Una lettura critica di Mediterraneo. L’ombra del Jihad sulla Lunga Terra di Paolo Piro

RECENSIONE: Il libro di Paolo Piro si presenta come un’opera di ricostruzione storica e geopolitica del rapporto tra Islam ed Europa. In realtà esso appare soprattutto come un tentativo di confermare una tesi già stabilita in partenza: l’esistenza di una continuità sostanziale e quasi inevitabile tra il sorgere dell’Islam nel VII secolo, le conquiste arabe, l’Impero ottomano, Al-Qaeda, l’ISIS e Hamas.

L’autore dichiara di voler evitare semplificazioni. Tuttavia, l’intera architettura del volume conduce precisamente verso una semplificazione: la trasformazione di una religione professata da quasi due miliardi di persone in un soggetto storico unitario animato da un medesimo progetto di conquista.

La matrice teorica dell’opera è chiaramente riconducibile al paradigma dello “scontro di civiltà” formulato da Samuel Huntington. Proprio qui emerge il primo problema.

Huntington come premessa indimostrata

L’ipotesi di Huntington non è una legge della storia.

È una teoria elaborata negli anni Novanta per interpretare il mondo successivo alla Guerra Fredda.

Negli ultimi trent’anni essa è stata sottoposta a critiche severe da parte di storici, sociologi, islamologi e studiosi delle relazioni internazionali.

La ragione è semplice: le civiltà non agiscono come soggetti unitari.

L’Occidente non è un blocco compatto, così come il mondo islamico non è un blocco compatto.

Le guerre più devastanti della storia moderna sono state combattute all’interno della stessa civiltà occidentale e le guerre mondiali non furono uno scontro tra cristianesimo e Islam. Furono massacri tra popoli europei cristiani.

Analogamente il mondo islamico è attraversato da secoli da conflitti tra sunniti e sciiti, arabi e persiani, turchi e arabi, monarchie e repubbliche, riformisti e tradizionalisti.

Se questa pluralità viene ignorata, la storia cessa di essere storia e diventa narrazione identitaria.

Il peccato originale del libro: l’essenzialismo

L’intero volume è costruito sull’idea che esista una natura permanente dell’Islam.

Secondo questa impostazione, le conquiste arabe del VII secolo, la schiavitù, la tratta mediterranea, l’Impero ottomano, Al-Qaeda, l’ISIS e Hamas rappresenterebbero manifestazioni diverse di una medesima essenza.

Ma applicando lo stesso metodo al cristianesimo si giungerebbe a conclusioni assurde.

Si potrebbe sostenere che il cristianesimo sia per sua natura colonialista perché gli imperi europei si sono espansi in territori extraeuropei.

Si potrebbe sostenere che il cristianesimo sia schiavista perché per secoli molti cristiani giustificarono la schiavitù.

Si potrebbe sostenere che il cristianesimo sia intrinsecamente imperialista perché numerose guerre coloniali furono accompagnate da linguaggi religiosi.

Nessuno storico serio accetterebbe tali deduzioni.

Perché allora dovrebbero essere accettate quando riguardano l’Islam?

La schiavitù: un capitolo storico usato in modo selettivo

Piro ricorda correttamente il ruolo della tratta schiavista islamica.

Si tratta di una realtà storica documentata.

Tuttavia omette che la schiavitù è stata un fenomeno quasi universale.

È esistita nelle civiltà greca, romana, africana, araba, asiatica, europea e americana.

L’impressione che si ricava dalla lettura è che il sistema schiavista islamico venga presentato come una conseguenza necessaria della religione islamica.

Ma allora come spiegare il fatto che molti paesi musulmani contemporanei abbiano abolito la schiavitù? Come spiegare la presenza di movimenti abolizionisti interni al mondo islamico? Come spiegare l’evoluzione delle interpretazioni giuridiche musulmane?

La storia reale è più complessa di quanto il libro lasci intendere.

Il jihad ridotto a una sola interpretazione

Il capitolo sul jihad costituisce probabilmente il cuore ideologico dell’opera.

L’autore sostiene che il significato autentico del termine sia essenzialmente militare e che le interpretazioni spirituali rappresentino una rilettura moderna.

Tale affermazione ignora un dibattito interno all’Islam che dura da secoli.

Le scuole giuridiche islamiche non hanno mai prodotto una concezione univoca del jihad.

Esistono interpretazioni offensive, difensive, spirituali, morali e politiche.

