C’è un luogo nella memoria collettiva che non è su nessuna mappa politica, eppure esiste con la stessa ostinazione della geografia. È il luogo dove qualcuno ha scelto di restare.
L’est della Repubblica Democratica del Congo torna a fare i conti con l’Ebola — il diciassettesimo focolaio dal 1976, come se il continente tenesse un registro di dolori. Provincia dell’Ituri, tra Rwampara e Mongwalu, zone aurifere al confine con l’Uganda dove imperversa anche la milizia jihadista dell’Adf. Duecentoquarantasei casi sospetti, sessantacinque morti, quattro attribuiti con certezza al virus. Numeri ancora piccoli, dicono gli epidemiologi. Numeri che possono crescere, aggiungono sottovoce.
Eppure la notizia non è solo il virus. È il contesto in cui il virus si muove: un territorio già devastato dalla violenza armata, con centodiciannove morti in un mese per mano delle milizie, con un aeroporto internazionale a pochi chilometri dal focolaio, con il Sud Sudan — già stremato da carestie e sfollamenti — che attende nervoso dall’altra parte del confine. L’Ebola non è solo una malattia. È una malattia che sceglie sempre i posti sbagliati, i momenti peggiori, le persone più esposte.
Ed è qui che la memoria chiede di essere convocata.
Quando nel 1976 il virus si manifestò per la prima volta a Yambuku — allora Zaire, oggi Congo — a tenerlo a bada con le sole mani, senza protocolli e senza nomi per quella cosa che uccideva, furono soprattutto loro: suore missionarie. Donne consacrate che avevano scelto di stare in un angolo dimenticato del mondo e che di fronte all’epidemia non scelsero la fuga. Alcune morirono. Morirono assistendo i malati, cambiando lenzuola contaminate, tenendo la mano a chi non aveva altra mano da stringere. Non avevano tute impermeabili né protocolli di decontaminazione. Avevano soltanto quella disponibilità radicale a restare che è, forse, la forma più silenziosa di eroismo.
Decenni dopo, durante l’epidemia che tra il 2014 e il 2016 devastò Guinea, Sierra Leone e Liberia — la più grave nella storia dell’Ebola, con oltre undici mila morti — fu Cuba a fare una cosa che i paesi ricchi non fecero: mandare medici. Più di duecentocinquanta operatori sanitari, partiti non per interesse geopolitico né per visibilità mediatica, ma in forza di una dottrina della solidarietà internazionale che quella piccola isola caraibica pratica con una coerenza che mette a disagio chi predica e non provvede. Medici cubani in tute bianche, in villaggi senza elettricità, in paesi dove i colleghi occidentali avevano giustificato la propria assenza con la distanza o il rischio. Loro erano lì.
Cosa accomuna le suore di Yambuku e i medici dell’Avana? Nulla di ovvio — diversa fede, diversa ideologia, diverso continente. Eppure qualcosa di preciso: la convinzione che la vita di uno sconosciuto malato di febbre emorragica in un posto senza nome valga quanto qualsiasi altra vita. Che la prossimità al dolore non sia una scelta volontaristica ma un obbligo morale. Che restare, quando tutto spinge ad andarsene, sia l’atto politico più autentico che esista.
Oggi l’Oms monitora, l’Agenzia africana per il controllo delle epidemie convoca riunioni di coordinamento urgente, i funzionari stilano report. Tutto necessario, tutto insufficiente senza corpi — corpi umani, in carne e ossa — disposti ad attraversare il cordone sanitario nella direzione sbagliata.
Il diciassettesimo focolaio. La provincia dell’Ituri. Un aeroporto internazionale a pochi chilometri. E da qualche parte, già in viaggio o già sul posto, qualcuno che ha deciso di restare.
Come sempre, il mondo si salva così.
