Un politico non ha l’autorità epistemologica e deontologica per dare indicazioni dottrinali al Papa. Un errore di dottrina, storia e calcolo elettorale
JD Vance ha ringraziato Papa Leone XIV e ha parlato di «mondo caotico» e «disaccordi reali». Sembrava una distensione. Non lo è. Dietro la mossa diplomatica resta intatta un’architettura concettuale inaccettabile per qualunque cattolico: il Papa predichi pure il Vangelo, ma la politica la decide Trump. Peccato che la tradizione cattolica — dalla Rerum Novarumin poi — non abbia mai accettato questa divisione del lavoro. E peccato che Vance, convertito nel 2019, stia cercando di insegnare la teologia a un uomo con un dottorato in diritto canonico, a sei mesi da elezioni di midterm che il mondo cattolico americano potrebbe decidere.
JD Vance ha commesso un errore che solo chi non conosce la teologia può commettere: ha pensato di poter insegnare la teologia al Papa.
La frase è precisa e vale la pena citarla per intero, perché rivela più di quanto il suo autore intendesse: «Come il vicepresidente americano è cauto sulle questioni di politica, anche il Papa dovrebbe essere cauto quando parla di teologia». La simmetria è elegante. È anche teologicamente assurda. E la sua assurdità non è un dettaglio accademico: è il cuore del problema.
Il Vescovo di Roma non è il capo di un dipartimento etico. È, nella dottrina cattolica che Vance ha abbracciato nel 2019 con la conversione, il successore di Pietro, il punto di unità della Chiesa universale, colui al quale Cristo ha affidato il compito di confermare i fratelli nella fede. «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» — non un’agenzia di consulenza morale, non un ufficio che offre pareri su questioni selezionate, non un interlocutore che parla quando gli viene concessa la parola. La pretesa di Vance — che il Papa si «attenga alle questioni morali» lasciando la politica ai politici — presuppone una divisione tra morale e politica che la tradizione cattolica ha sempre rifiutato con forza. Dalla Rerum Novarum alla Pacem in Terris, dalla Populorum Progressio alla Laudato Si’: il magistero pontificio è intervenuto sistematicamente, strutturalmente, sulle questioni politiche, economiche e internazionali, perché in esse è in gioco la dignità della persona umana, che è una questione per definizione morale.
Inoltre: Robert Francis Prevost è laureato in matematica, ha un master in teologia e un dottorato in diritto canonico. Ha guidato l’Ordine degli Agostiniani per anni, ha diretto il Dicastero per i Vescovi, conosce quattro lingue e ha vissuto decenni in America Latina. JD Vance è un avvocato diventato autore di memorie e poi politico, convertito al cattolicesimo cinque anni fa. Il gap epistemologico tra i due, su questioni di teologia, è semplicemente incolmabile. Dire al Papa di «fare attenzione quando parla di teologia» è come dire a un cardiologo di fare attenzione quando parla di cardiologia.
Ma c’è un secondo livello, più sottile e più pericoloso, che il vaticanista non può ignorare. Leone XIV non è solo il Vicario di Cristo: è un cittadino americano nato a Chicago, cresciuto negli Stati Uniti, figlio di quella cultura politica che conosce dall’interno. Quando il 7 aprile ha invitato i giornalisti a Castel Gandolfo e ha pronunciato in inglese la parola negotiations — lasciandola risuonare come una freccia scoccata direttamente verso il Congresso, a sei mesi dalle elezioni di midterm — non stava improvvisando. Stava parlando come qualcuno che sa esattamente come funziona il sistema che sta interpellando. Conosce l’elettorato cattolico americano, sa quanto pesa nei collegi in bilico, sa che i sondaggi mostrano il disagio di quel mondo di fronte agli attacchi di Trump. Vance lo sa anche lui. Ed è esattamente per questo che ha cercato di ricucire.
Ma la toppa è peggio dello strappo.
