Due notizie di oggi rivelano, messe in fila, la geometria del potere americano nel 2026.

C’è una scena che andrebbe dipinta, se ci fosse ancora qualcuno capace di dipingere storie invece di generarle. Da un lato, un vecchio di novantaquattro anni — Raúl Castro, già ministro della Difesa e poi presidente di Cuba, ora ritirato e malato, che compare in pubblico di rado e con l’aria di chi ha già fatto i conti con la storia — viene incriminato questa mattina da un gran giurì federale degli Stati Uniti per quattro omicidi commessi nel febbraio del 1996, quando due piccoli aerei di un gruppo di esuli cubani vennero abbattuti dai MiG dell’Avana sullo Stretto della Florida. Dall’altro, sulle scrivanie del Congresso e nelle analisi degli avvocati, si accumula la documentazione di come, in poco più di un anno di secondo mandato, Donald Trump abbia graziato oltre ottantotto condannati per reati finanziari — frode bancaria, evasione fiscale, riciclaggio — cancellando con un tratto di penna più di un miliardo e trecento milioni di dollari in risarcimenti che i tribunali avevano ordinato di pagare alle vittime.

L’incriminazione di Castro arriva in un momento in cui l’amministrazione Trump spinge con forza per un cambio di regime a Cuba, sull’onda dell’operazione che in gennaio aveva portato alla cattura di Nicolás Maduro a Caracas. Il procuratore generale facente funzione Todd Blanche, annunciando i capi d’accusa alla Freedom Tower di Miami — la stessa da cui passarono centinaia di migliaia di rifugiati cubani negli anni Sessanta — ha detto che Castro si presenterà davanti ai giudici americani «di sua spontanea volontà, o in altro modo». L’«altro modo» è la formula che tutti capiscono. È lo stesso «altro modo» che ha portato Maduro in una cella di New York. Il modello venezuelano, insomma, proposto come template per L’Avana.

L’accusa si fonda su un episodio del 24 febbraio 1996: due aerei non armati del gruppo umanitario Brothers to the Rescue, che sorvegliava lo Stretto di Florida per soccorrere i cubani in fuga su zattere di fortuna, vennero abbattuti da caccia MiG cubani, uccidendo quattro persone, tre delle quali cittadini americani. Raúl Castro era all’epoca ministro della Difesa, e il Dipartimento di Giustizia sostiene che fu lui a dare l’ordine di aprire il fuoco. Cuba ha sempre risposto che gli aerei avevano violato il proprio spazio aereo, nonostante l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile avesse poi concluso che l’abbattimento era avvenuto in acque internazionali.

La giustizia, in sé, ha i suoi ritmi. Trent’anni per arrivare a un’incriminazione non sono un fulmine. L’indagine era rimasta congelata per decenni, e la scelta di annunciarla oggi — il 20 maggio, giorno dell’indipendenza cubana — e alla Freedom Tower non è casuale: è teatro, è messaggio, è pressione politica travestita da atto giudiziario. Non che il fatto originario non meriti attenzione legale: quattro morti, tre americani, un attacco a civili disarmati sono cose serie. Ma il tempismo rivela che si tratta anzitutto di uno strumento. Come lo era l’incriminazione di Maduro, prima dell’elicottero su Caracas.

Ed è qui che la scena si fa interessante, e in un certo senso atroce.

