La missione Artemis II segna l’inizio di un nuovo progetto in vista dii un prossimo allunaggio. Un italiano metterà piede sulla Luna
C’è qualcosa di commovente e insieme di inquietante nel fatto che il nome scelto per il programma che riporterà l’uomo sulla Luna sia quello di una dea. Artemide, nella mitologia greca, era la signora della caccia, della selvatichezza inviolata, della luna appunto. Vergine e feroce, custodiva ciò che non doveva essere toccato. I Greci avrebbero trovato nel nome Artemis, scelto dalla NASA per questo programma di conquista e colonizzazione del satellite, un’ironia sottile e forse sacrilega. Noi, figli di un’epoca che ha disimparato il senso del sacro e del limite, probabilmente non ce ne siamo nemmeno accorti.
Il sogno e i suoi padroni
Stanotte — o domani notte, a seconda di dove si trovi il lettore rispetto al fuso della Florida — quattro esseri umani si alzeranno dalla superficie terrestre a bordo di un razzo alto novantotto metri e si dirigeranno verso la Luna. Non vi atterreranno: la orbiteranno, la supereranno di quasi undicimila chilometri, la fotograferanno con macchine digitali sofisticate come non fu possibile con le pellicole Kodak dell’Apollo 8. Poi torneranno nell’oceano Pacifico, nove giorni dopo. È un test. Un assaggio. Una promessa.
La retorica che accompagna questi eventi è sempre la stessa, e sempre bellissima: l’umanità che si allunga verso le stelle, la frontiera che si sposta, il confine che arretra. E c’è del vero in essa. Sarebbe ingeneroso e ottuso negarlo. L’impulso a esplorare è tra i più nobili che la specie abbia sviluppato, e la scienza che si produce nell’esplorazione spaziale — in medicina, in fisica, in ingegneria dei materiali — ricade sulla vita di tutti, anche di chi non saprà mai pronunciare il nome di Orion.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo e disonesto non chiedersi: chi esplora, per conto di chi, e con quali intenzioni dichiarate e non dichiarate.
Titanismo e umiltà
Il primo problema è filosofico, e forse il più antico. Si chiama titanismo: la pretesa umana di non avere limite, di piegare la realtà alla propria volontà, di trasformare ogni altrove in risorsa. I Titani, nella mitologia greca, erano coloro che avevano sfidato l’ordine cosmico. Furono sconfitti non perché fossero stupidi o malvagi, ma perché avevano confuso la potenza con il diritto.
La modernità è figlia di una forma temperata di titanismo: l’idea che la natura — tutta la natura, fino al cosmo — esista come materia prima per il progetto umano. Francis Bacon lo disse esplicitamente nel Seicento, e da allora non abbiamo mai smesso di crederci davvero, anche quando abbiamo imparato a dire le parole giuste sull’ecologia e sulla sostenibilità.
La Luna non fa eccezione. Già si parla — con la stessa naturalezza con cui si parla di un’area industriale da sviluppare — di elio-3, l’isotopo raro presente nel suolo lunare e potenzialmente prezioso per la fusione nucleare. Di terre rare. Di acqua ghiacciata nei crateri polari, risorsa strategica per future basi permanenti. Il ministro italiano Adolfo Urso, firmando a Washington l’accordo che potrebbe portare un astronauta italiano sulla Luna, ha usato parole che rivelano molto: «Torneremo sulla Luna, e questa volta per restarci». Per restarci. Come coloni. Come pionieri. Come — la parola non detta ma implicita — come proprietari.
La corsa e il suo vero nome
Il secondo problema è geopolitico, e lo si capisce osservando chi è assente dalla scena tanto quanto chi è presente. Artemis è un programma americano. Vi partecipano alleati degli Stati Uniti: Europa, Canada, Giappone, Australia. Non vi partecipano Russia e Cina, che hanno il loro programma lunare autonomo — e che prevedono un allunaggio entro il 2029, un anno dopo quello americano. Non è una coincidenza di calendario: è una corsa. La stessa corsa degli anni Sessanta, con attori in parte diversi e armi in parte diverse, ma con la stessa logica di fondo: chi arriva primo, detta le regole.
