Guerra di nervi e narrazioni differenti nel conflitto tra Iran e USA mentre Israele se la gode

C’è qualcosa di antico, quasi di immutabile, nel modo in cui le guerre si combattono oggi intorno agli stretti. Termopili, Lepanto, Hormuz: la storia ha una predilezione per i passaggi obbligati, per quei punti della geografia dove il destino si stringe in pochi chilometri di acqua e tutto il resto del mondo trattiene il fiato.

Lunedì sera, mentre il fumo si alzava dagli impianti petroliferi di Fujairah, qualcuno avrà certamente controllato i futures sul greggio prima ancora di contare i feriti — tre operai indiani, corpi lontanissimi da qualsiasi mappa del potere. È questa la grammatica delle guerre per procura: il danno collaterale ha sempre il passaporto di chi non ha voce in capitolo.

L’Iran non voleva colpire gli Emirati, ci ha tenuto a precisare. Eppure li ha colpiti. Nel linguaggio della deterrenza, questa distinzione tra intenzione ed effetto è, a un tempo, cruciale e irrilevante: cruciale perché preserva uno spiraglio diplomatico, irrilevante perché il fuoco brucia lo stesso. Teheran gioca con la geometria dei messaggi, calibra la violenza come si calibra un termostato — abbastanza caldo da fare male, non abbastanza da incendiare tutto. È una forma di comunicazione brutale, ma è pur sempre comunicazione.

Washington, dal canto suo, ha risposto con il “Progetto Libertà” — un nome che sa di manifesto elettorale più che di strategia militare. Quindici mila uomini per scortare navi attraverso uno stretto: una forza enorme impiegata per dimostrare che il commercio può continuare, che il petrolio deve scorrere, che le elezioni di novembre non possono permettersi prezzi alla pompa fuori controllo. La geopolitica, quando si avvicina al voto, diventa una forma di economia domestica su scala globale.

Gli Emirati, nel mezzo, incarnano la contraddizione del Golfo contemporaneo: hanno firmato gli Accordi di Abraham, si sono avvicinati a Israele, hanno appena annunciato l’uscita dall’OPEC+, cercano Iron Dome sul loro territorio. Hanno scelto il campo israelo-americano con una decisione che oggi si misura in raffiche di droni e in edifici ADNOC sinistrati. L’autonomia geopolitica ha sempre un prezzo; la domanda è chi, alla fine, lo paga davvero.

Quel che colpisce, in questa crisi come in molte altre, è la velocità con cui ci siamo abituati al lessico della soglia: “la maggior parte dei proiettili sono stati abbattuti”, ha detto Trump con la nonchalance di chi commenta un risultato sportivo. Come se l’intercettazione del 90% dei missili fosse, dopotutto, un successo accettabile. Come se vivere sotto un cielo che spara fosse diventato ordinario.

La vera posta in gioco non è il terminal di Fujairah, né i 1,5 milioni di barili quotidiani che vi transitano. È la narrazione: chi riesce a far credere all’altro — e al mondo — di poter resistere più a lungo. In una guerra di logoramento, la percezione della resistenza vale quanto la resistenza stessa.

E intanto, in una città della enclave omanita di Musandam, qualcuno ha trovato i segni di un errore di targeting. Anche gli errori, in questa guerra, sembrano calibrati.