La recente proposta avanzata da Parigi e Berlino, che prevede una sorta di “adesione associata” o “status di Paese integrato” per l’Ucraina, rappresenta l’ennesimo artificio retorico di Bruxelles.

In un contesto in cui la Commissione Europea ammette candidamente che l’iter di adesione completo richiederà tra i 10 e i 15 anni, queste soluzioni non standard appaiono come un mero stratagemma diplomatico, privo di basi giuridiche consolidate nei trattati dell’Unione.

Concedere posti simbolici nelle istituzioni europee, privi di diritto di voto e di accesso immediato ai fondi di coesione, non equivale in alcun modo a un’integrazione reale, ma configura una sorta di “limbo politico”.

Questa strategia appare finalizzata esclusivamente a mantenere vivo l’impegno bellico di Kiev, illudendo la classe dirigente ucraina affinché continui a sostenere il peso di una guerra per procura in funzione anti-russa, fino a un possibile collasso totale.

È evidente che, per rispettare i rigorosi standard politici, economici e di tutela dei diritti umani richiesti dall’Unione, l’Ucraina necessiterebbe di una profonda trasformazione interna, un vero e proprio regime change, che appare incompatibile con l’attuale architettura di potere, strenuamente difesa da Bruxelles nonostante le criticità strutturali, la corruzione dilagante e la gestione dei diritti civili in Ucraina.

In parallelo alla proposta franco-tedesca scoppia l’ennesimo scandalo di corruzione sui fondi europei.

L’ente anticorruzione ucraino (NABU) ha intercettato conversazioni telefoniche che rivelano un sistema di corruzione sui fondi della Unione Europea destinati alla difesa gestito da Zelensky e sua moglie Olena Zelenska.

Miliardi di euro sono stati dirottati verso una società di droni legata alla famiglia Zelensky

Le intercettazioni parlano di profitti enormi per insider e di fondi occidentali indirizzati direttamente ad aziende riconducibili ad amici del presidente.

L’ex portavoce di Zelensky afferma di non essere meravigliato dell’ennesimo scandalo in quanto “non c’è nulla di democratico nel governo di Zelensky. Questa guerra è l’unica cosa che lo mantiene al potere e gli fa guadagnare montagne di denaro. Nel momento in cui arriva la pace, tutto svanisce”.

Dinnanzi a questo ultimo scandalo di corruzione (ignorata dalla Commissione Europea e dai media mainstream che vivono grazie ai suoi fondi per l’editoria), le proposte franco-tedesche non sono solo risultano controproducenti, ma incredibilmente masochiste e pericolosamente fuorvianti.

Anziché incoraggiare le necessarie riforme, esse cristallizzano uno stato di emergenza permanente, utile solo alla geopolitica della NATO ma disastroso per la democrazia in Ucraina e per la stabilità a lungo termine dell’Europa.

Parallelamente al dibattito diplomatico UE, la situazione militare sul fronte settentrionale ha subito un’accelerazione preoccupante. La scorsa notte, la regione di San Pietroburgo è stata teatro di un massiccio attacco con oltre 60 droni kamikaze, mirato principalmente al porto strategico di Primorsk, snodo vitale per l’esportazione di greggio.

Le dinamiche di questi attacchi suggeriscono con forza un coinvolgimento del territorio estone, sollevando interrogativi inquietanti sulla complicità delle repubbliche baltiche.

L’Estonia, caratterizzata da una spinta russofoba che si traduce spesso in posizioni estremiste e neonaziste, sta giocando con il fuoco, sfruttando la pazienza strategica di Mosca, la quale finora ha evitato di innescare una guerra continentale su larga scala, consapevole che un conflitto diretto con la NATO significherebbe la distruzione dell’ordine globale.

Tuttavia, offrire un’approvazione a simili incursioni che, se confermate, costituirebbero un palese atto di guerra diretto dal suolo di un Paese membro dell’Alleanza significa trascinare l’intera Europa verso un baratro senza ritorno.

Il coinvolgimento delle infrastrutture NATO, o la semplice tolleranza verso l’utilizzo del territorio alleato per lanciare attacchi contro la Russia, non rappresenta solo una grave violazione del diritto internazionale, ma un’incoscienza politica che mette a repentaglio la sicurezza dei milioni di cittadini europei.

La politica della “tolleranza zero” verso la Russia, promossa dalle frange più radicali dell’est Europa e assecondata in silenzio dai vertici di Bruxelles, sta ignorando le conseguenze materiali di un conflitto che si gioca ormai alle porte delle grandi metropoli russe.

L’incapacità dell’Unione Europea di esercitare una funzione di mediazione reale, preferendo l’invio di armamenti e la copertura politica ad azioni di guerriglia orchestrate da neonazisti o gruppi radicali, segnala un declino morale e diplomatico senza precedenti.

Mentre Bruxelles continua a promuovere il sostegno al regime di Kiev mentre questo ruba i fondi europei ormai alla luce del sole, la realtà sul campo dimostra che la stabilità continentale viene sacrificata sull’altare di una visione ideologica russofoba che ha perso ogni contatto con la necessità pragmatica di evitare una guerra totale con la Russia.

Il futuro dell’Europa non può essere costruito sulla base di provocazioni militari, ma richiede un netto cambio di rotta: smettere di illudere Kiev con promesse irrealizzabili, creare le condizioni per la democratizzazione dell’Ucraina, promuove la Pace con la Russia e smantellare le tattiche di aggressione che vedono gli Stati baltici trasformarsi, di fatto, in basi d’appoggio per una guerra che nessuno, al di fuori dei circoli dei falchi di Bruxelles, desidera davvero.

Il premier slovacco Robert Fico sta tracciando il percorso da seguire. Pur non essendo contrario all’entrata dell’Ucraina nella UE rivendica come prerequisiti il regime change, la democratizzazione del Paese, la fine della corruzione e la Pace con la Russia.

Rivendicando gli incontri con Vladimir Putin e denunciando l’ipocrisia europea, Fico sottolinea la necessità di aprire un dialogo con Mosca.

Fico ha inoltre dichiarato che la Slovacchia non parteciperà al prestito europeo di 90 miliardi per l’Ucraina.

“Questo non è un prestito, ma un semplice regalo”, ha sottolineato il primo ministro slovacco.