Il Card. Zuppi ricorda 50 anni dal terremoto del Friuli

C’è una data che il Friuli porta incisa nella pietra della memoria come un’iscrizione funebre e al tempo stesso come un atto di fondazione: 6 maggio 1976. Cinquantanno anni. Quanto basta perché i bambini di allora siano diventati nonni, perché i testimoni diretti si assottiglino, perché il ricordo rischi di scivolare dall’esperienza vissuta alla storia narrata — quel passaggio sottile e irreversibile in cui il dolore smette di bruciare e comincia, pericolosamente, a istruire.

Eppure a Gemona, il 3 maggio, qualcosa ha resistito a quella deriva. Il cardinale Matteo Zuppi, nella messa commemorativa, ha pronunciato una frase che vale più di molti discorsi: il terremoto distrugge, l’amore rimette assieme. Nella sua semplicità quasi proverbiale, quella formula nasconde una teologia e una politica, un’antropologia e una scommessa. Dice che la catastrofe non è l’ultima parola. Dice anche — e qui sta il peso specifico della cosa — che la parola successiva non viene da sola: va pronunciata, organizzata, voluta.

Il cosiddetto “modello Friuli” fu esattamente questo: una volontà collettiva tradotta in metodo. Mons. Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine, ne fissò le priorità con una lucidità che aveva del profetico: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Un ordine che potrebbe sembrare laico fino alla provocazione, e che invece era profondamente evangelico. Perché rimetteva al centro l’uomo che lavora, l’uomo che abita, l’uomo che prega — in quest’ordine, perché senza pane e senza tetto la preghiera diventa astrazione e la comunità si disperde. La chiesa può attendere: la dignità no.

Da quella stagione nacquero istituzioni che oggi diamo per scontate, come se fossero sempre esistite: la Protezione Civile, la Caritas nelle sue forme organizzate. La necessità, si sa, è madre dell’invenzione; ma non ogni necessità genera qualcosa di duraturo. Il Friuli generò strutture perché dietro alle strutture c’erano persone capaci di trasformare il lutto in progetto, il crollo in cantiere. Non è un miracolo, è qualcosa di più raro: è civiltà.

Zuppi, nell’omelia, ha citato Paolo VI con una citazione che merita di essere meditata: il nostro cuore è come un sismografo. Piangiamo e ridiamo insieme, vibrando in sintonia con ciò che accade lontano da noi. È una metafora bella e esigente, perché il sismografo non sceglie cosa registrare: tutto lo attraversa, ogni tremore del mondo, ogni onda d’urto. Tenere acceso quel sismografo — non anestetizzarlo con l’indifferenza, non bloccarne l’ago con la noncuranza — è il compito morale che la memoria di Gemona rilancia, cinquant’anni dopo, a ciascuno di noi.

Il cardinale ha osato il parallelo scomodo: come essere indifferenti ai terremoti di oggi, come la guerra? È la domanda che spezza la retorica commemorativa e la riconsegna al presente. Perché le macerie non sono solo quelle di pietra e calcina; ci sono macerie di corpi, di città, di famiglie, di infanzie, che continuano ad accumularsi mentre noi, comodamente lontani, osserviamo o distogliamo lo sguardo. Il Friuli del 1976 era lì, era visibile, era nostro. Le rovine di oggi sono spesso altrove, il che le rende più facili da ignorare e più urgenti da non ignorare.

Ricostruire la casa è ricostruire la comunità, le relazioni, ha detto ancora Zuppi. La frase suona come un’eco di Battisti attraverso i decenni, una staffetta di saggezza che passa di mano in mano. E forse è proprio questo il senso più profondo di una commemorazione che non voglia essere soltanto rito: non preservare la memoria come si preserva un reperto in teca, ma riattivarla come forza viva, capace di orientare scelte presenti.

Il Friuli si è rialzato. Lo sappiamo, lo celebriamo, ne siamo, a ragione, fieri. Ma il messaggio che parte da Gemona non è un bollettino di vittoria: è un invito. A non perdere tempo a dividerci, come ha detto il cardinale con quella semplicità diretta che è la sua cifra. A fare del cuore un sismografo vigile. A ricordare che sotto ogni maceria — di pietra o di storia — c’è ancora qualcuno che aspetta di essere tirato fuori.

Cinquant’anni. E l’amore, faticosamente, rimette ancora assieme.