La strage di Amendolara,
Taj Mohammad che racconta,
e il sistema invisibile che produce morti
— nel silenzio dello Stato,
nel silenzio di tutti”.
Ci hanno portati lì per darci una lezione.”
— Taj Mohammad Alamyar,
unico superstite della strage
di Amendolara, 2 giugno 2026
Ci sono storie che non dovrebbero esistere. Storie che, quando accadono, dicono qualcosa di così fermo e definitivo sul Paese in cui viviamo che nessuna retorica può coprirlo. Quella di Amendolara è una di queste. Il 2 giugno 2026 — lo stesso giorno in cui l’Italia celebrava il suo ottantesimo anniversario repubblicano tra Frecce Tricolori e discorsi sulla dignità costituzionale — quattro lavoratori migranti venivano bruciati vivi in un minivan parcheggiato davanti a una stazione di servizio sulla Statale 106, in Calabria. Tre afghani. Un pakistano. Uccisi perché avevano chiesto di essere pagati.
Non è un incidente. Non è un fatalità. È un omicidio plurimo con premeditazione — due caporali che bloccano le portiere dall’esterno, versano benzina, lanciano un accendino acceso dal portellone posteriore, e fuggono. Lo dicono le telecamere di sorveglianza. Lo racconta l’unico sopravvissuto. Lo dice il questore di Cosenza che arriva sul posto nel primo pomeriggio e capisce subito: il caso è serio.
La voce di Taj Mohammad
Taj Mohammad Alamyar ha trentacinque anni. È partito da Jalalabad poco più di un anno fa, ha attraversato l’Iran, la Turchia, la Bulgaria, la Serbia, la Slovenia. È arrivato in Italia a piedi. Ha trovato lavoro nei campi di fragole di Amendolara, otto ore al giorno, quarantacinque euro a giornata — quando i caporali pagavano, cosa che dal 20 aprile non facevano più. Ha le braccia ustionate e la schiena ustionata. Ha visto il cofano posteriore rimasto aperto mentre Alì e Bat fuggivano, ha superato lo schienale, si è buttato nel vano portavalgie, è uscito dall’auto in fiamme. I suoi quattro amici no.
«Sentivo bruciare la testa», racconta. «Sono morti quattro miei amici. Li hanno bruciati vivi». Avevano diciannove anni, in due. Uno ventinove. Uno trentacinque. Erano arrivati anche loro da lontano, lungo le stesse rotte del dolore. Vivevano in dieci in una casa a due piani a Villapiana, centocinquanta euro al mese ciascuno. Lavoravano in nero — poi uno aveva firmato un contratto, ma come dice Taj Mohammad: «Non è servito a nulla».
Taj Mohammad non ha ancora avvertito casa. Il telefono è rimasto nell’auto in fiamme. Non vuole che sua madre veda quelle ferite. La famiglia è in Afghanistan. Ha un figlio. Racconta tutto con la precisione lenta di chi è ancora sotto shock ma sa che parlare è l’unica cosa che può fare per i suoi amici morti. E mentre parla, un amico — quello che lunedì non era andato al lavoro perché stava male — fa ascoltare una telefonata. È la voce di Bat, uno dei caporali, che lo insulta: «Urlava che non potevo restare a casa. Avrei dovuto essere in quell’auto con gli altri».
Il sistema che produce questa morte
Sarebbe comodo fermarsi ai due arrestati. Dare un nome al male, metterlo in carcere, dichiarare la partita chiusa. Ma la strage di Amendolara non è il prodotto di due uomini violenti. È il prodotto di un sistema che quei due uomini ha creato, alimentato, reso possibile e poi invisibile.
