Trump attacca nuovamente Leone XIV: “Mette in pericolo i cattolici”

C’è un’ironia feroce, quasi crudele, nel vedere Donald Trump accusare il Papa di mettere in pericolo i cattolici. Proprio lui. Proprio ora.

Leone XIV — Robert Francis Prevost, il primo pontefice americano della storia — si ostina a predicare la pace mentre Washington bombarda. Parla di Vangelo mentre i cacciabombardieri decollano. Chiede misericordia mentre i consiglieri della Casa Bianca contano testate. E per questo, secondo il presidente degli Stati Uniti, sarebbe un pericolo per i fedeli. Colui che nella tradizione cattolica conferma i fratelli nella fede diventerebbe, nel lessico trumpiano, un agente del caos. La logica è quella del mondo capovolto: pericoloso è chi chiede pace, virtuoso è chi fa la guerra.

Ma lasciamo stare la teologia. Il dato politico è già abbastanza eloquente.

Trump si sta autoinfliggendo una ferita che nessun avversario avrebbe potuto aprirgli con altrettanta precisione. L’elettorato cattolico americano — che lo aveva sostenuto con convinzione, che aveva visto in lui un argine al progressismo laicista — oggi lo guarda con disagio crescente. Ogni insulto al Pontefice è un voto che si allontana, silenziosa defezione di quei normie repubblicani di cui parlano i sondaggisti: non irriducibili MAGA, non Never Trumpers, semplicemente conservatori che credono ancora che il Papa meriti rispetto. Gente che va a messa la domenica. Gente che non dimentica.

Eppure la storia avrebbe dovuto insegnare qualcosa. La Chiesa romana ha attraversato imperatori, inquisizioni, rivoluzioni e guerre mondiali. Ha sopravvissuto a scismi interni assai più laceranti di un post su Truth Social. Ha il passo lungo. Non risponde ai cicli elettorali. Non cambia linea per compiacere chi oggi comanda e domani potrebbe non esserci più. Parolin lo ha detto con la placidità di chi sa di avere il tempo dalla propria parte: il Papa va avanti per la sua strada. Non come sfida, non come provocazione. Come constatazione.

È in questo scenario che si inserisce la visita di Marco Rubio, cattolico praticante, segretario di Stato, emissario di quella stessa amministrazione che nei giorni precedenti ha usato il Pontefice come bersaglio retorico. Rubio arriva a Roma per ricucire, si dice. Ma uno strappo si ricuce solo se entrambe le parti smettono di tirare. E mentre il diplomatico prepara i dossier, il presidente rilascia un’altra intervista al Salem News Channel sostenendo che Leone XIV riterrebbe normale che l’Iran si doti di arma nucleare. L’accusa è talmente sproporzionata da risultare quasi comica, se non fosse che riguarda il capo di una delle istituzioni più antiche del mondo.

Cosa rimane, allora, della visita di Rubio? Forse solo la forma. Il protocollo. La fotografia davanti alla Pietà.


Ma c’è un capitolo tutto italiano in questa storia, e sarebbe disonesto ignorarlo.

Matteo Salvini ha dichiarato, con il tono di chi trae saggezza da un’improvvisa illuminazione: il Papa non si discute, si ascolta. Parole giuste. Parole doverose. Parole che suonano però come un’amnesia selettiva, pronunciate dall’uomo che per anni ha ostentato il rosario in campagna elettorale e che — quando Francesco era sul soglio — non perdeva occasione per sussurrare, e talvolta gridare, che il suo Papa era Benedetto. Come se la fedeltà al Pontefice fosse una questione di preferenze personali, da esercitare a piacimento. Come se il Vicario di Cristo diventasse tale solo quando le sue posizioni non disturbano le alleanze geopolitiche di turno.

Allora le simpatie erano altrove. Allora il silenzio era rotto da citazioni alternative, da pellegrinaggi simbolici verso una visione della Chiesa più comoda, più allineata a certi idoli nordici dell’ordine e dell’identità. Oggi, con un Papa americano che critica le guerre americane e con Washington che rappresenta ancora l’asse portante di quell’Occidente sovranista di cui Salvini si è sempre dichiarato figlio, il silenzio è tornato. Ma è un silenzio diverso: imbarazzato, calcolato, tatticamente opportuno.

Il Governo italiano non ha trovato le parole. Lo Stato italiano nemmeno. Nessuna nota ufficiale, nessun richiamo diplomatico, nessuna presa di distanza pubblica dagli insulti di Trump verso il Pontefice. Eppure siamo il Paese che ospita la Santa Sede. Eppure siamo una Repubblica che nella sua storia ha intrecciato i destini nazionali con quelli della Chiesa in modo che nessun trattato ha mai del tutto sciolto.

Il silenzio, in diplomazia, non è mai neutro. È sempre una scelta.

Leone XIV intanto predica. Come farebbe, direbbe Parolin, in ogni occasione opportuna e inopportuna. Non ha paura dell’amministrazione Trump — lo ha detto con quella serenità che appartiene a chi non dipende dai sondaggi. Parla del Vangelo. Parla di pace. Parla di civili che muoiono nelle guerre che altri decidono da lontano.

È questo il “pericolo”?

Se così fosse, saremmo già oltre la politica. Saremmo dentro una crisi di senso molto più profonda: quella di un Occidente che non sa più distinguere tra chi alimenta le fiamme e chi porta l’acqua.

La Chiesa va per la sua strada. L’ha sempre fatto.

Il resto è rumore.