Leone XIV arriva domani in un paese che ha eletto otto volte lo stesso presidente oggi 92enne, dove una guerra civile silenziata miete vittime ogni giorno, dove la Chiesa è l’unica istituzione ancora credibile. E dove il calcio resta il sogno condiviso di 30 milioni di persone.
Tre giorni, tre città, un paese al bivio
Leone XIV sarà in Camerun dal 15 al 18 aprile, tra Yaoundé, Bamenda e Douala — tre nomi che non sono intercambiabili. Sono tre Camerun diversi: la capitale del potere, la capitale della guerra interna, la capitale dell’economia e della speranza. Il Papa li visiterà tutti e tre, e questa scelta non è casuale. È una mappa della complessità di un paese che si presenta al mondo con un’unica faccia ma ne nasconde almeno quattro.
Il programma camerunense è il più politicamente carico dell’intero viaggio africano. Il 15 aprile, arrivo a Yaoundé, la «città delle sette colline», soprannome che suona quasi come una beffa per un paese che di colline — e di ostacoli — ne ha accumulati troppi. Visita di cortesia al presidente Paul Biya nel palazzo El Mouradia, incontro con la società civile, visita all’orfanotrofio Ngul Zamba. Il 16 aprile, volo a Bamenda — il cuore della crisi anglofona — per l’«incontro per la pace» nella cattedrale di San Giuseppe e la Messa per «la pace e la giustizia» davanti a circa 20.000 fedeli, con la liberazione simbolica di sette colombe. Il 17 aprile, Douala, la città portuale, per la Messa al Japoma Stadium davanti a circa 600.000 fedeli e una visita privata all’ospedale cattolico Saint Paul. Il 18 aprile, Messa di congedo all’aeroporto di Yaoundé-Ville e partenza per Luanda.
Un paese che si trova esattamente nel mezzo di tutto
Il Camerun occupa una posizione geografica che gli ha valso il soprannome di «Africa in miniatura». Confinante con Nigeria, Chad, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon e Guinea Equatoriale, è un crocevia tra l’Africa subsahariana occidentale e quella centrale, tra il Sahel islamico a nord e la foresta equatoriale a sud. Ha coste sull’Atlantico, ha savane, montagne, deserti, pianure tropicali. Ha cristiani, musulmani, animisti. Ha anglofoni e francofoni. Ha oltre 280 gruppi etnici e lingue.
Questa ricchezza è anche il suo peso più grande. La divisione tra la parte francofona — il nerbo dello stato, l’80% della popolazione — e quella anglofona, ex colonia britannica entrata nella federazione nel 1961, non è mai stata davvero risolta. È rimasta latente per decenni, poi è esplosa.
La guerra che nessuno vuole nominare
La crisi anglofona, conosciuta anche come la guerra di Ambazonia, è un conflitto in corso tra le Forze Armate Camerunesi e i gruppi indipendentisti nel nord-ovest e nel sud-ovest del Paese. Iniziò nel 2016 con uno sciopero di avvocati e insegnanti che si opponevano alla nomina di giudici francofoni nelle regioni anglofone. Il governo rispose con la repressione. Nell’ottobre 2017, i separatisti proclamarono la Repubblica di Ambazonia. Quello che sembrava una protesta civile si è trasformato in una guerra civile a bassa intensità — bassa solo dal punto di vista dell’attenzione internazionale, non da quello delle vittime.
Il conflitto ha già provocato migliaia di morti: tremila soltanto nel 2025, secondo le cifre fornite dall’International Crisis Group. I gruppi armati perpetuano la crisi anglofona attraverso un brutale sistema di rapimenti che, solo nel 2023, ha fruttato oltre 7,8 milioni di dollari in riscatti pagati dai civili.
Bamenda è la regione del nord del Camerun dove da anni si combatte questa guerra civile, e dove sono frequenti i rapimenti di preti e personale missionario. Il Papa che va lì a celebrare una «Messa per la pace e la giustizia» non sta compiendo un gesto diplomatico. Sta andando nel posto più difficile. È come — con tutte le proporzioni del caso — se qualcuno fosse andato a celebrare una messa per la pace nel Donbas nel 2019.
