C’è un momento in cui la geopolitica smette di essere astratta e diventa un nome, un volto, un numero di telefono che non risponde. Per l’Italia quel momento è arrivato il 18 maggio, a ottanta miglia nautiche a ovest di Cipro, in acque internazionali, quando i commando della marina israeliana hanno abbordato in pieno giorno — per la prima volta di giorno, dettaglio che nessuno ha mancato di sottolineare — le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla. Tra i fermati: ventinove italiani. Tra le accuse dei sopravvissuti: proiettili di gomma. Tra le richieste al governo: un intervento «concreto e determinante». Antonio Tajani ha chiesto «urgentemente» spiegazioni a Tel Aviv sull’uso della forza. Parole giuste, tono appropriato, risultato da verificare. Nel frattempo, le barche venivano portate ad Ashdod.
La Global Sumud Flotilla era ripartita il 14 maggio dal porto di Marmaris, in Turchia, con una cinquantina di imbarcazioni e circa cinquecento attivisti da oltre quaranta paesi — un secondo tentativo dopo che il 29 aprile la marina israeliana aveva già intercettato la missione al largo di Creta, detenuto oltre 175 persone per una notte su una nave militare e portato in un carcere israeliano due attivisti, poi rilasciati il 10 maggio dopo aver dichiarato di aver subito maltrattamenti e abusi psicologici. Chi è tornato a imbarcarsi sapeva dunque cosa rischiava. Lo sapevano anche i trentacinque italiani a bordo, tra cui un deputato del Movimento 5 Stelle, Dario Carotenuto, attivisti del Bolognese e delle Marche, militanti di varia provenienza. Gente che ha scelto di esporsi fisicamente a una cosa che la politica italiana continua a non voler toccare con le mani.
Alla fine tutte le imbarcazioni della flottiglia sono state intercettate, e ventinove sono gli attivisti italiani trattenuti. La Farnesina ha seguito la situazione minuto per minuto attraverso l’Unità di Crisi e le ambasciate in Israele, Turchia e Cipro. Tajani ha usato la parola «urgentemente». Ha chiesto di «verificare l’uso della forza». Ha chiesto il rilascio. Sono le mosse corrette del manuale diplomatico — e chi conosce quel manuale sa che è un manuale scritto per non sbilanciarsi mai troppo, per protestare senza rompere, per tutelare i cittadini senza mettere in discussione i rapporti bilaterali.
Il problema è che questa volta i rapporti bilaterali sono esattamente il nodo del contendere. La Global Sumud Flotilla accusa Israele di «sistematico disprezzo per il diritto marittimo internazionale, la libertà di navigazione in alto mare e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare». Israele risponde che si tratta di «una provocazione fine a sé stessa», che nella flottiglia non ci sono aiuti umanitari, che due gruppi turchi designati come organizzazioni terroristiche ne fanno parte, e che «la Striscia di Gaza è inondata di aiuti». Due narrazioni che non si incontrano, due universi di fatto che non comunicano. E nel mezzo, ventinove cittadini italiani fermati in acque internazionali mentre cercavano di portare — o anche solo di testimoniare — qualcosa che assomigliasse a una presenza civile in un conflitto che ha già ucciso decine di migliaia di persone.
Per l’Italia, la flottiglia è uno specchio scomodo. Siamo un paese che si affaccia sul Mediterraneo, che ha nel diritto internazionale marittimo una tradizione e un interesse concreto, che dell’irrinunciabilità del diritto internazionale fa da decenni un mantra di politica estera. La procura di Roma ha già aperto un’indagine per sequestro di persona in relazione all’abbordaggio del 29 aprile. Significa che esiste, almeno sulla carta, una catena di responsabilità giuridica. Ma tra un’indagine aperta e una posizione politica chiara c’è la distanza che separa il coraggio dall’opportunità.
Siamo anche un paese che ha in Giorgia Meloni una presidente del Consiglio che ha sempre collocato il rapporto con Israele tra le priorità della sua politica estera, e in Tajani un ministro degli Esteri che equilibra con cura ogni parola su Gaza. Il che non è necessariamente sbagliato — la diplomazia vive di equilibri — ma diventa difficile da sostenere quando i tuoi cittadini tornano da Ashdod raccontando di proiettili di gomma e connessioni internet tagliate in acque che non appartengono a nessuno Stato.
C’è poi una domanda che la flottiglia pone all’Italia in modo più profondo, e che riguarda chi siamo come paese mediterraneo. La relatrice speciale ONU per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese ha scritto che «in un contesto di erosione del diritto internazionale, sono stati corpi civili come i volontari della Flotilla a tentare di difendere ciò che gli Stati non difendono più». È un giudizio severo, e forse parziale. Ma contiene una verità che fa male: quando gli Stati si ritraggono, il mare lo attraversano i civili.
L’Italia ha ventinove suoi cittadini fermati in acque internazionali e una procura che indaga per sequestro di persona. A un certo punto bisognerà decidere se quella è una questione consolare o una questione politica. Non sono la stessa cosa.
29 italiani fermati in acque internazionali, proiettili di gomma, un deputato a bordo. La Global Sumud Flotilla interpella l’Italia su ciò che è — e su ciò che vorrebbe essere.
