IL PETROLIO E LA LIBERTÀ

Geopolitica delle risorse / Il laboratorio venezuelano

La più grande riserva petrolifera del mondo è ora sotto tutela americana. Il dittatore è stato catturato dall’esercito degli Stati Uniti. Il suo vice governa con il consenso di Washington. Gli investitori esplorano opportunità. Gli esuli pensano di tornare. E María Corina Machado — la donna che ha guidato l’opposizione democratica per vent’anni, che ha rischiato la vita, che avrebbe preso l’82% dei voti contro il governo ad interim — aspetta ancora elezioni libere che nessuno sembra avere fretta di indire. Benvenuti in Venezuela nel 2026: dove la libertà e il petrolio occupano lo stesso territorio, e non sempre vanno d’accordo.

Cominciamo da un numero che illumina tutto il resto: 900.000.

È il numero di barili di petrolio al giorno che il Venezuela produceva nel 2024. Nel 1998, quando Hugo Chávez prese il potere, ne produceva più di tre milioni. La produzione di petrolio è scesa da più di tre milioni di barili al giorno nel 1998 a circa 900.000 barili al giorno nel 2024, scendendo ancora più in basso in alcuni anni. Il crollo è stato in gran parte autoinflitto. La corruzione, l’interferenza politica e la cattiva gestione hanno svuotato Petróleos de Venezuela, la compagnia petrolifera nazionale, che un tempo era considerata tra i principali attori energetici del mondo.

Ventisette anni di chavismo e madurismo hanno trasformato il paese con le più grandi riserve petrolifere certificate del mondo in un’economia al collasso, con ospedali senza medicine, scaffali vuoti, quasi otto milioni di venezuelani, più di un quarto della popolazione del paese, che se ne sono andati dal 2014. Nessun altro paese dell’emisfero occidentale ha vissuto un esodo così rapido in tempi così recenti.

Adesso Maduro non c’è più. E il Venezuela — almeno sulla carta — ha una chance.

Il problema è: una chance per chi, e a quali condizioni?

LA TUTELA E IL SUO PREZZO

Il presidente Trump ha annunciato a gennaio che gli Stati Uniti avrebbero “gestito” il Venezuela fino a quando non si potesse garantire una “transizione sicura, corretta e giudiziosa”. I funzionari statunitensi hanno poi dichiarato che i proventi delle vendite di petrolio venezuelane, ora gestiti attraverso conti controllati dagli Stati Uniti, sarebbero distribuiti a beneficio del popolo americano e venezuelano. La ripartizione precisa di tale distribuzione non è stata ancora rivelata e Washington mantiene un’influenza sostanziale su come verranno assegnati i fondi.

Fermiamoci qui. I proventi del petrolio venezuelano — le risorse naturali di un paese sovrano — fluiscono attraverso conti controllati dagli Stati Uniti. La ripartizione non è stata rivelata. Washington mantiene un’influenza sostanziale su come i fondi vengono assegnati.

È una formula che, in qualsiasi altro contesto, avremmo chiamato con un nome diverso. Ma siccome Maduro era davvero un dittatore, siccome le prigioni politiche erano reali, siccome la sofferenza del popolo venezuelano è documentata e incontestabile, la formula viene chiamata transizione. E forse lo è. Ma la storia dell’America Latina è piena di transizioni che avevano lo stesso sapore all’inizio e un sapore molto diverso dieci anni dopo.

L’accordo riflette gli interessi dell’amministrazione Trump. Per ora, Washington sembra preoccuparsi molto di più delle fortune dell’economia venezuelana, in particolare della sua industria petrolifera, che di quelle della sua democrazia.

È un’ammissione di rara franchezza, quella di Foreign Affairs. Non è un’accusa di parte — è una valutazione analitica della gerarchia delle priorità di Washington. Il petrolio viene prima. La democrazia viene dopo, eventualmente, se e quando non intralcia i pozzi.

DELCY RODRÍGUEZ E LA CONTINUITÀ DEL POTERE

Il dettaglio più rivelatore dell’intera situazione venezuelana non è il prezzo del petrolio né il numero degli esuli che tornano. È chi governa.

La rimozione del presidente Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio ha lasciato il suo vice, Delcy Rodríguez, in carica. E Rodríguez non è una figura neutrale di transizione — è stata una delle figure più importanti del regime. Ministra degli Esteri di Maduro. Presidente dell’Assemblea nazionale costituente che aveva esautorato il parlamento eletto. Soggetta a sanzioni dell’Unione Europea per il suo ruolo nella repressione dell’opposizione.