L’arcivescovo di Bamenda, Andrew Nkea Fuanya, è il presidente della Conferenza episcopale del Camerun. Non è un caso che Leone XIV sia accolto proprio da lui, e che proprio lui abbia accompagnato il Papa nella cattedrale di San Giuseppe, quella cattedrale che è stata oggetto di lavori di ristrutturazione iniziati nel febbraio 2024 e nuovamente consacrata il 14 novembre 2025. Una chiesa ricostruita appena sei mesi fa: anche questo è un messaggio.
Paul Biya, ovvero l’uomo più vecchio del mondo al potere
Per capire il Camerun nel 2026 bisogna partire da un numero: 93. Sono gli anni di Paul Biya, che il 13 febbraio scorso ha compiuto gli anni mentre era ancora presidente della Repubblica. Biya compirà 44 anni di governo: prima con il partito unico Unione nazionale camerunense, poi dal 1985 con il Raggruppamento democratico del popolo camerunense. Quando salì al potere nel 1982, in Italia governava Giovanni Spadolini, Ronald Reagan era da un anno alla Casa Bianca, e Giovanni Paolo II stava recuperando dall’attentato del 1981.
Alle presidenziali dell’ottobre 2025, Biya è stato rieletto per un ottavo mandato con il 53,66% dei voti, causando ondate di proteste. La polizia ha usato gas lacrimogeni, idranti e infine proiettili veri. Il bilancio si aggirerebbe attorno a una trentina di morti, con altre fonti che parlano di 64 o addirittura 80 morti in 72 ore.
Il principale sfidante, Issa Tchiroma Bakary — ex ministro dello stesso Biya, passato all’opposizione — non ha riconosciuto la vittoria. «Non ci sono state elezioni, è stata piuttosto una farsa orchestrata da una pura e semplice dittatura», ha dichiarato. La Corte Costituzionale, composta da giudici nominati dallo stesso regime, ha respinto ogni ricorso.
Il problema non è solo la longevità di Biya. È il sistema che lo sorregge. Biya ha gestito per più di quarant’anni il potere camerunense con il tipico approccio neopatrimoniale del “big man”, mediando i diversi interessi attraverso una politica di prebende e cooptazione e servendosi del settarismo interno e della repressione per conservare il vertice. Il suo regime è sostenuto in particolare dalla Francia, che gli fornisce armi e addestra le forze di repressione.
Il familismo è una dimensione aggiuntiva di questo sistema. La figlia Brenda — che ha fatto notizia nel 2024 per il suo coming out pubblico in un paese dove l’omosessualità è illegale, e per l’invito su TikTok a non votare per il padre, poi ritrattato — è finita al centro di una polemica per i frequenti soggiorni a Ginevra, che si sospettano pagati con soldi pubblici. Proprio come altri longevi presidenti africani, Biya viene messo in imbarazzo dall’incauta progenie, dedita a uno stile di vita sfarzoso in Europa.
La visita di Leone XIV a Biya — protocollarmente inevitabile — non è un avallo. Ma il fatto che il Papa sia atteso al Palazzo presidenziale da Biya e dalla consorte Chantal, con foto ufficiale, incontro privato e scambio di doni, è una di quelle immagini che la diplomazia vaticana sa gestire con cura: presenza senza complicità, cortesia senza approvazione.
La Chiesa: l’unica istituzione credibile, con le sue ombre
In un paese dove lo Stato è commissariato dalla gerontocrazia e le istituzioni sono svuotate, la Chiesa cattolica — che rappresenta circa il 38% della popolazione in un paese dove i cristiani sono complessivamente il 65% — è rimasta uno dei pochi corpi intermedi con credibilità reale. Ma questa credibilità si paga, e a volte con il sangue.
Nel 2024 è stato assassinato un sacerdote in Camerun. Si trattava di padre Christophe Komla Badjougou, togolese, in servizio nel nord del paese, ucciso a colpi di arma da fuoco il 7 ottobre 2024 a Yaoundé davanti alla residenza di una congregazione religiosa. Era di passaggio nella capitale in attesa del visto per venire in Italia per un anno di formazione. Un prete di frontiera, ucciso mentre stava per arrivare in Italia. Qualche settimana prima, il 5 settembre 2024, nello stesso paese era morto un altro sacerdote: l’abbé Abel Ana, nel diocesi di Yagoua, in un «litige familial ayant dégénéré à un affrontement de masse» — una disputa familiare degenerata in uno scontro di massa, secondo le parole usate dallo stesso vescovo nel comunicato ufficiale. Le circostanze esatte non sono mai state chiarite pubblicamente. Ma la formula scelta dalla gerarchia — uno scontro di massa — dice qualcosa sulla natura di ciò che è accaduto.
