Il caso Bordighera, il radar invertito dei servizi sociali e la domanda che nessuno vuole fare: perché lo Stato vede tutto tranne quello che conta
“Non hanno ancora manifestato alcun desiderio di fare rientro
nell’abitazione di Bordighera e anzi hanno espresso la propria
serena adesione al percorso di collocazione protetta.”
— GIP Massimiliano Botti, ordinanza di custodia cautelare
Si chiamava Beatrice. Aveva due anni. È stata trovata morta il 9 febbraio 2026 nella villetta di Bordighera dove viveva con la madre e le due sorelline. A ucciderla, secondo la procura di Imperia, non è stato un incidente, non una malattia, non la crudeltà cieca del caso. È stata una lunga sequenza di violenze inflitte da chi avrebbe dovuto amarla. Sul corpicino, l’autopsia ha rilevato il segno di un’impronta parziale di una scarpa — compatibile con un calcio. Sul cellulare di Manuel Iannuzzi, 42 anni, arrestato all’alba del 30 maggio, gli inquirenti hanno trovato foto di Beatrice con il volto tumefatto e un video in cui alla piccola viene imposto di fumare una sigaretta mentre gli adulti ridono e lei scoppia in lacrime.
Quella notte, per far riprendere la bambina, le sorelline — nove anni e sette — le avevano tenuto la testa sott’acqua e le avevano dato dello zucchero. Senza chiamare un medico. Senza chiamare nessuno. Solo quando era già morta è arrivata la telefonata al 118. Erano le bambine più grandi a prendersi cura della più piccola. Gli adulti cenavano, bevevano, fumavano.
Il coraggio di chi aveva sette anni
Le due sorelline, affidate a una struttura protetta, hanno poi raccontato agli inquirenti ciò che avevano visto. Hanno trovato le parole. Hanno detto la verità. Hanno fatto quello che molti adulti intorno a loro non avevano fatto. Il GIP Massimiliano Botti scrive di un «vasto turbamento alla psiche delle due figlie superstiti» che «non hanno ancora manifestato alcun desiderio di fare rientro nell’abitazione di Bordighera» ed «hanno espresso la propria serena adesione al percorso di collocazione protetta». Non è una formula burocratica. È la risposta più sana che quelle bambine potessero dare: il rifiuto netto, istintivo, di tornare in un luogo che le aveva tradite. Lo hanno capito da sole. Pagando un prezzo che nessuna bambina dovrebbe pagare.
La madre Emanuela Aiello è in carcere dal giorno della morte. Aveva «isolato» le proprie figlie dal resto del mondo. Aveva evitato il pronto soccorso — anche quando Beatrice aveva un livido viola sulla mascella — perché temeva che il nonno paterno «avrebbe approfittato della situazione per chiedere l’affido». Il calcolo era freddo, lucido, esplicito: la bambina stava male, ma portarla in ospedale avrebbe significato perdere il controllo. Dunque non si andava in ospedale. Dunque Beatrice è morta.
I servizi sociali: assenti. Silenti.
E qui si apre la domanda che nessuno vuole fare ad alta voce. Quante persone sapevano? Quanti avevano visto, sentito, intuito? Un amico della coppia, la sera del 7 febbraio, vide Beatrice «molto sofferente», con il livido visibile sulla mascella. Lo scrisse chi ha redatto l’ordinanza. Qualcuno era presente. Eppure nessuno chiamò nessuno.
E i servizi sociali? Assenti. Silenti. Come se quella bambina non fosse mai esistita nel loro radar, nei loro fascicoli, nelle loro agende fitte di riunioni e protocolli. Quattro mesi di violenze sistematiche su tre bambine in una villetta di Bordighera. Nessuna segnalazione. Nessun intervento. Nessuno che bussasse alla porta.
Il paradosso è amaro quanto evidente: i servizi sociali sembrano muoversi con il radar invertito. Captano il segnale delle famiglie eccentriche ma innocue, si attivano sulle scelte di vita fuori dal coro. E spariscono quando c’è da fronteggiare il degrado, la violenza, l’abuso sistematico su un essere indifeso che non ha voce per chiedere aiuto.
La famiglia del bosco e il radar invertito
Quei medesimi servizi sociali — quelli che non videro Beatrice, che non intervennero, che non bussarono — hanno dimostrato in altri contesti di saper essere straordinariamente attivi. Con la cosiddetta «famiglia del bosco» — quella scelta di vita alternativa, sobria, fuori dai ritmi del consumo moderno — lo Stato è corso, ha valutato, ha giudicato, ha agito. Con una celerità che fa quasi tenerezza se paragonata all’inerzia mostrata di fronte a una bambina di due anni con un’impronta di scarpa sul corpo.
E non è un caso isolato. Il caso di Bibbiano — vicenda giudiziaria reale, con atti processuali, famiglie distrutte, bambini strappati a genitori perbene sulla base di relazioni discutibili e metodi contestati — ha mostrato quanto i servizi possano essere invasivi e veloci quando si tratta di schedare le abitudini di famiglie normali, giudicate pericolose da chi aveva il potere di togliere un figlio con una firma. Quello non era un servizio sociale: era un sequestro di persona con il timbro dello Stato.
Il confronto è feroce ma necessario: mentre il governo si mobilitava a difendere la famiglia del bosco — agitando la bandiera della libertà educativa, della scelta genitoriale, del diritto a vivere fuori dal coro — a Bordighera tre bambine subivano violenze sistematiche nel silenzio assoluto delle istituzioni preposte a proteggerle. Non c’è coerenza in questo. C’è solo la conferma di un sistema che sa vedere quello che fa comodo vedere e chiude gli occhi su quello che costerebbe davvero qualcosa guardare.
Il padre che vuole riabbracciarle
C’è un’ultima figura in questa storia. Maurizio Rao, padre delle tre bambine, è detenuto nel carcere di Sanremo per ragioni estranee alla morte di Beatrice. Parla solo attraverso il suo avvocato Fabio Scaffidi Fonti: «Voglio solo riabbracciare le altre mie due figlie o almeno parlare con loro, visto che da mesi non le sento neanche. Chi è responsabile deve pagare con pene esemplari». Non sappiamo abbastanza di lui per giudicarlo. Non sappiamo se avrebbe potuto fare qualcosa. Quello che sappiamo è che da una cella di Sanremo chiede di sentire le sue bambine — e che quelle bambine sono in un luogo protetto, finalmente al sicuro, mentre la giustizia fa il suo corso.
La domanda che resta
Prima di voler educare le famiglie, prima di sorvegliarle, giudicarle, schedarne le abitudini e valutarne la conformità a un modello astratto di genitorialità, lo Stato farebbe bene a guardare dentro casa propria. A chiedersi perché Beatrice è morta sotto le botte senza che nessuno abbia bussato alla sua porta. In Italia muore un bambino ogni due settimane per mano di un familiare o del compagno della madre. Non sono follie isolate. Sono il prodotto di una invisibilità strutturale — di un sistema di protezione dell’infanzia che funziona sulla carta e si inceppa nel momento in cui servirebbe davvero.
Finché non si risponde onestamente a questa domanda — perché i servizi sociali vedono le famiglie del bosco e non vedono Beatrice, perché lo Stato interviene sulla libertà di chi non minaccia nessuno e sparisce davanti a chi minaccia tutto — ogni discorso sulla tutela dell’infanzia resta quello che è: una bella parola scritta su un modulo che nessuno legge. Le due sorelline che non vogliono tornare a Bordighera hanno già capito quello che molti adulti fingono di non sapere. Che certe case non proteggono. E che a volte il coraggio più grande è quello di non tornarci.
