Come l’America torna in Africa, e perché la storia che racconta non è quella vera

A tarda notte di venerdì 16 maggio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato su Truth Social — la sua piattaforma di social media, non la sala stampa della Casa Bianca, non un briefing del Pentagono — che forze americane e nigeriane avevano ucciso Abu-Bilal al-Minuki, presentato come il secondo leader più anziano dell’ISIS nel mondo. L’operazione aveva colpito un complesso nei pressi del lago Ciad, all’incrocio di quattro paesi — Nigeria, Niger, Ciad, Camerun — uccidendo al-Minuki e molti dei suoi luogotenenti.

«Non terrorizzerà più il popolo africano, né aiuterà a pianificare operazioni per colpire gli americani», ha scritto Trump.

È una frase da tenere in mente. Non per il suo contenuto — che è vero, nei limiti in cui è verificabile — ma per la sua struttura. Due oggetti, giustapposti senza tensione: il popolo africano e gli americani. Due minacce, una sola soluzione. Una narrazione pulita, pronta per il ciclo dei social, completa di nemico eliminato e missione compiuta.

La realtà del lago Ciad è considerevolmente più complicata.

Il bacino che il mondo ha dimenticato

Il lago Ciad è uno dei più grandi specchi d’acqua dell’Africa subsahariana — o meglio, lo era. In cinquant’anni ha perso circa il 90 per cento della sua superficie, per effetto combinato dei cambiamenti climatici, della crescita demografica e dello sfruttamento agricolo. Intorno a ciò che resta vivono circa 40 milioni di persone distribuite tra quattro stati, in una delle aree più povere e più fragili del continente. È in questo spazio di crisi ambientale, fragilità istituzionale e povertà endemica che il jihadismo ha messo radici.

Boko Haram ha operato nella regione dal 2009. Dall’interno di Boko Haram si è scisso nel 2016 lo Stato islamico nella Provincia dell’Africa occidentale — ISWAP — che è la sigla sotto cui operava al-Minuki. ISWAP ha costruito la propria base di consenso in parte con la violenza, in parte con la fornitura di servizi nelle aree abbandonate dallo Stato nigeriano: protezione, giustizia sommaria, distribuzione di cibo. Non è propaganda: è la valutazione di analisti e ricercatori sul campo, tra cui il Centro per la ricerca sull’estremismo dell’Università di Oslo.

Uccidere il numero due di ISWAP è un risultato operativo reale. La designazione terroristica di al-Minuki risaliva al 2023, le sanzioni del Tesoro erano già in vigore. Non è un fantoccio. Ma la storia del lago Ciad non è la storia di un’organizzazione terroristica che aspetta di essere decapitata. È la storia di una regione che ha prodotto il terrorismo perché lo Stato — quattro stati, in realtà — l’ha lasciata sola.

La narrazione dei cristiani perseguitati

Trump ha giustificato la crescente presenza militare americana in Nigeria — 200 truppe inviate a febbraio, una serie di attacchi missilistici dal dicembre 2025, ora questa operazione — con una narrativa precisa: i cristiani vengono massacrati in Nigeria, e gli Stati Uniti intervengono per proteggerli.

È una narrativa che ha presa negli Stati Uniti, soprattutto tra i legislatori repubblicani e gli attivisti cristiani conservatori che da anni denunciano la persecuzione dei cristiani in Africa. Ed è una narrativa che il governo nigeriano ha respinto esplicitamente. «Non ci sono prove chiare per dimostrare che i cristiani vengono attaccati più frequentemente di qualsiasi altro gruppo religioso in Nigeria», dice il New York Times citando gli analisti. La violenza nel nord-est e nel nord-ovest nigeriano colpisce comunità musulmane e cristiane, pastori e agricoltori, civili e militari, senza una discriminazione religiosa sistematica riconducibile alla politica di ISWAP.

La violenza è reale. La sofferenza è reale. La narrativa della persecuzione cristiana come chiave interpretativa principale è invece una costruzione politica, utile nel mercato elettorale americano, fuorviante per capire cosa succede davvero nel Sahel.

Questa distorsione non è innocua. Una politica militare costruita su una narrativa sbagliata produce interventi mal calibrati, rischia di esasperare tensioni interreligiose che non erano il motore principale del conflitto, e offre a ISWAP un argomento di reclutamento — la crociata americana contro l’Islam — che altrimenti faticherebbe a sostenere.

