Un inizio di aprile insolitamente freddo sulla Penisola tra forti nevicate ed alluvioni al Centro-Sud

Esiste una parola greca, kairos, che i teologi distinguono da chronos: non il tempo che scorre, ma il tempo che chiede. Il tempo opportuno. Il momento in cui qualcosa deve essere detto, visto, compreso — pena perderlo per sempre. Questa settimana, mentre i cristiani rileggono la storia di un uomo che si lascia inchiodare su una croce e i meteorologi tracciano le traiettorie del ciclone Erminio sulla Penisola, ha tutta l’aria di un kairos. Un momento che chiede.

La Siberia di aprile

Il ciclone Erminio ha provocato nevicate eccezionali sulle regioni del Centro, incluso l’alto Molise. A Capracotta, borgo altomolisano in provincia di Isernia che siede a 1421 metri sul livello del mare e che porta con orgoglio il soprannome di “regina delle nevi”, gli accumuli hanno raggiunto oltre un metro e mezzo il primo aprile, e il paese aveva già vissuto una situazione simile nel 2015, quando superò il record mondiale di Silver Lake in Colorado con 256 centimetri di neve in ventiquattro ore. IQuesta volta, il 2 aprile, le immagini di un drone hanno mostrato oltre due metri di coltre bianca, un silenzio assordante, nessuno in giro eccetto un cane bianco anch’egli, qualche comignolo che fuma. 

Il sindaco Candido Paglione, raggiunto telefonicamente dall’ANSA, ha detto: “Benvenuti in Siberia. Sono andato in municipio a piedi e ho sperimentato la rigidità delle temperature, ma devo anche dire che Capracotta è vestita del suo abito migliore, quello bianco. Stiamo vivendo i giorni della Passione della Settimana Santa.” E ha aggiunto, con quella saggezza contadina che sa ancora leggere la natura meglio dei modelli climatici: “Non dimentichiamo che giova all’ambiente e riempie le riserve idriche.”

C’è qualcosa di commovente in un sindaco di un borgo di novecentocinquanta anime che, con due metri di neve sul capo, trova il tempo di ricordare che quella neve è un bene. Che l’acqua è un dono. Che il territorio non è solo un problema da gestire ma un patrimonio da riconoscere.

Il Sud sommerso dall’acqua

A poche centinaia di chilometri di distanza, in quello stesso paese, la scena è capovolta. Nel Foggiano, la Capitanata che è la pianura più grande d’Italia e una delle più vulnerabili, l’esondazione del Cervaro ha costretto diverse famiglie delle zone rurali ad abbandonare le abitazioni e a mettersi in sicurezza. È esondato anche il fiume Fortore tra Ripalta e Serracapriola con allagamenti delle campagne. Critica in più punti la situazione del torrente Carapelle. 

All’Incoronata, borgata a pochi chilometri da Foggia, i vigili del fuoco sono intervenuti con i gommoni per salvare una decina di persone tra soggetti bloccati nelle masserie della zona e automobilisti in panne, e un cane. La piena ha bloccato anche la linea ferroviaria tra Foggia e Bari. Gommoni. In Italia. In aprile. Su una statale adriatica.

E poi il dettaglio che più di ogni altro riassume la fragilità strutturale del paese: intorno alle nove del mattino del 2 aprile è crollato il ponte sul fiume Trigno, al confine tra Molise e Abruzzo, lungo la Statale 16 Adriatica. Il cedimento è avvenuto improvvisamente dopo tre giorni di piogge intense, mentre erano in corso verifiche per una possibile riapertura al traffico. La struttura ha collassato nella parte centrale. Fortunatamente la strada era già chiusa e non si registrano feriti. 

Fortunatamente. La parola più triste nella cronaca italiana del dissesto idrogeologico. Quella parola che contiene tutto ciò che non stiamo facendo, tutto ciò che rimandiamo, tutta la distanza tra la conoscenza del rischio e la volontà politica di affrontarlo. Il ponte era già chiuso. Per fortuna. Ma domani?

Nel Barese decine di interventi dei vigili del fuoco per allagamenti e crolli, con danni anche nelle campagne del Brindisino e del Materano, dove i raccolti risultano compromessi. Raccolti compromessi. Agricoltori che guardano i campi sommersi e calcolano, in silenzio, quanto è difficile ricominciare.

La guerra brucia il cielo

Ma c’è una terza scena, più lontana eppure intimamente connessa alle due precedenti, che questa settimana non compare sui tg della sera: quella di un pianeta che porta i conti delle guerre umane nel registro del clima.

Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, sono state riversate in atmosfera 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Un dato paragonabile alle emissioni annuali della Francia. 

Non è un numero astratto. È il calore accumulato nell’atmosfera. Sono le condizioni che rendono i cicloni più intensi, le piogge più violente, i fiumi meno prevedibili. Come ha spiegato uno dei ricercatori che monitora queste emissioni: “Il cambiamento climatico crea le condizioni per gli incendi boschivi, la guerra li scatena e provoca emissioni di carbonio, che causano altri cambiamenti climatici. È un circolo vizioso di distruzione.”

