Tre uomini armati, un’auto a noleggio e uno zaino sulle spalle che lasciava presagire il peggio. Il blitz davanti al consolato israeliano di Istanbul si è concluso con un aggressore ucciso, due in manette e due poliziotti feriti. Sullo sfondo, la pista jihadista e una sede diplomatica vuota da oltre un anno.
Dieci minuti di sparatoria in pieno giorno, nel cuore di Istanbul. Tanto è durato, secondo i testimoni, lo scontro a fuoco di martedì davanti al complesso Yapı Kredi Plaza, dove ha sede il consolato israeliano. Il bilancio poteva essere ben più pesante: uno degli assalitori è morto, due sono stati arrestati e portati in interrogatorio, due agenti hanno riportato ferite lievi. La polizia ha isolato l’area, avviato i rilievi forensi e aperto un’inchiesta affidata a tre procuratori.
La dinamica è ricostruita dalle autorità con precisione quasi cinematografica. I tre uomini si stavano avvicinando al complesso quando gli agenti in servizio hanno intimato loro di fermarsi. Al rifiuto è seguita la sparatoria. Le immagini diffuse nelle ore successive mostrano uno degli assalitori — armato di fucile a canna liscia e pistola semiautomatica, con uno zaino in spalla — ripararsi dietro un autobus e aprire il fuoco contro gli agenti. Lo zaino, per gli investigatori, è un dettaglio che conta: suggerisce una preparazione pensata per un confronto prolungato, non un gesto improvvisato.
I tre sospetti sono stati identificati con le iniziali OC, EC e YES. Due di loro sono fratelli. Uno aveva precedenti per reati legati alla droga; il terzo era collegato, secondo il ministro dell’Interno Mustafa Çiftçi, a un’organizzazione che «strumentalizza la religione» — perifrasi con cui le autorità turche alludono abitualmente allo Stato Islamico senza nominarlo esplicitamente. YES è morto nello scontro; Onur C. ed Enes C., nomi poi apparsi sulla stampa turca, sono ora sotto interrogatorio.
La provenienza del commando rafforza i sospetti sulla matrice jihadista. I tre erano partiti da Izmit, circa cento chilometri a est di Istanbul, a bordo di un’auto a noleggio intestata a uno di loro. Izmit e le aree limitrofe sono da tempo considerate zone di radicamento per l’Isis in Turchia: pochi mesi fa, a Yalova, nelle vicinanze, un raid delle forze di sicurezza aveva lasciato sul campo tre agenti e sei sospetti militanti. Tuttavia, a differenza degli attentati che tra il 2015 e il 2017 insanguinarono il Paese — da Ankara a Istanbul, dall’aeroporto Atatürk alla discoteca Reina — questa volta il gruppo non ha rivendicato l’assalto. Un silenzio anomalo, che gli investigatori non hanno ancora interpretato.
Resta aperta anche la questione dell’obiettivo. Le autorità non sono ancora certe che il consolato israeliano fosse il vero bersaglio. La sede diplomatica è priva di personale da ottobre 2023, quando Israele richiamò i propri diplomatici dopo il 7 ottobre e l’escalation a Gaza. L’edificio è però ancora presidiato dalle forze dell’ordine, con veicoli blindati e agenti in servizio permanente: una presenza che, paradossalmente, può aver reso l’area un obiettivo simbolico proprio in ragione della sua visibilità.
Il presidente Erdogan ha condannato l’attacco con parole nette, definendolo un gesto «a tradimento» e ribadendo che la Turchia non permetterà che «il clima di sicurezza venga compromesso da provocazioni vili e premeditate». Dall’estero sono arrivati segnali di sostegno: l’ambasciatore statunitense Tom Barrack ha elogiato la «risposta rapida e decisa» della polizia, mentre il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha ringraziato le forze di sicurezza per aver sventato l’assalto.
Istanbul non è nuova a questo tipo di allarmi. Ma la combinazione di elementi — la pista Isis, la scelta di un obiettivo israeliano, il silenzio sulla rivendicazione — disegna uno scenario che le autorità turche stanno seguendo con la massima attenzione. L’inchiesta è appena cominciata.
