Secondo Putin la più lunga guerra in Europa dal 1945 starebbe per finire…
Ogni anno, il 9 maggio, la Russia si ferma. Si ferma per ricordare la vittoria sul nazifascismo, per onorare i ventisette milioni di morti che quell’immane carneficina costò all’Unione Sovietica, per deporre i fiori rossi sulla Tomba del milite ignoto sotto le mura del Cremlino. È il giorno più sacro del calendario russo, il solo in cui la memoria collettiva coincide con qualcosa di indubitabilmente vero: una guerra ci fu, fu terribile, e fu vinta. Ogni altra cosa — chi la cominciata, chi la finerà, quale sarà il prossimo campo di battaglia — è materia di dispute che non finiscono mai.
Quest’anno, però, la parata è in tono minore. Niente carri armati, niente dispiegamento di equipaggiamenti militari, niente della pompa imperiale che in altri anni ha trasformato la Piazza Rossa in un catalogo di potenza. Accanto a Putin siedono pochi ospiti stranieri — Lukashenko, Tokayev, qualche alleato di seconda fila. Il mondo che conta ha altri appuntamenti. E fuori dalla Piazza Rossa, a qualche migliaio di chilometri di distanza, cinquantuno attacchi vengono contati dallo Stato maggiore ucraino dall’inizio di una giornata che dovrebbe essere di tregua.
Putin ha detto, ieri, una frase che sembra uscita da un copione diplomatico scritto con cura e distribuito ai giornalisti prima della conferenza stampa: «Credo che il conflitto ucraino stia volgendo al termine». Cinque parole che possono significare tutto o niente, a seconda di chi le pronuncia e con quale intonazione. Pronunciate da un uomo che ha definito la stessa guerra «operazione speciale» per quattro anni, che ha elogiato i soldati che “si trovano ad affrontare una forza aggressiva armata e supportata dall’intero blocco Nato”, che ha concluso il discorso con «la vittoria è sempre stata e sempre sarà nostra» — pronunciate da quell’uomo, in quel contesto, quelle cinque parole non annunciano la pace. Annunciano la disponibilità a farla sembrare una vittoria.
La differenza non è sottile. È abissale.
La tregua è durata tre giorni. Tre giorni negoziati per telefono tra le amministrazioni russa e americana, annunciati da Donald Trump con l’entusiasmo di chi crede di aver appena fermato la storia: «Si spera che questo segni l’inizio della fine di una guerra lunghissima, letale e aspramente combattuta». Speranza legittima, nel senso in cui tutte le speranze sono legittime. Ma il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov ha risposto con la pazienza di chi ha già visto questo film: l’estensione della tregua «non dipende solo da lui, ma anche dalle altre due parti». Traduzione: noi non abbiamo detto di no. Abbiamo detto che non dipende da noi.
È una tecnica vecchia come la diplomazia: dichiarare apertura senza concedere nulla. Putin apre ai negoziati con l’Unione Europea — «Mosca non ha mai rifiutato» — ma aggiunge di preferire come negoziatore Gerhard Schröder, ex cancelliere tedesco, amico di lunga data del Cremlino, figura già scartata dall’Europa stessa come interlocutore credibile. L’apertura con una condizione inaccettabile incorporata non è un’apertura: è una porta che sembra aperta e ha il cardine dall’altra parte.
Mentre le delegazioni lavorano alle liste dei prigionieri di guerra — e uno scambio, dice Ushakov, potrebbe avvenire «bastanza rapidamente», se Kiev risponderà alle proposte che Mosca sostiene di aver già inviato senza ricevere risposta — la macchina retorica del Cremlino continua a girare su se stessa con la precisione di un meccanismo collaudato. La guerra è quasi finita, ma i soldati russi sono eroi che avanzano. La tregua è in vigore, ma cinquantuno attacchi sono stati contati dal mattino. I negoziati sono possibili, ma la parte ucraina non ha ancora risposto. Il cessate il fuoco non sarà esteso, ma gli Usa «hanno fretta» e il percorso è «olto lungo, con dettagli complicati».
Ogni affermazione è vera. Ogni affermazione è compatibile con la sua contraria. È questo il linguaggio della guerra che non finisce: non il silenzio, non la menzogna sfacciata, ma la verità moltiplicata fino a rendere impossibile capire quale sia quella reale.
Zelensky, nel frattempo, ha ordinato di non attaccare Mosca durante la parata. Una scelta che ha il sapore di una concessione simbolica verso il negoziato, o di un calcolo militare, o di entrambe le cose. I russi avevano avvertito che in caso contrario avrebbero risposto con un «massiccio attacco missilistico» di rappresaglia. La notte precedente, però, un missile balistico Iskander-M e quarantatré droni avevano già colpito l’Ucraina, in piena tregua, con la stessa indifferenza con cui un orologio segna un’ora qualsiasi.
La storia del 9 maggio russo è la storia di una vittoria su un nemico sconfitto ottant’anni fa, invocata ogni anno per giustificare battaglie presenti. È una liturgia potente, forse la più potente che la Russia moderna abbia saputo costruire. Ma le liturgie, per quanto potenti, non fermano i droni.
Il conflitto ucraino sta volgendo al termine, ha detto Putin. Forse è vero. Le guerre finiscono tutte, prima o poi, nel senso in cui finisce tutto. La domanda che nessuno alla Piazza Rossa ha fatto — e che nessun consigliere presidenziale ha risposto — è un’altra: a quali condizioni, e per chi, sarà una fine?
I fiori rossi sulla Tomba del milite ignoto erano freschi. La guerra, fuori, andava avanti.
