Shafraz Naeem è sceso cinquanta volte nelle grotte di Alimathà. Cinquanta volte ha attraversato quell’ingresso tra i cinquantacinque e i cinquantotto metri di profondità, si è infilato nei cunicoli che si addentrano fino a cento metri e poi si biforcano e continuano verso il basso, sempre più giù, verso un buio che non ha fondo visibile. Cinquanta volte è tornato in superficie. Non per fortuna, dice. Per la giusta miscela di gas, l’attrezzatura adeguata, il sistema di riserva, trent’anni di esperienza, una formazione specializzata che trasforma quello che per altri è un abisso in qualcosa che conosce come una seconda casa.
Quella distinzione — tra chi conosce e chi presume di conoscere — è il cuore di questa storia. Ed è una distinzione che fa male, perché dall’altra parte non ci sono degli sconsiderati. Ci sono una biologa marina che il mare lo studiava da una vita, sua figlia cresciuta sott’acqua, ricercatori che le profondità le frequentavano per mestiere. Persone competenti, appassionate, tutt’altro che improvvisate. Eppure, secondo Naeem, non avevano la giusta miscela di gas. Non avevano i permessi per scendere a quella profondità. Non avevano l’equipaggiamento che un’immersione tecnica avanzata richiede. Scesero con l’aria normale in una grotta che si apre quasi a sessanta metri.
A quella profondità, spiega Naeem con la precisione di chi non ha bisogno di drammatizzare perché la realtà è già abbastanza drammatica, la narcosi da azoto può compromettere gravemente la consapevolezza. Il consumo di gas aumenta rapidamente. Risalire in superficie non è un’opzione semplice come aprire una porta. E se qualcosa va storto — qualunque cosa, anche la più piccola — in un ambiente chiuso e buio e senza uscite dirette, un problema solo ne genera altri a catena. La grotta non è il mare aperto, dove l’errore ha ancora dei margini. La grotta è un sistema chiuso dove l’errore si moltiplica.
Naeem usa la parola “concomitanza”. È una parola tecnica e quasi burocratica, eppure contiene dentro di sé tutta la crudeltà di quello che può essere successo laggiù: narcosi, stress, disorientamento, perdita di visibilità, problemi di navigazione, riserve di gas insufficienti, panico. Non necessariamente tutti insieme, non necessariamente in quest’ordine. Ma ognuno di questi fattori, in quell’ambiente, è sufficiente da solo ad aprire una spirale. E le spirali, nelle grotte profonde, non hanno direzione di uscita.
C’è una tentazione, in casi come questo, di cercare il colpevole unico: il tour operator che non sapeva, o che sapeva e tacque; l’operatore che superò il limite senza i permessi necessari; le autorità che non controllarono. La catena delle responsabilità esiste, va accertata, servirà ai processi. Ma Naeem suggerisce qualcosa di più inquietante di una colpa singola: suggerisce che il sistema intero abbia fallito, e che al centro di quel fallimento ci sia una sottovalutazione strutturale di cosa significhi davvero scendere in una grotta marina.
Le immersioni ricreative fino a trenta metri sono una cosa. Le immersioni tecniche avanzate in grotta sono un’altra — un’altra disciplina, un altro addestramento, un’altra filosofia del rischio. La linea che le separa non è arbitraria: è scritta nella fisica dell’acqua, nella chimica dei gas, nella fisiologia del corpo umano sotto pressione. Attraversarla senza la preparazione necessaria non è audacia. È ignoranza del confine, che è cosa diversa dal coraggio di superarlo.
Naeem lo sa bene. Ha percorso trecentotrentacinque chilometri sott’acqua attraverso gli atolli delle Maldive, settanta ore sul fondo in più di trentacinque immersioni. Conosce quella grotta meglio di chiunque altro, l’ha fotografata, l’ha mappata. E quando dice che “anche i subacquei più esperti possono trovarsi ad affrontare sfide considerevoli in ambienti del genere”, non sta cercando di giustificare nessuno. Sta dicendo che il rispetto per la profondità non è una questione di bravura ma di umiltà — l’umiltà di riconoscere che esistono luoghi dove le regole non sono burocrazie da aggirare ma confini che la natura ha tracciato con esattezza millimetrica.
Cinquanta immersioni nelle stesse grotte. Ogni volta fantastica, dice Naeem. Ogni volta con la consapevolezza dei rischi estremi che stava correndo.
Quella consapevolezza è tutto. È la differenza tra chi torna e chi no.
