Il vicepresidente «cattolico» che spiega al Papa come fare il Papa
Convertito, battezzato, e già pronto a pubblicare Communion: Finding My Way Back to Faith — il libro della sua conversione, in uscita il 16 giugno. Peccato che sulla copertina ci sia una chiesa metodista. E che sulla guerra dica al Vaticano di occuparsi di questioni morali. Come se la guerra non lo fosse.
James David Vance si è convertito al cattolicesimo nel 2019. Lo ha fatto con tutto il rigore intellettuale di chi studia Tommaso d’Aquino, frequenta i circoli del conservatorismo intransigente, e trova nella dottrina sociale della Chiesa una architettura filosofica compatibile con le proprie ambizioni. Una conversione meditata, seria, che gli è valsa l’ammirazione dei cattolici tradizionalisti americani — quell’area vasta, risentita, convinta che Bergoglio avesse tradito la fede venduta ai progressisti, all’immigrazionismo, al buonismo globalista. Vance li ha corteggiati, li ha capiti, li ha rappresentati. Era l’uomo giusto al momento giusto: un convertito che parlava la loro lingua, citava i loro testi, condivideva la loro diffidenza verso un papato che sembrava aver smarrito la strada.
Poi è arrivato Leone XIV. E il castello di carte ha cominciato a tremare.
Il libro si intitola Communion: Finding My Way Back to Faith, esce il 16 giugno, pubblicato da HarperCollins. Vance lo presenta come la storia di un ritorno: alla fede, alle radici, a se stesso. «La storia di come ho ritrovato la fede», ha scritto, «è accaduta perché prima l’avevo persa. La domanda interessante è perché mi sia allontanato dalla strada». Edificante. Toccante. Quasi perfetto come preludio a una campagna presidenziale nel 2028. C’è però un dettaglio che la dice lunga sull’attenzione ai particolari di questa conversione: sulla copertina del libro dedicato al suo percorso verso il cattolicesimo c’è una chiesa metodista — la Mt. Zion United Methodist Church di Elk Creek, Virginia. Una svista, dicono. Certo. Come tutte le sviste che rivelano qualcosa di vero.
Vance aveva capito, prima e meglio di molti altri, dove stava soffiando il vento nel mondo cattolico americano. Gli anni del pontificato di Francesco avevano sedimentato un malcontento profondo tra i fedeli più conservatori: il Papa argentino sembrava troppo morbido sull’immigrazione, troppo aperto sui divorziati, troppo dialogante con chi non la pensava come loro. Quella fronda silenziosa — fatta di tradizionalisti, identitaristi, nostalgici del latino e del rigore morale — cercava un punto di riferimento politico. Vance gliene ha offerto uno, con citazioni patristiche incluse. Ha usato la teologia cattolica medievale — il concetto di ordo amoris — per difendere le politiche di deportazione dell’amministrazione Trump, sostenendo una gerarchia di cura: prima la famiglia, poi il vicino, poi i connazionali, e infine gli stranieri. Sant’Agostino al servizio dei rimpatri forzati. Un’interpretazione così creativa da meritarsi una correzione pubblica da parte di Prevost, allora prefetto del Dicastero per i Vescovi. Leone XIV lo conosce bene, dunque. Sa esattamente di che pasta è fatto.
Poi è arrivata la dichiarazione di questi giorni, quella che ha tolto ogni maschera. Trump attacca il Papa. Il mondo cattolico insorge. E Vance, il convertito, il tomista, l’intellettuale della destra americana, trova la risposta: «Il Vaticano dovrebbe attenersi alle questioni morali».
Fermiamoci. Perché questa frase non è solo un errore politico. È una eresia, nel senso più preciso del termine. La guerra non è una questione morale? I morti civili non sono una questione morale? La pace non è una questione morale? Da Agostino a Tommaso, da Vitoria a Grozio, l’intera tradizione del pensiero cattolico sulla guerra giusta — quella stessa tradizione che Vance ama citare quando fa comodo — è costruita esattamente sulla tesi opposta: che la guerra sia per eccellenza una questione morale, forse la più grave che esista, perché mette in gioco la vita umana, la dignità della persona, il destino dei popoli. Non esiste un solo teologo cattolico degno di questo nome che abbia mai sostenuto che la guerra esuli dalla sfera morale. Non uno. Da nessuna parte. In nessun secolo.
Eppure Vance — il vicepresidente che studia Tommaso, che si è battezzato nel nome di Cristo, che sta per pubblicare un libro intitolato Communion — dice al Papa che la pace non è affare suo. Che dovrebbe occuparsi d’altro. Di cosa? Di aborto, presumibilmente. Di gender. Di quelle materie in cui il magistero cattolico coincide comodamente con la piattaforma del Partito Repubblicano. Il resto: competenza esclusiva del Pentagono.
Il paradosso è che Vance si trova in questa posizione non per convinzione, ma per sopravvivenza politica. Si era opposto alla guerra in Iran — momento di rara coerenza — ma nell’amministrazione Trump il dissenso non è tollerato. Ha tentato la mediazione a Islamabad ed è fallita. Ogni giorno che passa lo consuma: deve scegliere tra la propria coscienza e la fedeltà al capo, e quando deve scegliere, sceglie Trump. Sempre. Anche quando Trump attacca il Papa. Anche quando deve spiegare che Leone XIV esorbita dal suo ruolo reclamando la pace.
Come Icaro, aveva pensato che volare vicino al sole fosse una strategia vincente. Non aveva considerato che le ali erano di cera. Ora è in caduta libera, con Communion già in stampa — tempistica sfortunata — e una dichiarazione sul Vaticano che lo insegue come un’ombra. Quei cattolici tradizionalisti che aveva corteggiato per anni, convinti che Francesco fosse il problema e che un Papa americano potesse finalmente essere il loro alleato, si trovano davanti a uno spettacolo inaspettato: il loro campione che intima al successore di Pietro di stare al suo posto.
C’è una parola, nel vocabolario cattolico, per chi usa la fede come strumento di potere e poi la abbandona quando diventa scomoda. Non è una parola gentile. Vance la conosce, l’ha studiata. Forse, nei momenti di lucidità, la applica a se stesso.
Communion, si intitola il libro. La comunione, nel rito cattolico, è il momento in cui ci si unisce al corpo di Cristo. Non a quello generato dall’intelligenza artificiale e pubblicato su Truth. A quello che diceva: beati gli operatori di pace.
