Duecento droni al giorno. Lo dice un capomastro senza alzare gli occhi, come se fosse la cosa più normale del mondo — e in Ucraina, nel 2026, lo è diventata. Nel seminterrato di un centro affari la cui ubicazione resta segreta, Fire Point produce a ritmo industriale i suoi FP-1: sessanta chili di esplosivo, millequattrocento chilometri di autonomia, meno di cinquantamila euro a pezzo. Abbastanza per colpire le raffinerie di Rosneft sul Mar Nero, i centri di test missilistici negli Urali, le fabbriche dove si assemblano gli Iskander. Un’azienda privata ucraina, fondata da un ingegnere che si è dottorato all’Istituto di fisica e tecnologia di Mosca, che ha trasformato la necessità bellica in un modello industriale. E che adesso vuole vendere all’Europa un missile antibalistico. Peccato che il suo nome sia comparso in una delle più importanti inchieste anticorruzione di Kiev. La storia di Fire Point è la storia di tutta l’Ucraina in guerra: straordinaria e opaca nello stesso tempo.

Denis Shtilman, 52 anni, ingegnere capo e cofondatore di Fire Point, è il tipo di personaggio che la guerra produce e che la pace fatica a immaginare. Dottore di una delle migliori università tecniche russe, ha messo le sue competenze al servizio del paese che quella stessa Russia sta cercando di distruggere. Il suo ragionamento di partenza era di una semplicità disarmante: i droni a lungo raggio ucraini costavano troppo, e una guerra di attrito non può permettersi armi care. Soluzione: controplaccato, plastica, motore economico, struttura pensata per essere usata una volta sola. Il FP-1 è, in termini di filosofia industriale, l’opposto di qualsiasi sistema d’arma occidentale: nessuna ridondanza, nessun over-engineering, nessuna burocrazia di approvvigionamento. Solo ingegneri, dice Shtilman, con un’enfasi che suona insieme come orgoglio professionale e critica alla macchina militare tradizionale.

I risultati sono difficili da contestare. I droni di Fire Point hanno colpito Kapoustine Iar, il centro test dei programmi balistici russi nella regione di Astrakhan. Hanno raggiunto Votkinsk, in Udmurtia, dove si fabbricano gli Iskander e i missili nucleari intercontinentali. Hanno attaccato il porto e la raffineria di Tuapse sul Mar Nero. Obiettivi a più di mille chilometri dal fronte, colpiti da un’azienda che tre anni fa non esisteva. È il tipo di innovazione che le grandi industrie della difesa occidentali, appesantite da decenni di contratti governativi e procedure di certificazione, non riescono a produrre alla stessa velocità.

Da questo successo nasce l’ambizione successiva: il progetto Freya, un missile antibalistico — il FP-7 — proposto all’Europa come alternativa low cost ai sistemi americani. Mezzo milione di euro a pezzo contro i due-quattro milioni degli equivalenti statunitensi. Duecentounità al mese di capacità produttiva contro le settecento annue degli americani. Shtilman ci aggiunge un elemento politico di non trascurabile peso: tutti i componenti sono ucraini tranne uno, il sistema di navigazione Safran — francese — e l’assenza di «kill switch», quei meccanismi di disattivazione remota che, sostiene l’ingegnere, equipaggerebbero gran parte del materiale militare americano venduto agli alleati. È un argomento progettato per risuonare esattamente nel momento in cui l’Europa discute della propria autonomia strategica e della propria dipendenza da Washington. Tempismo impeccabile.

Ed è qui che la storia di Fire Point si complica, come si complicano tutte le storie ucraine quando si scava abbastanza in profondità. Alla fine di aprile il nome dell’azienda è comparso in una grande inchiesta del bureau anticorruzione ucraino (Nabu). Secondo quanto rivelato da Ukrainska Pravda, Timour Minditch — uomo d’affari a lungo vicino a Zelensky, oggi rifugiato in Israele e indagato per un sistema di tangenti nel settore energetico — sarebbe un azionista occulto di Fire Point attraverso società-schermo. Il Consiglio anticorruzione presso il ministero della Difesa ha chiesto la sospensione del segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e la nazionalizzazione parziale dell’azienda. Fire Point smentisce tutto formalmente. I politologi ucraini invitano alla cautela: sono solo fughe di notizie, la giustizia non si è ancora pronunciata.

Ma la domanda che resta, e che nessuna smentita risolve, è quella che il giornalismo onesto non può non fare: come ha fatto un’azienda così giovane a crescere così in fretta, a ottenere contratti pubblici così importanti, a diventare così rapidamente un interlocutore per i partner stranieri? La risposta potrebbe essere semplicissima — talento, tempestività, prodotto giusto al momento giusto — oppure potrebbe passare per quei «reticoli di influenza» e quel «favoritismo» che la stessa stampa ucraina indipendente descrive come parte strutturale del sistema. Entrambe le risposte sono plausibili. Entrambe, forse, sono parzialmente vere.

L’Ucraina sta combattendo su due fronti da tre anni: contro i russi al fronte, contro sé stessa nelle stanze del potere. Il primo fronte ha prodotto eroi e innovatori. Il secondo ha prodotto scandali, reti clientelari, sacche di corruzione che la guerra non ha eliminato ma in certi casi ha moltiplicato, perché i contratti bellici sono urgenti, i controlli si allentano e il denaro scorre in fretta. Fire Point è, in questo senso, uno specchio perfetto della contraddizione ucraina: un successo industriale reale, documentabile, misurabile in chilometri percorsi e raffinerie colpite, che galleggia però in acque torbide dove la distinzione tra merito e raccomandazione non è sempre nitida.

Per l’Europa, che Shtilman corteggia con il suo missile da mezzo milione e la sua retorica sull’autonomia strategica, il dilemma è reale. Ha bisogno di industrie come Fire Point — veloci, economiche, innovative, non dipendenti da Washington. Ma ha anche bisogno di sapere con chi sta stringendo accordi. E in tempo di guerra, quella domanda tende a ricevere risposte affrettate.


La guerra accelera tutto: la produzione, l’innovazione, la corruzione, la necessità di non fare troppe domande. Fire Point è la prova che queste cose non si escludono a vicenda. È anche la prova che, prima o poi, le domande tornano.

Duecento droni al giorno in un seminterrato, un missile antibalistico low cost, e un’inchiesta per corruzione. Fire Point è lo specchio di un paese che combatte i russi e sé stesso contemporaneamente.