Nel 2025 i rapimenti di preti sono aumentati bruscamente: otto casi, contro tre nel 2024. La maggior parte è stata opera delle milizie indipendentiste di Ambazonia nella diocesi di Bamenda. Il 15 novembre padre John Tatah è stato rapito insieme a un collega; tre giorni dopo, quattro sacerdoti partiti per trattare la sua liberazione sono stati sequestrati a loro volta. Sono stati tutti rilasciati tra il 20 novembre e il 2 dicembre. L’arcivescovo Nkea ha ringraziato pubblicamente Leone XIV per aver menzionato la vicenda durante l’Angelus del 23 novembre, chiedendo preghiere per il sacerdote prigioniero.
Ma la violenza esterna non è l’unica pressione che la Chiesa camerunense deve reggere. C’è un problema interno, più antico e più imbarazzante: una parte del clero diocesano — non tutto, non la maggioranza, ma abbastanza da fare cronaca — ha sviluppato nel tempo una doppia vita che in un paese di povertà strutturale assume contorni particolarmente offensivi. Auto di lusso, case ben arredate, relazioni parallele, un tenore di vita lontanissimo dalla condizione dei fedeli che riempiono le quêtes domenicali. La questione è dibattuta apertamente nel paese: le collette domenicali sono diventate nelle grandi metropoli un momento cruciale che i preti attendono con impazienza, con due queste ormai obbligatorie — una per la parrocchia, una personale — in un sistema che i fedeli più critici descrivono come una forma di prelievo sistematico sulle comunità più povere. Gli scandali di pedofilia e abusi sessuali che coinvolgono preti cattolici contribuiscono alla perdita di fedeli, che migrano verso le chiese evangeliche del risveglio, percepite come più vicine alla gente e meno compromesse col potere.
Quando questi comportamenti superano una certa soglia di tolleranza, la risposta popolare non sempre aspetta la gerarchia. I social media hanno cambiato le regole: nel caso del vescovo Sosthène Bayemi di Obala, una video che lo accusava di molestie sessuali nei confronti di una fedele ventiduenne ha circolato viralmente su Facebook nell’agosto 2025, scatenando un’ondata di reazioni. La diocesi ha avviato verifiche, i responsabili locali hanno sostenuto che il video fosse generato da intelligenza artificiale, e molti osservatori hanno sottolineato che l’accusa è arrivata poche settimane dopo che il vescovo aveva pubblicamente espresso sostegno alla candidatura di Biya — alimentando il sospetto di un uso politico dello scandalo. «Un tipo di deriva lontana dall’essere isolata nei ranghi ecclesiastici», ha commentato la stampa locale.
In casi estremi, la gogna digitale si è trasformata in qualcosa di più fisico. È raro, ma documentato: preti accusati di comportamenti scandalosi, specie in contesti rurali dove l’istituzione giudiziaria è assente e la memoria della comunità è lunga, hanno subito forme di giustizia sommaria che vanno dall’espulsione forzata dalla parrocchia fino, in alcuni casi, all’aggressione. Il confine tra richiesta legittima di responsabilità e violenza arbitraria è sottile, e in Camerun come altrove in Africa subsahariana quella linea viene attraversata. Leone XIV — che come priore degli agostiniani ha conosciuto da vicino queste tensioni — porta nel paese una Chiesa che sa, per esperienza dolorosa, che la credibilità non si eredita ma si guadagna ogni giorno, e che si perde molto più in fretta di quanto non si costruisca.
La bomba demografica: 30 milioni di persone, l’80% sotto i 40 anni
Il dato che più di ogni altro sintetizza la sfida strutturale del Camerun è questo: l’80% della popolazione ha meno di 40 anni, in un paese di 28 milioni di abitanti. Una nazione con una mediana di età intorno ai 18 anni, governata da un uomo di 93. Il cortocircuito non potrebbe essere più evidente.
Secondo la FAO, oltre il 23% dei camerunesi vive al di sotto della soglia di povertà internazionale, pari a 2,15 dollari a persona al giorno. La povertà estrema potrebbe raggiungere il 25% entro il 2026, colpendo 8 milioni di persone.