Lo spiega con precisione Silvano Lanciano, responsabile Migrazioni della CGIL dell’Alto Jonio cosentino, sindacalista di strada che si alza alle tre di notte per incontrare i braccianti prima che partano per i campi: «Al netto delle dichiarazioni istituzionali, qui mancano i presidi di legalità. Anche il sindacato ha le armi spuntate e alla fine le vittime sono sempre gli ultimi, che pagano il prezzo più alto di tutti». Le reti di caporalato — per lo più in mano a ex braccianti pakistani, ma con l’assenso della criminalità organizzata locale — gestiscono non solo le braccia ma anche la tratta. Non solo di donne destinate alla prostituzione: anche di uomini, per il mercato del lavoro. Negli ultimi mesi sono arrivati sempre più lavoratori del Punjab indiano e pakistano, difficilmente riconoscibili, che parlano poco inglese. Un nuovo canale di tratta, ipotizza il sindacato. Un canale che ha creato squilibri nelle reti esistenti. E quegli squilibri, in un sistema regolato dalla violenza, si regolano con la violenza.
“Ormai quasi tutti nei campi sono stranieri e sono invisibili.”
— Andrea Ferrone, segretario CGIL di Trebisacce
Invisibili per scelta — non per caso
La parola che torna in ogni voce di questa storia è invisibili. I braccianti sono invisibili. I caporali lavorano nell’invisibilità. La tratta si svolge nell’invisibilità. E quella invisibilità non è un accidente — è una condizione funzionale al sistema. Braccia invisibili costano meno. Braccia senza documenti non protestano. Braccia che nessuno vede non reclamano paghe arretrate davanti a nessun giudice. Quando protestano — come hanno fatto quei quattro la mattina del 2 giugno, minacciando di non lavorare — vengono portati in una stazione di servizio e bruciati vivi.
La Sibaritide — questo angolo di Calabria tra il Pollino e la Sila ionica, uno dei polmoni agricoli del Sud — produce fragole, arance, clementine, ortaggi che finiscono nelle tavole italiane ed europee a prezzi che qualcuno deve rendere possibili. Quel qualcuno è invisibile. Dorme in dieci in un appartamento a centocinquanta euro al mese. Parte alle tre di notte. Torna a mezzogiorno. Non viene pagato dal 20 aprile. E quando protesta, paga con la vita.
Lo Stato assente, il sindacato a mani nude
«Combattiamo a mani nude», dice Lanciano. È una frase che dovrebbe essere letta in ogni ministero competente. Non mancano le leggi — la legge sul caporalato del 2016 esiste, il reato è configurato, le pene ci sono. Manca l’applicazione. Mancano i presidi territoriali. Mancano gli ispettori del lavoro in numero sufficiente. Mancano i percorsi di emersione per chi lavora in nero e teme — giustamente, visti i precedenti — che denunciare equivalga a essere espulso invece che protetto. Manca, soprattutto, la volontà politica di vedere quello che c’è da vedere: che la filiera agro-alimentare italiana ha un pezzo invisibile fatto di sfruttamento sistematico, e che quel pezzo invisibile è tenuto in vita dalla domanda di prezzi bassi che noi consumatori produciamo ogni volta che andiamo al supermercato.
Il Pd calabrese ha chiesto: «Chi sa, parli». È il minimo. Ma parlare non basta se poi chi parla rischia e chi ascolta non agisce. Taj Mohammad ha parlato. Ha raccontato tutto, nome per nome, meccanismo per meccanismo. Ha detto che Kassan — il pakistano che gira armato e vende eroina con gli italiani — sta insieme alla mafia italiana. Ha alzato lo sguardo al cielo e ha detto: «Mafia pakistana e mafia italiana». Da una casa a Villapiana, con le braccia bendate e il telefono bruciato nell’auto dei suoi amici morti, ha offerto allo Stato italiano una testimonianza di una chiarezza rara. Adesso tocca allo Stato fare la sua parte. Quella parte che finora — nella Sibaritide come in troppi altri angoli d’Italia — non ha quasi mai fatto.
Quattro uomini bruciati vivi per una paga di quarantacinque euro al giorno che non arrivava da un mese e mezzo. Erano venuti dall’Afghanistan e dal Pakistan attraverso rotte che noi non percorreremo mai. Avevano diciannove anni, in due. Raccoglievano fragole. Erano invisibili. Oggi lo sono ancora di più — e questa volta per sempre.

