sistema di produzione dell’identità attraverso il nemico, che i social media — Twitter/X in mano a Musk, Facebook controllato da Zuckerberg — amplificano con un’efficienza che nessun apparato propagandistico del Novecento potrebbe sognarsi.
Il paradosso finale — e Solnit lo coglie con la grazia tipica di chi ha fatto della contraddizione il suo strumento analitico — è che questa ondata reazionaria è, in fondo, la misura del successo del femminismo. «I nostri nemici ci prendono sul serio anche quando noi non ci prendiamo sul serio», scrive. Sessant’anni di conquiste in termini di diritti, linguaggio, accesso al potere, uguaglianza giuridica hanno cambiato il mondo abbastanza da spaventare chi da quel mondo traeva rendita. La violenza dei Tate, la retorica di Trump, la nostalgia virilista della Silicon Valley sono risposte — patologiche, pericolose, criminali nel caso dei Tate — a una trasformazione reale. Non sono la forza, sono la paura di chi la forza la sta perdendo.
La speranza, dice Solnit, non è ottimismo. L’ottimismo è la sensazione che tutto si risolverà da solo. La speranza è sapere che esistono possibilità, e che coglierle dipende da noi. È una distinzione che vale anche come metodo giornalistico: non minimizzare, non normalizzare, non cedere alla tentazione di fare del mostro un’eccezione. Andrew Tate non è un’eccezione. È un prodotto. E il sistema che lo ha prodotto — e che oggi lo protegge — merita di essere guardato in faccia, senza amnesia.
Dalla Silicon Valley che vagheggia «più energia maschile» ai podcast da milioni di follower che insegnano la «sottomissione» femminile come stile di vita: la studiosa americana traccia la mappa di un’ondata reazionaria che non ha mai smesso di montare. E che oggi governa.
