Un soldato israeliano ha distrutto con una mazza da demolizione il crocifisso di una famiglia cristiana in Libano. Il mondo si è indignato. Provvedimenti disciplinari in corso sui responsabili
C’è un gesto che vale più di molti discorsi. Quello di un soldato che imbraccia una mazza — lo stesso attrezzo da demolizione che si usa per abbattere muri — e la porta sul volto di Cristo crocifisso. Non su una grande statua esposta in una piazza, non su un monumento militarizzato: su un piccolo santuario di famiglia, nel giardino di una casa privata, nel villaggio maronita di Debel, nel sud del Libano occupato dall’esercito israeliano.
La foto ha cominciato a circolare sui social media il 19 aprile. Un soldato delle Forze di Difesa Israeliane colpisce con una mazza la testa di una statua di Gesù crocifisso, staccatasi dalla croce. L’immagine è nitida, il gesto inequivocabile. Lazar Berman, giornalista del Times of Israel, ha scritto in un editoriale che è difficile immaginare un’immagine più dannosa per Israele in questo momento. Non aveva torto. Ma non è solo un problema diplomatico.
Debel è un paese di circa quattrocento abitanti, maroniti per il novantanove per cento, che non sono mai andati via nonostante i combattimenti e l’occupazione di fatto da parte dell’esercito israeliano. Una comunità che resiste, che rimane sul posto dentro una fascia di guerra. All’inizio di aprile Debel era diventata abbastanza isolata da ricevere un messaggio pasquale di Leone XIV e da attendere un convoglio umanitario della Nunziatura che poi non è riuscito a entrare nel paese. La statua colpita non era un simbolo astratto: era il punto di riferimento devozionale di quella stessa comunità già compressa, isolata, privata perfino degli aiuti umanitari.
La risposta della Chiesa cattolica è arrivata senza perifrasi. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme e presidente dell’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, ha firmato una nota di “profonda indignazione e condanna senza riserve”, definendo l’atto un “grave affronto alla fede cristiana” che si aggiunge a “altri episodi segnalati di profanazione di simboli cristiani” nel Libano meridionale, e denunciando “un’inquietante mancanza nella formazione morale e umana, in cui persino il più elementare rispetto per il sacro e per la dignità altrui è stato gravemente compromesso.” È una formula teologicamente e politicamente pesante: Pizzaballa non si ferma al singolo soldato, porta la questione al livello della responsabilità di comando e dell’educazione militare.
Dall’Italia, il ministro degli Esteri Tajani ha parlato di violento accanimento contro i cristiani, che in Medio Oriente rappresentano uno strumento di pace.
Il governo israeliano ha reagito con insolita rapidità e durezza. Benjamin Netanyahu ha condannato l’atto “con la massima fermezza”, annunciando un’indagine penale e possibili “dure azioni disciplinari”. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha definito il danneggiamento di simboli religiosi cristiani “grave” e “vergognoso”. Netanyahu ha poi aggiunto la sua cornice difensiva, sostenendo che i cristiani in Israele prosperano a differenza di qualsiasi altro luogo in Medio Oriente. Un argomento vero nella sua sostanza, ma che stride con le immagini di Debel e con il sindaco del villaggio che ha dichiarato non trattarsi di un episodio isolato.
I provvedimenti sono arrivati in tempi rapidi, anche per lo scandalo internazionale. L’IDF ha dichiarato che il soldato che ha danneggiato il simbolo cristiano e il soldato che ha fotografato l’atto saranno rimossi dal servizio di combattimento e riceveranno trenta giorni di detenzione militare. Altri sei soldati presenti sulla scena e che non hanno agito per fermare l’incidente o denunciarlo sono stati convocati per discussioni di chiarimento.
E poi c’è il gesto riparatore: entro ventiquattr’ore dall’accaduto, l’IDF ha provveduto a sostituire la statua del Cristo danneggiata con un’altra, in pieno coordinamento con la comunità locale del villaggio cristiano di Debel.
Un nuovo Cristo al posto del Cristo distrutto. È un gesto che può essere letto in molti modi: come riparazione sincera, come operazione di immagine, come ammissione implicita che ciò che è stato fatto non avrebbe mai dovuto esserlo. Probabilmente contiene tutte e tre le cose insieme. Finché il procedimento disciplinare resterà sospeso nei suoi esiti effettivi e finché la restituzione del santuario alla comunità di Debel non sarà verificabile, la fotografia del soldato con la mazza continuerà a valere più come sintomo che come eccezione.
Questo è forse il nodo più difficile. Non è la prima volta che immagini di questo tipo emergono dal Libano meridionale. La settimana precedente, a Bint Jbeil, era stata distrutta la Grande Moschea, risalente all’epoca dei romani. Una guerra che si abbatte sui simboli — di tutte le fedi — dice qualcosa di profondo sul clima che si respira tra le truppe, sulla pressione psicologica accumulata, ma anche sulla soglia di inibizione che si abbassa quando il nemico viene percepito in modo totalizzante e la sua civiltà come estranea o inferiore.
Il Cristo di Debel porta la testa abbassata sotto i colpi di una mazza da demolizione. È una scena che appartiene alla storia più antica dell’iconoclastia, alle guerre di religione, ai momenti in cui l’umanità si esprime nel suo aspetto più regredito. Ma porta anche — per chi sa leggerla — una paradossale densità teologica: quella figura abbattuta, colpita, deturpata, è esattamente l’immagine che il cristianesimo ha sempre associato al momento del massimo dolore e della massima speranza insieme. Il Cristo in croce è già per definizione il Cristo umiliato. Nessuna mazza può aggiungere a quella umiliazione qualcosa che non fosse già lì, nell’intenzione originaria del mistero pasquale.
Il nuovo crocifisso installato dall’IDF a Debel sta ora nello stesso giardino di prima. Non sappiamo se la famiglia maronita che lo custodia lo abbia accettato come gesto di pace o con la diffidenza di chi sa che un gesto non cambia una situazione. Di certo quella statua nuova, bianca e pulita tra le macerie di un villaggio occupato, ha su di sé il peso di una domanda a cui nessuna indagine lampo può dare risposta: che cosa si insegna a un soldato, prima di mandargli in mano una mazza?