Un accordo insolito ha preso forma: una forma di condivisione del potere tra Washington e un governo ad interim guidato da Rodríguez. Molte delle figure di spicco degli ultimi decenni di governo autoritario rimangono incorporate nelle forze armate, nei servizi di intelligence, nei ministeri civili, nelle società statali, nelle agenzie di regolamentazione e nei tribunali.

È la logica della transizione gestita: si rimuove il simbolo — Maduro — ma si preserva la struttura, perché smantellare la struttura è caotico e il caos è il nemico degli investimenti. La stessa logica che ha governato la de-baathificazione in Iraq, con risultati che tutti conoscono. La stessa logica che ha governato la transizione in Afghanistan, con risultati che tutti conoscono.

Washington la chiama stabilità. I venezuelani che aspettano da anni elezioni libere la chiamano con un altro nome.

IL BOOM CHE POTREBBE AVVELENARE LA LIBERTÀ

Francisco Monaldi, esperto di petrolio della Rice University, ha stimato che il ripristino della produzione potrebbe richiedere più di 100 miliardi di dollari di investimenti e almeno un decennio di sforzi sostenuti. È un’impresa generazionale. Ma i segnali di interesse ci sono già: a marzo, il Segretario dell’Interno degli Stati Uniti Doug Burgum ha guidato una delegazione di oltre due dozzine di dirigenti minerari a Caracas.

Il Venezuela non è solo petrolio. Ha un enorme potenziale economico: grandi riserve auree che si collocano tra le più grandi del mondo, così come i principali depositi di bauxite, minerale di ferro, carbone e minerali critici. È, in parole povere, uno dei paesi più ricchi di risorse naturali del pianeta — e uno dei più poveri in termini di benessere dei propri cittadini. Questa contraddizione ha un nome: resource curse, la maledizione delle risorse. E il Venezuela la conosce meglio di quasi chiunque altro.

Il paradosso è formulato con precisione chirurgica: anche se i settori petroliferi e minerari del Venezuela sperimentassero una nuova enorme crescita, il loro successo potrebbe porre problemi al paese. Le vecchie pratiche — clientelismo, accordi opachi, decisioni egoistiche e favoritismo politico — potrebbero persistere anche sotto la tutela degli Stati Uniti. Se la dittatura viene lasciata in gran parte intatta, tale risultato è del tutto probabile.

È la trappola classica dei petroldollari in un paese senza istituzioni: i soldi arrivano, ma non si distribuiscono. Vanno alle élite che controllano i rubinetti — che siano chávisti, maduristi o tecnocrati nominati da Washington fa poca differenza se le regole del gioco rimangono le stesse. L’economia ombra che è cresciuta sotto Maduro è profondamente radicata nel paese ed è ancora attiva, con forti legami con una rete globale di sindacati criminali.

LA DIASPORA: IL CAPITALE UMANO CHE NESSUN POZZO PUÒ SOSTITUIRE

In mezzo alle analisi geopolitiche e ai calcoli petroliferi, c’è una storia umana che merita attenzione separata: quella degli otto milioni di venezuelani che hanno lasciato il paese.

La diaspora comprende ingegneri petroliferi a Houston, imprenditori a Miami, specialisti della logistica a Bogotà e professionisti finanziari a Madrid. Molti hanno acquisito le competenze, i risparmi e i contatti internazionali che il Venezuela ha perso.

Se solo il dieci per cento della diaspora tornasse con un capitale modesto, diciamo 50.000 dollari per famiglia, questo da solo rappresenterebbe decine di miliardi di dollari che tornano nell’economia. È un calcolo che nessun investimento petrolifero straniero può replicare facilmente, perché non porta solo denaro — porta competenze, reti, memoria istituzionale, e soprattutto il tipo di legame emotivo con il paese che genera impegno a lungo termine invece di speculazione a breve.

Ma il capitale raramente si diffonde in modo uniforme. Gravita verso settori che offrono rendimenti rapidi e dove i rischi sono gestibili. I primi investimenti potrebbero concentrarsi su Caracas e su alcuni centri commerciali, mentre gran parte del resto del paese rimane stagnante.

