La guerra degli specchi tra corruzione e pace

L’arresto dell’ex braccio destro di Zelensky per riciclaggio di denaro e il ritorno sulla scena di Angela Merkel come possibile mediatrice raccontano la stessa storia: quella di una guerra giusta combattuta con strumenti impuri, e di un’Europa che affida la propria pace alle macchine perché non si fida degli uomini.

C’è una crudeltà particolare nel modo in cui la storia si diverte a moltiplicare le ironie. Mentre l’Europa discute se affidare ad Angela Merkel — l’architetta silenziosa del Nord Stream, la custode degli accordi di Minsk — il delicato compito di mediare la pace in Ucraina, a Kiev viene arrestato l’uomo che di quella guerra era stato il principale negoziatore. Andriy Yermak, braccio destro di Zelensky, secondo in comando di uno Stato in armi, finisce davanti a un tribunale anticorruzione con l’accusa di aver riciclato denaro attraverso palazzine di lusso alla periferia della capitale. La guerra, ancora accesa, si riflette in uno specchio deformante: da un lato i missili, dall’altro i cantieri.

Non è una vicenda nuova, naturalmente. La corruzione in tempo di guerra ha radici antiche quanto la guerra stessa — anzi, prospera proprio nell’ombra del conflitto, laddove l’urgenza giustifica le deroghe e il patriottismo serve da ombrello per ogni genere di affare. Ma c’è qualcosa di particolarmente amaro nel vedere l’Ucraina — che ha costruito la propria narrazione sulla rottura con il passato post-sovietico, sulla volontà di essere diversa, europea, pulita — ritrovarsi a fare i conti con quello stesso sistema che diceva di voler abbandonare. “Una nazione che resiste eroicamente all’aggressione imperialista non dovrebbe vedere la propria leadership degenerare nella stessa cleptocrazia post-sovietica da cui afferma di voler fuggire”: così ha scritto Iuliia Mendel, ex consigliera di Zelensky, con la lucidità di chi ha visto il meccanismo dall’interno.

Il problema non è tanto Yermak — un uomo potente che ha fatto la fine degli uomini potenti quando la fortuna volta le spalle. Il problema è il sistema che ha reso possibile la sua ascesa: una corte costruita sulla lealtà personale più che sulla competenza, dove un ex produttore cinematografico diventava la seconda figura dello Stato non per elezione popolare ma per vicinanza al principe. Le democrazie liberali chiamano questo fenomeno con vari nomi, tutti eufemistici. In Ucraina, tra le bombe, ha il sapore acre della beffa.

Eppure, e qui sta la seconda ironia, l’arresto stesso dimostra che qualcosa funziona. Il tribunale anticorruzione esiste, indaga, emette sentenze. I parlamentari di opposizione convocano commissioni d’inchiesta. La stampa pubblica trascrizioni di intercettazioni. È caotico, è rumoroso, è imbarazzante per Zelensky — ma è, nel bene e nel male, il rumore di uno Stato che tenta di fare i conti con se stesso. “I partner vedono che l’Ucraina ha un sistema anticorruzione indipendente che svolge la sua funzione”, ha detto il presidente della commissione esteri del parlamento ucraino, e non ha torto: la vera cleptocrazia non arresta i propri uomini.

A Bruxelles, intanto, si tirano i fili dell’ordine del giorno del dopoguerra. Il Centro satellitare dell’UE sorveglierà le linee del cessate il fuoco. I droni e i sensori rimpiazzeranno gli osservatori in caschi azzurri. La tecnologia — neutrale, infaticabile, impossibile da corrompere — vedrà ciò che gli occhi umani fingono di non vedere. È una visione insieme rassicurante e malinconica: l’Europa che affida la propria pace alle macchine perché non si fida degli uomini, a ragione.

E poi c’è Merkel. L’ex cancelliera che parlava russo con Putin, che costruì gasdotti e firmò accordi e poi si ritirò in silenzio mentre l’Europa bruciava ciò che lei aveva edificato. Oggi viene evocata come mediatrice possibile, con la logica del male minore: conosce gli attori, è fuori dai giochi, parla tutte le lingue necessarie. Forse. Ma c’è qualcosa di perturbante nell’idea che la donna che più di chiunque altra ha incarnato la politica dell’engagement con Mosca — quella stessa politica che molti considerano concausa del disastro — venga ora chiamata a riparare ciò che, almeno in parte, ha contribuito a rompere. La storia, si sa, non ha il senso del pudore.

Quello che resta, al fondo di tutto, è una domanda scomoda: cosa diventa una nazione quando deve combattere una guerra giusta con strumenti impuri? Zelensky ha costruito la sua legittimità sulla lotta all’oligarchia, e ora quella stessa lotta lo lambisce da vicino. L’Ucraina chiede di entrare in Europa come atto di identità prima ancora che di convenienza, e l’Europa risponde con satelliti-spia e mediatori imbarazzanti. La guerra è reale, il coraggio ucraino è reale, e reale è anche il sistema che prospera nell’ombra del coraggio.

Gli specchi moltiplicano le immagini senza giudicarle. Spetta a noi, che guardiamo, decidere quale immagine credere vera.