Leone XIV riceve la visita di Sua Grazia Sarah Mullally. Tradizionalisti in fibrillazione

Esiste una forma di ignoranza che si traveste da vigilanza. Non è la semplice lacuna culturale — quella è umana, perdonabile, spesso feconda — ma è l’ignoranza militante, quella che sceglie di non sapere perché sapere complicherebbe il mestiere. È l’ignoranza di chi ha già scritto il titolo prima che l’evento accada, e adatta i fatti alla propria precomprensione come si adatta un testo sacro a una predica già pronta.

A questa categoria appartengono i commentatori — cattolici, si definiscono — che hanno accolto la visita dell’Arcivescovo di Canterbury a Leone XIV con l’entusiasmo di chi scorge nell’ecumenismo una forma subdola di relativismo dogmatico. Costoro ignorano — o fingono di ignorare — che il dialogo cattolico-anglicano non è una concessione postconciliare al Zeitgeist, ma affonda le radici in una delle intuizioni più rigorose del magistero moderno: che l’unità visibile della Chiesa non è un optional pastorale, ma una questione di credibilità escatologica del Vangelo stesso.

Lo aveva capito Giovanni XXIII quando convocò il Concilio. Lo aveva tradotto in atto Paolo VI quando, il 24 marzo 1966, ricevette Michael Ramsey nella Cappella Sistina e firmò con lui una Dichiarazione comune che parlava esplicitamente di «restaurazione della piena comunione nella fede e nella vita sacramentale» — non di vago fratellantismo interreligioso, non di sincretismo devozionale, ma di comunione: termine tecnico, carico di peso ecclesiologico preciso. Da quell’incontro nacque l’Anglican-Roman Catholic International Commission, l’ARCIC, che nei decenni successivi avrebbe prodotto accordi dottrinali significativi sulla giustificazione, sull’eucaristia, sul ministero ordinato — documenti che i detrattori dell’ecumenismo raramente hanno letto, e ancor più raramente confutato con argomenti che non siano l’appello all’ovvietà.

Leone XIV sa tutto questo. Lo rivela la scelta del motto episcopale — In Illo uno unum — che non è una formula di circostanza ma una citazione agostiniana di precisione chirurgica. Agostino, nelle Enarrationes in Psalmos, riflettendo sul Salmo 127, articola una cristologia dell’incorporazione: l’unità dei credenti non è prodotto di volontà umana né di negoziato diplomatico, ma partecipazione all’unità del Cristo totale, totus Christus, capo e corpo. È questa la premessa teologica da cui muove il papa quando dice che le divisioni tra i cristiani «indeboliscono la nostra capacità di essere efficaci portatori di pace». Non è un argomento pragmatico — uniamoci per funzionare meglio — ma è un argomento ontologico: la divisione contraddice la natura della Chiesa come sacramento di unità nel senso in cui la Lumen Gentium intende questo termine. Contraddice, cioè, ciò che la Chiesa è, prima ancora di ciò che la Chiesa fa.

Il Papa riconosce con onestà che il cammino è diventato più arduo. I «nuovi problemi sorti negli ultimi decenni» — formula diplomatica che copre questioni di antropologia teologica e di dottrina del ministero ordinato sulle quali la distanza tra Roma e Canterbury si è oggettivamente accresciuta — non vengono minimizzati. L’ordinazione delle donne al presbiterato e all’episcopato rimane per la Chiesa cattolica una questione chiusa sul piano dottrinale, come ribadito da Giovanni Paolo II nella Ordinatio Sacerdotalis del 1994 con un’affermazione che si voleva definitiva. Che una donna sieda oggi sulla cattedra episcopale anglicana è dunque, dal punto di vista cattolico, canonicamente irrituale — termine tecnico che non implica giudizio morale sulla persona, ma registra un dato di incompatibilità strutturale con la dottrina cattolica del sacramento dell’ordine.

Eppure Leone XIV sceglie di incontrare, di dialogare, di pregare insieme. Perché? Non per ignorare il problema, ma perché esiste una gerarchia delle operazioni teologiche: prima si riconosce ciò che già ci unisce — il battesimo, la Scrittura, il Credo niceno-costantinopolitano, la centralità cristologica — e poi, da quella base di comunione reale seppur imperfetta, si affronta ciò che ancora divide. È la logica dell’ecumenismo spirituale che il decreto conciliare Unitatis Redintegratio pone come anima di tutto il movimento ecumenico. Trattare le difficoltà come se annullassero la comunione già esistente sarebbe teologicamente scorretto prima ancora che pastoralmente sterile.