Post a mezzanotte e dottrina strategica

C’è qualcosa di sintomatico nel fatto che l’annuncio sia avvenuto su Truth Social a tarda notte, senza conferenza stampa, senza briefing militare, senza dettagli sulla localizzazione dell’operazione o sulla sua dinamica. Una portavoce del Comando Africa degli Stati Uniti ha detto semplicemente di non avere «nulla da aggiungere alla dichiarazione di Trump».

L’annuncio-tweet come formato della politica estera di sicurezza non è nuovo: era già la firma della prima amministrazione Trump, ed è tornato con la seconda. Ma nella regione del lago Ciad, dove quattro governi fragili gestiscono crisi sovrapposte e dove la presenza militare straniera è politicamente sensibile, la comunicazione conta. Un post su Truth Social che parla di “missione molto complessa” senza fornire coordinate geografiche precise, che unifica in un’unica frase il “popolo africano” e gli “americani”, che non menziona i civili eventualmente presenti nel complesso colpito: questo non è un deficit di forma, è una scelta di sostanza.

Il presidente del Nigeria Bola Ahmed Tinubu ha rilasciato una dichiarazione sui social media confermando l’operazione e specificando che aveva colpito un complesso «vicino al lago Ciad», senza precisarne la nazionalità. Il lago Ciad non è nigeriano: è condiviso. Non sapere in quale dei quattro paesi si trovasse il complesso — o non volerlo dire — non è un dettaglio trascurabile in una regione dove la sovranità è materia di negoziazione quotidiana e dove gli stati vicini, Niger e Ciad, hanno espulso le forze francesi e guardano con crescente diffidenza alla presenza militare occidentale.

Il Sahel dopo la Francia

La Francia ha ritirato le proprie truppe dal Mali nel 2022, dal Burkina Faso nel 2023, dal Niger nel 2024. I governi militari che hanno preso il potere in questi paesi — in parte attraverso colpi di stato sostenuti da sentimenti anti-francesi genuini — hanno chiesto l’uscita delle forze occidentali e aperto le porte ai mercenari russi di quello che era il gruppo Wagner, ora integrato nella struttura militare russa. Il Sahel occidentale è diventato uno spazio di competizione geopolitica aperta: Russia, Cina, Turchia e ora, sempre più esplicitamente, Stati Uniti.

L’approccio americano si distingue da quello francese per alcune caratteristiche. Preferisce le operazioni bilaterali — con l’esercito nigeriano, che resta nel perimetro occidentale — agli schieramenti multilaterali. Privilegia la decapitazione delle leadership jihadiste agli addestramenti prolungati sul territorio. E, soprattutto, inserisce la presenza militare in Africa in una cornice narrativa interna — la protezione dei cristiani, la guerra al terrore — piuttosto che in una strategia di sviluppo o di costruzione istituzionale.

Questa differenza non è necessariamente un vantaggio. L’esperienza del Sahel francese ha dimostrato che eliminare i leader jihadisti senza affrontare le cause strutturali — povertà, assenza di Stato, conflitti tra pastori e agricoltori esacerbati dai cambiamenti climatici — non stabilizza le regioni. Mali, Burkina Faso e Niger sono più instabili oggi di dieci anni fa, nonostante anni di operazioni militari.

La vittoria che non risolve nulla

Al-Minuki è morto. La sua morte è un fatto. Che costituisca una svolta nella traiettoria del jihadismo nel bacino del lago Ciad è, per usare un eufemismo, da dimostrare.

ISWAP ha già dimostrato una capacità di sopravvivere alle decapitazioni: ha perso diversi leader negli ultimi anni, ha subito scissioni interne, ha affrontato la competizione di Boko Haram, e continua a essere operativa. La struttura organizzativa dei movimenti jihadisti contemporanei non è quella delle gerarchie militari tradizionali, dove eliminare il generale cambia la guerra. È una struttura reticolare, adattiva, radicata in un territorio dove le alternative allo Stato islamico sono spesso lo Stato assente.

Questo non significa che l’operazione fosse sbagliata. Significa che il frame in cui Trump l’ha presentata — missione compiuta, minaccia eliminata, “non terrorizzerà più” — appartiene a una grammatica della guerra che la realtà del Sahel ha già smentito ripetutamente.

Il lago Ciad si restringe. I 40 milioni di persone che vivono intorno a ciò che resta continuano a farlo in una delle crisi umanitarie più gravi e meno coperte del pianeta. ISWAP recruterà un nuovo numero due. E il prossimo annuncio su Truth Social, a qualche mezzanotte futura, presenterà la stessa equazione: nemico eliminato, popolo africano protetto, americani al sicuro.

La storia vera è più lunga, più buia, e non entra in un post.