Oltre la metà degli ottantotto indulti individuali concessi da Trump nel suo secondo anno di mandato riguardano reati finanziari. Tra i più frequenti: riciclaggio di denaro, frode bancaria, frode telematica. Circa la metà dei graziati sono dirigenti d’azienda o politici. La fired pardon attorney del Dipartimento di Giustizia, licenziata dopo aver espresso perplessità su alcune concessioni, ha dichiarato al New York Times che Trump sembra attratto da «frodi commesse da persone in cui riconosce qualcosa di sé stesso. Vede un uomo d’affari ricco e di successo e ci vede qualcosa di sé». Tra i graziati: Todd e Julie Chrisley, star televisive condannate per frode bancaria e evasione fiscale, con restituzione ordinata dal tribunale per oltre ventidue milioni di dollari, ora cancellata. Adriana Camberos, graziata in gennaio 2026, con quarantotto milioni di dollari in restituzione dovuti alle vittime, spariti nel nulla presidenziale. Paul Walczak, condannato per mancato versamento di oltre dieci milioni di dollari di imposte legate a case di cura, graziato nel momento esatto in cui iniziava a scontare la pena. 

La logica è cristallina, nella sua sfrontatezza: la legge è uguale per tutti, ma Trump decide chi sono i tutti. Per i ricchi americani connessi alla corte — quelli che hanno finanziato campagne, pagato lobbisti, telefonato alle figlie giuste — la giustizia è negoziabile, commutabile, graziabile. Lo stesso Trump ha intanto istituito una «Task Force per eliminare le frodi», mettendola in mano al vicepresidente JD Vance, dichiarando guerra agli sprechi nei programmi federali di assistenza sociale. Promesse mantenute, recita il post della Casa Bianca. I critici notano che le promesse in questione consistono nel cancellare le condanne dei propri fraudatori e contemporaneamente inseguire i fraudatori altrui. 

Ed è qui che il novantaquattrenne di L’Avana entra nel quadro come specchio deformante.

Raúl Castro è vecchio, malato, e molto probabilmente non uscirà mai dall’isola. Non c’è alcuna evidenza che abbia lasciato Cuba di recente, né che il governo cubano sia disposto a consegnarlo. L’incriminazione non ha dunque, per ora, alcuna funzione processuale reale. Ha una funzione politica precisa: legittimare, davanti all’opinione pubblica americana e cubano-americana, una pressione che potrebbe sfociare in qualcosa di militare. Il copione è quello venezuelano: prima l’incriminazione, poi la cattura. Prima il mandato d’arresto, poi l’«altro modo». 

Trump ha detto esplicitamente che «l’estradizione di Maduro ha mandato un messaggio chiaro ai suoi alleati socialisti a L’Avana». Il messaggio è: siete i prossimi. E la scelta di annunciarlo il giorno dell’indipendenza cubana, al cospetto della comunità degli esuli, con la scenografia della Freedom Tower alle spalle, non lascia molti margini all’interpretazione. 

Si potrebbe obiettare che un crimine rimane un crimine indipendentemente dall’uso che se ne fa. È vero. Ma esiste una differenza sostanziale tra fare giustizia e usare la giustizia come ariete. Il diritto internazionale si è sempre misurato con questa differenza — con risultati alterni, ma almeno nominalmente. Ciò che colpisce nel 2026 non è l’idea che un ex capo di Stato possa essere chiamato a rispondere delle proprie azioni: è la selezione degli atti da perseguire, e di quelli da cancellare, che rivela la bussola ideologica.

In una medesima settimana: i debiti verso le vittime di frodi milionarie americane vengono azzerati con un tratto di penna. Un novantaquattrenne cubano viene incriminato per fatti di trent’anni fa, con la minaccia implicita di un’operazione militare. La giustizia, nella retorica trumpiana, è uno strumento di politica estera verso i nemici e un ombrello protettivo verso gli amici.

Non è una novità nella storia americana — e nemmeno nella storia del mondo. Ma raramente l’asimmetria era stata esibita con tanta disinvoltura, quasi con ostentazione. Come se la coerenza fosse diventata non solo inutile, ma sospetta.

A Raúl Castro, che ha fatto cose terribili e probabilmente non pagherà per nessuna di esse, resta almeno il vantaggio grottesco di essere il bersaglio sbagliato della giustizia giusta. A Todd e Julie Chrisley, graziati e liberi, resta il debito morale verso le banche che hanno truffato. All’America, quello verso i propri principi.