Il tentativo di distensione — «sono grato al Papa», «il mondo è caotico», «lavoriamo per applicare i principi morali» — non risolve nulla perché non ritira nulla. L’architettura concettuale rimane intatta: il Papa può parlare di morale, ma la politica la decide Trump. Il Papa predica il Vangelo, ma l’applicazione concreta spetta all’amministrazione. È una divisione del lavoro che suona ragionevole finché non la si esamina: significa che chiunque detenga il potere esecutivo decide quando e come i principi morali si traducono in azione, e la voce morale — quella del Papa, ma anche quella di qualunque altro soggetto etico — viene ridotta a parere consultivo, a decorazione spirituale di scelte già prese altrove.
Questo è esattamente ciò che Leone XIV rifiuta. Non per ambizione politica — «non sono un politico», ha detto con chiarezza —, ma per coerenza dottrinale. La Chiesa non può accettare di essere relegata nella sacrestia mentre fuori si decide se cancellare dalla faccia della Terra «un’intera civiltà». Quella frase di Trump sull’Iran — «morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita» — non è una questione di politica estera su cui il Papa può cortesemente esprimere riserve: è una minaccia di sterminio di massa, che investe direttamente la morale fondamentale, il quinto comandamento, il diritto naturale su cui poggia tutta la tradizione giuridica occidentale.
Vance ha detto: «Dio non era dalla parte degli americani che liberarono i campi di concentramento?». È un argomento che un teologo smonta in trenta secondi. Prima di tutto per un fatto storico che negli Stati Uniti si tende a dimenticare con sconcertante sistematicità: Auschwitz fu liberata dall’Armata Rossa. Furono i soldati sovietici ad aprire quei cancelli, il 27 gennaio 1945. E senza l’Unione Sovietica — che pagò il tributo di sangue più alto della guerra, venti milioni di morti, forse di più — il nazismo non sarebbe stato sconfitto. Dio, se era dalla parte di qualcuno, era dalla parte anche di loro.
L’ironia della storia è feroce: quegli stessi russi che liberarono i lager costruirono il Gulag. Quegli stessi americani che sconfissero Hitler finanziarono dittature in mezzo mondo. I due blocchi che uscirono dalla guerra — il capitalismo e il collettivismo — offrirono ciascuno il proprio paradiso artificiale, e ciascuno produsse il proprio inferno per l’uomo. È esattamente di questo che parla Leone XIV, agli uni e agli altri, senza sconti per nessuno, come Cristo avrebbe fatto. La parola del Vangelo non ha una bandiera. E chi prova ad appendergliene una — fosse stelle e strisce o falce e martello — commette lo stesso errore che il Papa ha condannato a Bamenda.
Guai è una parola evangelica, non diplomatica. Chi conosce il Vangelo sa che Gesù la riserva a situazioni di estrema gravità morale. Vance, che si è convertito al cattolicesimo, dovrebbe saperlo.
Il ringraziamento di Vance al Papa non è una riconciliazione: è una mossa elettorale. I cattolici americani sono milioni, sono distribuiti nei collegi che decideranno le elezioni di midterm, e non hanno gradito vedere il loro Pontefice definito «debole» e «lì grazie a Trump». La Casa Bianca ha bisogno di smorzare il fuoco prima che bruci. Ma smorzare il fuoco senza ritirare la legna non è pace: è tattica.
Pietro non ha bisogno di essere ringraziato da Vance. Ha bisogno — come ogni pastore — di confermare i fratelli nella fede. Anche quelli che, per il momento, preferirebbero non essere confermati.
Il vicepresidente Usa tenta di ricucire con Leone XIV in vista delle elezioni di midterm, ma la toppa è peggio dello strappo. Chi ha abbracciato il cattolicesimo cinque anni fa non può dire al successore di Pietro come parlare di Dio. E dimentica che Auschwitz la liberarono i russi.