Una gioventù esplosiva, dunque, nei due sensi del termine. Energica, creativa, presente sui social con una vitalità culturale straordinaria — la musica camerunense, il cibo, la moda afrobeat, le app di messaggistica che hanno trasformato le reti di solidarietà urbana — ma anche sempre più arrabbiata. Come rileva l’International Crisis Group, l’esasperazione di una generazione nei confronti di un establishment politico che li ha messi da parte per troppo tempo rischia di incanalare la rabbia verso esiti imprevedibili.
L’orfanotrofio Ngul Zamba, che Leone XIV visiterà il 15 aprile, è un piccolo specchio di questa contraddizione: una struttura che sopravvive solo sulle donazioni, che ospita giovani tra i 18 mesi e i 20 anni, che affronta difficoltà materiali quotidiane per il cibo. Una goccia nell’oceano dei bisogni di un paese che spende i proventi del petrolio in tutt’altro.
I Leoni Indomabili: il sogno che non tramonta
Per un italiano, il Camerun ha un nome preciso, e quel nome è fatto di immagini: le notti di Italia ’90, Roger Milla che ballava il suo twist davanti alla bandierina del calcio d’angolo, il San Paolo di Napoli che tifava per una squadra africana, Gigi Buffon bambino che rimaneva abbagliato dalle parate felino di N’Kono e decideva che da grande avrebbe fatto il portiere.
Quell’estate gli italiani elessero il Camerun a seconda squadra. Il Camerun aveva moralmente vinto il suo Mondiale, uscendo ai quarti contro l’Inghilterra solo dopo due rigori di Lineker ai tempi supplementari.
Il Camerun è storicamente una delle nazionali più forti della CAF: ha vinto cinque volte la Coppa d’Africa (1984, 1988, 2000, 2002, 2017) ed è la nazionale africana con il maggior numero di partecipazioni ai Mondiali, con otto presenze. Samuel Eto’o, che ha vissuto gran parte della sua carriera nei club europei — tra cui Barcellona, Inter e Chelsea — è il simbolo di una generazione di talenti che il calcio camerunense ha esportato in tutto il mondo. Oggi è lui il presidente della federcalcio, con tutte le polemiche e i contrasti che questa scelta ha portato con sé.
I Leoni Indomabili non si sono qualificati al Mondiale 2026, una delle rare volte nella storia recente. Non è solo una sconfitta sportiva: è un segnale di quello che accade quando il talento grezzo non è sostenuto da infrastrutture, da programmazione, da investimenti seri nel settore giovanile. Il problema non manca di materia prima. Manca il sistema.
Eppure il calcio rimane l’unico soft power davvero trasversale che il Camerun possiede. Il nome «Leoni Indomabili» non è solo un soprannome: è un’identità nazionale che attraversa le divisioni etniche, linguistiche e religiose. Quando gioca il Camerun, anche Bamenda e Yaoundé si trovano dalla stessa parte. Il Papa non parlerà di calcio, ma andrà in quelle stesse città dove il calcio ha costruito un’identità condivisa che la politica non è riuscita a costruire.
Cosa ci si può aspettare
Leone XIV arriva in Camerun in un momento in cui la fragilità dello stato e la vitalità della società civile sono entrambe ai loro massimi storici. Porta con sé il motto scelto per questa tappa: «Che tutti siano uno». Una frase del Vangelo di Giovanni che in un paese spaccato tra anglofoni e francofoni, tra nord islamico e sud cristiano, tra giovani senza futuro e geronti senza dimissioni, suona come una sfida e come una preghiera.
L’arcivescovo di Bamenda Andrew Nkea Fuanya ha detto: «Il Camerun sta attraversando una situazione difficile, come altri Paesi africani. Questo sta causando la perdita di vite umane. E non è lo scopo della democrazia».
Non è lo scopo della democrazia. Semplice, preciso, devastante nella sua semplicità.
Leone XIV non risolverà la crisi anglofona. Non farà dimettere Biya. Non cambierà le strutture di un sistema che si è cristallizzato in quattro decenni di neopatrimonialismo. Ma il fatto che sia lì — a Bamenda, nella città della guerra silenziosa — è già una presa di posizione. La presenza ha una grammatica propria, che non ha bisogno di discorsi.
Duecento chilometri separano Yaoundé da Bamenda. In Camerun, nel 2026, sono quasi un confine. Il Papa li attraverserà tutti e due. E questo, già di per sé, dice qualcosa.