È il rischio della ripresa a due velocità: una Caracas che riprende vita, con i ristoranti aperti e i supermercati riforniti e i caffè di Altamira che tornano a riempirsi, mentre nelle province dell’interno — dove non ci sono ambasciatori né delegazioni di investitori — la povertà rimane esattamente dove era. E quella diseguaglianza visibile, quella ripresa che si vede ma non si tocca, è storicamente la benzina delle instabilità politiche più violente.

I TRE PERCORSI E LA DONNA CHE ASPETTA

María Corina Machado, la leader dell’opposizione democratica, vuole elezioni presidenziali libere ed eque il prima possibile come parte di una transizione democratica. Ha parlato della preparazione per una “nuova e gigantesca vittoria elettorale”. Secondo un sondaggio del febbraio 2026, Machado avrebbe ricevuto l’82,4 per cento dei voti in una corsa testa a testa contro Delcy Rodríguez, che avrebbe raccolto solo il 4,8 per cento.

Ottantadue a quattro virgola otto. Non è un sondaggio — è un mandato popolare così schiacciante da rendere grottesco ogni ritardo nelle elezioni. Eppure le elezioni non ci sono. E non ci saranno presto, perché Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio sono troppo distratti dalla guerra in Iran per fare pressione su Caracas per tenere le elezioni in qualsiasi momento presto. Trump è soddisfatto della gestione della situazione da parte di Rodríguez e sembra convinto che con lei al timone, il caos sarà tenuto a bada.

Il caos sarà tenuto a bada. È la formula. La stessa che ha giustificato decenni di appoggio americano a dittatori “affidabili” in tutto il continente. Pinochet teneva a bada il caos. Somoza teneva a bada il caos. Batista teneva a bada il caos. Il caos in questione era, naturalmente, sempre la volontà democratica del popolo.

I tre percorsi plausibili verso le elezioni sono: elezioni rapide, che potrebbero essere destabilizzanti con istituzioni ancora deboli; una transizione gestita con riforme credibili che precedano il voto; e la deriva — una lunga stasi in cui le reti radicate si adattano, ritardano e infine modellano qualsiasi elezione a loro vantaggio.

Il terzo percorso — la deriva — è quello che storicamente accade quando nessuno ha interesse urgente a scegliere il secondo.

LA LIBERTÀ CHE ATTENDE

C’è una frase nel testo che vale più di tutta l’analisi geopolitica: “In Venezuela, come altrove, le elezioni non producono democrazia a meno che la democrazia, per quanto fragile e difettosa, non esista già.”

È vero. Ed è anche, involontariamente, l’atto d’accusa più preciso contro la strategia attuale: perché la democrazia non esiste già in Venezuela. Non esiste ancora. Esiste Delcy Rodríguez che governa con il benestare di Washington. Esiste un sistema petrolifero il cui denaro scorre attraverso conti americani di cui non si conosce la ripartizione. Esiste un’economia ombra intatta con i suoi legami criminali. Esiste María Corina Machado che aspetta, con l’82% del consenso popolare in tasca e nessuna data elettorale all’orizzonte.

Il Venezuela ha rimosso un dittatore. È un passo enorme. Non bisogna dimenticarlo, non bisogna sminuirlo — la sofferenza che Maduro ha inflitto al suo paese per ventisette anni è reale e documentata e brutale.

Ma ha rimosso un dittatore per installare una transizione gestita da chi controlla i pozzi. E la differenza tra liberazione e cambio di padrone si misura su una sola cosa: quando il popolo venezolano potrà finalmente votare — davvero, liberamente, con i propri candidati e senza veti di Washington — e quando il risultato di quel voto sarà rispettato da chiunque vinca.

Fino ad allora, il petrolio scorre. Le aspettative crescono. E l’orologio della pazienza popolare ticchetta.

La storia latinoamericana insegna che quando quell’orologio si esaurisce, il caos che si voleva evitare arriva comunque — solo più tardi, più violento e senza la scusa dell’improvvisazione.

Trump è “troppo distratto dalla guerra in Iran” per fare pressione su Caracas per le elezioni. Delcy Rodríguez — una delle figure chiave del regime di Maduro — governa ancora. Le reti criminali dell’economia ombra sono intatte. E Washington sembra preoccuparsi molto di più dei barili di petrolio che dei diritti di voto. È la storia più antica del continente americano, raccontata con un personaggio nuovo: il liberatore che arriva con le petroliere invece che con le baionette, ma con la stessa ansia di controllare i pozzi.