Esistono letture radicali e letture pacifiche.

Esistono studiosi musulmani contemporanei che contestano apertamente la legittimità teologica del terrorismo jihadista.

L’autore sembra considerare irrilevante questo pluralismo.

Ma proprio qui cade la sua tesi.

Se l’Islam non possiede un’autorità magisteriale centrale equivalente al Papa e al Magistero cattolico, chi può stabilire una volta per tutte quale sia l’unica interpretazione autentica del Corano?

L’assenza di un magistero universale rende impossibile attribuire a tutti i musulmani una medesima lettura del jihad.

Hamas, ISIS e Al-Qaeda: il grande vuoto geopolitico

La parte più debole del volume riguarda l’analisi contemporanea.

Al-Qaeda, ISIS, Boko Haram e Hamas vengono descritti come espressioni quasi spontanee della logica interna dell’Islam.

Ma dove sono la storia, la geopolitica, gli interessi delle potenze regionali e internazionali?

Dove sono le guerre afghane, le monarchie del Golfo, i finanziamenti privati e statali? 
Dove sono le conseguenze dell’invasione dell’Iraq nel 2003, le responsabilità delle intelligence regionali e le guerre per procura che hanno devastato il Medio Oriente?

Senza questi elementi il jihadismo appare come un fenomeno religioso puro.

In realtà esso è anche il prodotto di contesti politici, militari e sociali estremamente complessi.

Il 7 ottobre e la cancellazione del contesto

Il capitolo dedicato al 7 ottobre 2023 rappresenta forse il punto più problematico.

Gli atroci crimini commessi da Hamas sono innegabili e meritano una condanna senza attenuazioni.

Ma l’autore li inserisce in una continuità storica che parte dai Saraceni medievali e arriva ai nostri giorni.

In questo modo il conflitto israelo-palestinese viene quasi de-storicizzato.

Scompaiono l’occupazione dei territori palestinesi, la questione degli insediamenti dei coloni ebrei.

Scompaiono decenni di guerra. Scompare la situazione umanitaria di Gaza.

Scompare il dibattito sul diritto internazionale. Scompare il numero impressionante di vittime civili palestinesi.

Scompare perfino il dibattito contemporaneo sulle accuse rivolte a Israele riguardo a pratiche che numerose organizzazioni internazionali considerano incompatibili con il diritto umanitario.

Tutto viene ricondotto a una presunta logica religiosa immutabile.

Ma la storia non funziona così.

Una paura che rischia di diventare programma politico

La conclusione del volume conduce a una rappresentazione dell’Europa come nuova “Lunga Terra” destinata a essere conquistata.

Si tratta di una narrazione che rischia di produrre esattamente ciò che dichiara di voler evitare.

Trasformare milioni di musulmani europei in potenziali colonizzatori.

Interpretare l’immigrazione quasi esclusivamente come avanzata religiosa.

Leggere il pluralismo culturale come minaccia esistenziale.

Associare sistematicamente Islam e conquista.

Tutto ciò alimenta sfiducia, sospetto e polarizzazione.

La storia insegna che quando una civiltà comincia a considerare un’intera religione come un nemico collettivo, il risultato raramente è la sicurezza.

Più spesso è la produzione di nuove forme di conflitto.


Il libro di Paolo Piro contiene numerosi dati storici reali, ma li organizza all’interno di una cornice interpretativa fortemente ideologica.

La sua tesi fondamentale non è dimostrata. È semplicemente presupposta.

L’Islam viene trattato come una realtà essenzialmente immutabile, le differenze interne vengono riconosciute formalmente e poi sostanzialmente annullate. La geopolitica viene subordinata alla teologia e la storia viene piegata a una narrazione identitaria.

Alla fine, il lettore non comprende meglio l’Islam contemporaneo. Comprende soltanto meglio le paure di una parte dell’Occidente contemporaneo. Ed è una differenza decisiva.

Una lettura che pretende di difendere l’Occidente ma finisce per ridurre la storia a ideologia: Islam, jihadismo, schiavitù e terrorismo vengono saldati in un’unica genealogia, cancellando contesti geopolitici, pluralità interne al mondo musulmano e responsabilità dell’imperialismo contemporaneo.

Dettagli

Paolo Piro

Editore: Cantagalli

Anno 2026

Pagine: 152 – Brossura 

EAN: 9791259627193

Prezzo € 11,40