Hormuz taglia anche internet

 L’Iran impone tasse sui cavi in fibra ottica, Alcatel sospende le riparazioni, il Mar Rosso è già degradato. Tra petrolio e bit, lo Stretto di Hormuz sta diventando il collo di bottiglia del mondo connesso.

 Esiste un’infrastruttura invisibile che regge la civiltà digitale e che quasi nessuno conosce: una ragnatela di cavi sottomarini in fibra ottica che trasporta il novantanove per cento del traffico internet globale, posata sul fondo degli oceani a profondità che rendono ogni riparazione un’impresa logistica da settimane. Quando nel settembre scorso alcuni di questi cavi si sono danneggiati nel Mar Rosso — probabilmente per un incidente, probabilmente — internet ha rallentato fino a strisciarsi in parti del Medio Oriente, dell’India e del Pakistan. Sembrava un episodio, una perturbazione passeggera. Adesso l’Iran annuncia che imporrà tariffe sui cavi che passano per lo Stretto di Hormuz, Alcatel — uno dei maggiori installatori e riparatori al mondo — ha sospeso tutte le operazioni nella regione, e il Mar Rosso è ancora degradato. Il collo di bottiglia energetico del pianeta sta diventando anche il collo di bottiglia digitale. E nessuno sa esattamente quanto tempo ci vorrà prima che qualcosa si rompa in modo permanente.

Il portavoce militare iraniano Ebrahim Zolfaghari ha detto il 9 maggio una frase che nei titoli dei giornali ha trovato poco spazio rispetto alle notizie sul petrolio e sui negoziati: il governo intende «imporre tariffe sui cavi internet». Non ha detto come, non ha detto quanto, non ha fornito dettagli operativi. Ma quella frase è bastata ad Alcatel Submarine Networks per sospendere tutte le operazioni di riparazione nella regione. È la logica della deterrenza applicata all’infrastruttura digitale: non serve tagliare nulla, per ora. Basta che riparare diventi impossibile, e il danno arriva da solo, accumulandosi nel tempo come l’usura su un ponte che nessuno può più manutenere.

Il Windward, società di analisi marittima, lo ha detto con una chiarezza che merita di essere presa sul serio: con i cavi del Mar Rosso già degradati, la pausa nelle operazioni nel Golfo minaccia «il principale collegamento dati rimanente tra Europa e Asia». Qualsiasi nuovo guasto, in queste condizioni, potrebbe diventare permanente. Non perché i cavi non si possano riparare in teoria, ma perché le navi specializzate che li riparano non possono entrare in acque dove lo status giuridico del passaggio è diventato oggetto di contesa armata.

Va detto, per correttezza, che le dimensioni del rischio globale vanno calibrate. Il traffico che attraversa lo Stretto di Hormuz è meno dell’uno per cento della banda internazionale totale — una quota marginale, in termini assoluti. Le reti sottomarine sono progettate con ridondanza e resilienza come principi fondamentali. La regione è supportata anche da connettività terrestre. L’impatto globale, per ora, sarebbe limitato. Ma l’impatto regionale — per i paesi del Golfo, per l’Iran stesso, per l’India occidentale, per parti del subcontinente — potrebbe essere tutt’altro che marginale. E la distinzione tra «impatto globale» e «impatto regionale» suona meno rassicurante quando la regione in questione è già alle prese con una guerra, un blocco navale e una crisi alimentare.

C’è poi la questione concettuale, che è forse quella più inquietante nel lungo periodo. L’Iran non sta semplicemente minacciando di tagliare i cavi — quello sarebbe un atto di guerra dichiarata contro un’infrastruttura civile globale. Sta facendo qualcosa di più sofisticato e più difficile da contrastare: sta rivendicando sovranità su di essi. La nuova Autorità dello Stretto del Golfo Persico non gestisce solo il transito delle petroliere; gestisce il passaggio, punto. Petrolio e bit, ferro e fotoni. La piattaforma Hormuz Safe — pagamenti in Bitcoin, polizze assicurative «crittograficamente verificabili», un sito web accessibile solo dall’Iran — è la forma istituzionale di questa pretesa. L’IRGC, le cui attività in criptovalute hanno gestito l’anno scorso un volume stimato di quasi otto miliardi di dollari, diventa così contemporaneamente il guardiano del passaggio e il riscossore delle tariffe.

C’è qualcosa di storicamente significativo in questa architettura. La sovranità sullo Stretto è una questione che il diritto internazionale del mare ha sempre tenuto aperta, proprio perché la sua chiusura avrebbe effetti così sistemici da risultare inaccettabile per chiunque. Ciò che l’Iran sta facendo adesso non è solo bloccare il petrolio: è costruire un sistema di riscossione del pedaggio sull’infrastruttura globale, scommettendo sul fatto che la dipendenza sia abbastanza profonda da rendere il prezzo del passaggio preferibile al costo dell’interruzione. È un calcolo che potrebbe rivelarsi sbagliato — gli Stati Uniti hanno risposto con un contro-blocco dei porti iraniani, e la pressione sulla tenuta economica di Teheran è reale — ma è un calcolo che costringe tutti gli altri a fare i propri.

Nel frattempo, mille cinquecento navi commerciali erano bloccate nel Golfo Persico all’inizio di maggio. Le compagnie aeree temono carenze di carburante. I fertilizzanti non arrivano. Il riso indiano non parte. E da qualche parte sul fondo dello Stretto di Hormuz, a profondità che una nave di riparazione non può più raggiungere, un cavo in fibra ottica trasmette ancora i dati di chi ignora che quella luce potrebbe essere tra le ultime.


La civiltà digitale posa su un fondo marino che nessuno vede e che troppo pochi difendono. Lo Stretto di Hormuz lo sapeva già per il petrolio. Adesso lo sa anche per internet. La differenza è che senza petrolio le auto si fermano. Senza cavi, smette di funzionare qualcosa che non abbiamo ancora imparato a chiamare con il suo nome: il sistema nervoso del mondo.