Nel 2025, l’Ucraina ha registrato 1,39 milioni di ettari di incendi in paesaggi naturali, ben oltre i livelli prebellici. La guerra stessa è diventata un importante fattore scatenante di questi incendi, con la maggior parte che si verifica lungo o vicino alle linee del fronte. 

E non solo l’Ucraina. A giugno del 2025 un gruppo di ricerca britannico aveva stimato le emissioni del conflitto a Gaza, arrivando a una cifra vicina alle 31 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Le guerre moderne non distruggono solo città e vite: distruggono il clima. Sono ecocidi oltre che omicidi. Crimini contro la natura oltre che crimini contro l’umanità.

L’Ucraina intende presentare nel 2026 una richiesta di risarcimento alla Russia per 43 miliardi di dollari di danni climatici. Per la prima volta nella storia, la natura entra nei tribunali come soggetto leso e non solo come sfondo delle ostilità. È un precedente storico, quasi inosservato nel frastuono quotidiano. Ma è forse uno dei gesti giuridicamente più rivoluzionari del nostro tempo: riconoscere che sparare un obice non è solo uccidere un uomo, è anche avvelenare il cielo di tutti.

L’Italia che non impara

Torniamo in Italia, perché è da qui che bisogna parlare. Il dissesto idrogeologico della Penisola non è una notizia: è la notizia permanente che non diventa mai politica strutturale. L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di comuni a rischio frane e alluvioni — oltre novantamila chilometri quadrati di territorio classificato ad alta pericolosità. Ogni anno, puntualmente, il maltempo fa quello che il maltempo fa. Ogni anno, puntualmente, si parla di emergenza, si stanzia qualcosa, si dimentica.

Il ponte sul Trigno è crollato questa mattina. Ma il Trigno non ha deciso di farlo stanotte: era lì da anni, monitorato, segnalato, preoccupante. Come il Morandi di Genova era lì. Come i ponti della Calabria sono lì. Come i torrenti del Foggiano, che esondano con la stessa puntualità delle stagioni, sono lì. La natura non tradisce: semplicemente, dice sempre quello che sta per fare. Siamo noi a non ascoltare.

C’è un paradosso crudele in questa Italia del Giovedì Santo 2026: mentre al Kennedy Space Center una navicella si prepara a raggiungere la Luna, qui da noi si usano i gommoni per attraversare una strada statale. Non è una critica allo spazio — l’esplorazione è una delle cose più nobili che l’uomo faccia. È una domanda sulle priorità. Sulla distanza tra la retorica del progresso e la realtà dei ponti che cadono. Tra l’ambizione verticale di chi guarda le stelle e la negligenza orizzontale di chi non guarda i fiumi.

Il tempo che chiede

Il kairos di questa settimana non è una metafora: è un appello concreto. La neve di Capracotta — bella, necessaria, “manna dal cielo” come la chiama il suo sindaco — e il fango del Cervaro — devastante, inevitabile, prevedibile — e le fiamme degli incendi ucraini alimentati dalle bombe russe sono capitoli dello stesso libro. Si chiama: cosa succede quando si ignorano i limiti.

I limiti della terra, che non sopporta di essere cementificata e abbandonata. I limiti del clima, che non sopporta di essere riscaldato indefinitamente. I limiti della guerra, che non è mai solo una questione tra belligeranti ma sempre una violenza inflitta all’aria, all’acqua, al suolo, al futuro.

Hans Jonas — il filosofo che ha pensato più in profondità di chiunque altro alla responsabilità umana verso la natura — ha scritto che il nostro dovere verso il futuro non nasce dal fatto che il futuro ci chiederà conto, ma dal fatto che abbiamo già ricevuto in eredità un mondo. E che questa eredità obbliga.

Il sindaco di Capracotta usciva di casa con la neve fino alle spalle e ringraziava per le riserve idriche. I vigili del fuoco del Foggiano mettevano il gommone in acqua su una strada nazionale e salvavano famiglie. I ricercatori di Kiev contavano le tonnellate di CO₂ delle bombe russe con la stessa metodica ostinazione con cui si conta il grano dopo la mietitura.

Tre gesti di cura, in un mondo che cura sempre meno. Tre modi di fare, in silenzio, quello che i potenti non fanno: stare dentro la realtà. Ascoltare quello che dice. Risponderle.

La terra sta parlando. Questa settimana, come sempre, ad alta voce.

Un’Italia a due facce in questa Settimana Santa: bianca e sepolta sotto la neve al Nord come in Siberia, allagata e senza ponti al Sud come in un paese che non ha ancora imparato a vivere con i suoi fiumi. E sullo sfondo, la guerra che brucia il clima mentre il clima brucia la pace. Non sono emergenze separate: sono capitoli dello stesso libro che non stiamo leggendo