Per gli addetti ai lavori su questo sfondo, il caso – ad essi noto – di padre Morgan assume un rilievo quasi paradigmatico — ma in senso inverso, come antimodello di ciò che il dialogo ecumenico richiede.

Morgan — cappellano di un monastero della Cornovaglia di natura quanto meno originale: un amalgama di segni e riti presi dai libri di storia delle clarisse, francescane, carmelitane e benedettine guidato da un’ex religiosa francescana la cui formazione spirituale appare difficile da inquadrare in qualsiasi categoria canonica riconoscibile — percorse una traiettoria confessionale che difficilmente si può leggere in chiave di itinerarium mentis in Deum. Da prete cattolico si fece anglicano per contrarre matrimonio — scelta che nella logica anglicana ha una sua coerenza interna, poiché quella tradizione ammette il ministero ordinato per i coniugati. Morta la moglie, rientrò nella Chiesa cattolica. Fin qui il dolore può essere maestro, e la grazia lavora per vie imperscrutabili.

Il problema è la forma che questa reintegrazione assunse. Morgan non tornò nella Chiesa cattolica come il figliol prodigo della parabola lucana — umile, consapevole delle proprie contraddizioni, grato per l’accoglienza — ma vi tornò come l’inquisitore che non si era mai assentato. Anticonciliare, ultratradizionalista, antibergogliano con la sistematicità di chi deve compensare qualcosa, ostile a quella stessa apertura ecumenica che — paradossalmente — aveva reso possibile il suo percorso anglicano. L’appartenenza ecclesiale come strumento, dunque: duttile all’occorrenza, inflessibile quando conviene esibirla. La confessione cristiana come abito da cerimonia tutto di un pezzo, anzi di pizzo, riposto nell’armadio nelle stagioni in cui impaccia e tirato fuori quando torna utile.

Ora, tra padre Morgan e la donna vescovo anglicana, individuare un campione di maggiore coerenza teologica è esercizio tutt’altro che scontato. La vescova ha percorso la propria strada seguendo le regole della propria confessione, con le quali Roma è in disaccordo dottrinale dichiarato — ma si tratta di un disaccordo su posizioni che l’anglicanesimo oggi sostiene in modo argomentato. Padre Morgan ha attraversato le confessioni cristiane come si attraversano i confini di uno stato in cui le dogane funzionano male, e si è poi eretto a custode dell’ortodossia di una Chiesa che aveva lasciato. Tra i due, il termine irrituale — canonicamente appropriato per descrivere l’episcopato femminile anglicano dal punto di vista cattolico — potrebbe con qualche ragione essere rivendicato anche dall’altro versante della comparazione.

Ma torniamo al cuore della questione. Il Papa, nella sua allocuzione, cita Francesco: «sarebbe uno scandalo se, a causa delle nostre divisioni, non adempiessimo la nostra vocazione comune di far conoscere Cristo». La parola scandalo ha qui il suo peso evangelico preciso: è il termine greco σκάνδαλον, la pietra d’inciampo, ciò che ostacola il cammino altrui verso la salvezza. Che le divisioni storiche tra cristiani abbiano costituito uno scandalo in questo senso — basti pensare a come le guerre di religione abbiano delegittimato il messaggio evangelico per intere generazioni europee — è difficile da negare.

I blog tradizionalisti che hanno trovato nell’incontro di lunedì 27 aprile materia di allarme, invece che di riflessione, rischiano di aggiungere la propria pietra d’inciampo a quelle già presenti sul cammino. Non perché il dialogo ecumenico sia privo di difficoltà reali — le ha, e sarebbe disonesto negarlo. Ma perché trasformare ogni gesto di fraternità cristiana in un atto quasi sacrilego che stricto iure non lo è.

In Illo uno unum. Nell’Unico siamo uno. Non ancora visibilmente, non ancora pienamente — e questa incompiutezza è una ferita che il Papa non nasconde. Ma il cammino verso quella unità è già, in sé, una forma di testimonianza. Anche questo, forse, si potrebbe imparare. Se si avesse la pazienza di leggere (il Vangelo e la storia) prima di scrivere.


L’allocuzione di Leone XIV all’Arcivescovo di Canterbury è datata 27 aprile 2026, nel tempo pasquale, sessant’anni dopo la Dichiarazione comune di Paolo VI e Michael Ramsey.