Il Trattato dello Spazio Esterno del 1967 stabilisce che nessuno Stato può rivendicare sovranità sulla Luna. Ma i trattati, come insegna la storia, resistono finché non ci sono risorse sufficientemente appetibili in gioco. Gli Accordi di Artemis, firmati da oltre quaranta Paesi ma non da Russia e Cina, già introducono il concetto di “zone di sicurezza” intorno alle installazioni lunari — un primo, discreto passo verso qualcosa che assomiglia molto a una privatizzazione dello spazio extraterrestre. SpaceX, Blue Origin, e una dozzina di altre compagnie private stanno nel programma non come fornitori di servizi altruistici ma come operatori di mercato. Elon Musk non ha mai nascosto la sua visione: Marte prima, ma la Luna come tappa. E il profitto come bussola.
L’Italia, Prada e lo Shelter lunare
Nel mezzo di tutto questo, l’Italia occupa una posizione singolare e rivelatrice. Costruisce a Torino, presso Thales Alenia Space, i moduli abitativi che ospiteranno gli astronauti sulla Luna — la “casa” degli astronauti sarà “Made in Italy”, come ha detto il ministro con orgoglio comprensibile. Realizza buona parte del modulo di servizio della navicella Orion. E — dettaglio che vale come sintomo di un’epoca — il gruppo Prada realizzerà le tute spaziali della missione Artemis 3.
Non è una critica: è un’osservazione. Lo spazio, una volta dominio esclusivo degli Stati e delle loro agenzie, è diventato anche un mercato del lusso, un palcoscenico per il brand. La Luna come collezione. La frontiera come passerella. C’è qualcosa di vertiginosamente postmoderno in tutto questo, e non è chiaro se debba farci ridere o tremare.
La domanda che non si fa
Eppure, in mezzo a tutto questo, rimane aperta una domanda che nessuno sembra voler affrontare con la serietà che meriterebbe: a chi appartiene la Luna?
Non nel senso giuridico — i trattati ci sono, per quanto fragili. Nel senso morale. Nel senso di ciò che è giusto fare con un corpo celeste che è stato lì miliardi di anni prima che l’uomo imparasse a camminare, che regola le maree degli oceani terrestri, che ha accompagnato ogni civiltà umana come orologio, come musa, come specchio.
Esiste una tradizione di pensiero — non solo religiosa, ma anche laica, da Hans Jonas a Edgar Morin — che chiede all’uomo di esercitare la sua potenza tecnologica con quella che Jonas chiamava “euristica della paura”: prima di fare, chiedersi cosa succederebbe se facessi. Prima di estrarre, prima di costruire, prima di colonizzare, chiedersi se ne abbiamo il diritto. Non solo il potere.
La risposta non è necessariamente un no. L’esplorazione spaziale produce conoscenza, e la conoscenza è un bene comune per definizione. Ma la differenza tra esplorazione e sfruttamento, tra scienza e imperialismo, tra titanismo e umiltà sta esattamente qui: nel modo in cui ci si pone davanti all’ignoto. Con la mano aperta o con il pugno chiuso.
Earthrise, ancora
Nel dicembre del 1968, gli astronauti dell’Apollo 8 scattarono una fotografia destinata a cambiare la percezione che l’umanità aveva di se stessa. Si chiamava Earthrise: la Terra che sorge sull’orizzonte lunare, piccola, fragile, sola nello spazio. Fu quella fotografia — non un trattato, non un discorso politico — a dare impulso al movimento ambientalista moderno. A ricordare agli esseri umani che la loro casa era una, sola e non negoziabile.
Stanotte quattro astronauti partiranno per la Luna con macchine digitali molto più sofisticate delle pellicole Kodak del 1968. Le immagini che porteranno a casa saranno probabilmente mozzafiato. Speriamo che, tra tutte quelle della Luna superata e del cosmo aperto, ci sia anche qualcuna della Terra vista da lontano. Piccola, fragile, sola.
A volte la risposta alle domande più grandi sull’universo ce la dà uno sguardo indietro.
