Editoriale del Direttore

Nel silenzio che nessuno riesce più a fare, provo a scrivere queste parole. Non so se sono un frate che scrive o un uomo che urla. Forse tutte e due le cose. Forse sono la stessa cosa.

Fratelli e sorelle, voglio parlarvi delle mani.

Le mani sono il primo linguaggio che abbiamo imparato. Prima delle parole, prima dei concetti, prima delle ideologie e delle strategie e delle dottrine Monroe e delle teologie della guerra giusta — prima di tutto questo, c’erano le mani di una madre sul viso di un bambino. E il bambino capiva tutto. Capiva chi era, capiva che era amato, capiva che il mondo poteva essere un posto dove stare.

Poi siamo cresciuti. E abbiamo imparato a usare le mani diversamente.

Oggi le mani grondano sangue. Lo ha detto il profeta Isaia tremila anni fa. Lo ha ripetuto questa mattina il papa in piazza San Pietro, davanti a quarantamila persone e a un mondo che non ascoltava — o forse ascoltava, ma non sapeva cosa farsene. Lo dico anch’io, da questo angolo di mondo che guarda il Mediterraneo e sente, quando il vento gira, l’odore di tutto ciò che brucia dall’altra parte.

Le mani grondano sangue. A Gaza, dove i bambini hanno imparato a riconoscere il suono dei missili prima di imparare a leggere. A Kyiv, dove una madre aspetta un figlio che non tornerà — e non sa ancora che non tornerà, e questa non-conoscenza è la forma più crudele di dolore che esista. A Teheran, dove le bombe israeliane e americane cadono su una città di milioni di persone che non hanno scelto né la loro guida né la guerra — e che muoiono lo stesso, come muoiono sempre i civili, che è l’unica cosa in cui le guerre sono davvero uguali per tutti. In Sudan, dove una guerra che il mondo ha smesso di guardare — perché il mondo si stanca, il mondo cambia canale — ha già ucciso decine di migliaia di persone e ne ha cacciate dodici milioni dalle loro case, e continua, silenziosa e feroce, mentre noi parliamo d’altro. Nel mar Rosso, dove i marinai guardano l’orizzonte e non sanno se stanno lavorando o stanno combattendo, perché qualcuno ha deciso che il mare non appartiene più a tutti.

Fratelli, il mare non appartiene a nessuno. Questo lo sapevano già i pescatori del lago di Tiberiade.

Vorrei parlarvi della pace. Ma non voglio farlo nel modo in cui se ne parla di solito — con quella voce morbida, consolatoria, un po’ narcotizzante, che trasforma la pace in un’aspirazione lontana, in un sogno buono per le omelie della domenica e per i comunicati dei ministeri degli esteri. Quella pace lì non mi interessa. Quella pace lì è la pace dei potenti, che hanno già quello che vogliono e chiedono agli altri di smettere di disturbare.

La pace vera è un’altra cosa. È scomoda. È costosa. È fatta di mani — di quelle stesse mani che grondano sangue — lavate, restituite alla loro funzione originaria, che è accarezzare e costruire e tendere verso l’altro.

La pace vera non si annuncia da Washington o da Mosca o da Gerusalemme con un comunicato stampa. Non si negozia in tre round di trattative che producono, puntualmente, processo senza progresso. Non si compra con cento miliardi di rubli “volontari” versati da oligarchi che hanno paura del loro presidente. Non si ottiene chiudendo il Santo Sepolcro nel giorno più sacro dell’anno cristiano — come se Dio potesse essere messo in quarantena per ragioni di sicurezza nazionale.

La pace si pratica. Si pratica con il corpo. Si pratica andando, fisicamente, dove si muore — non per morire anche noi, ma per testimoniare che c’è ancora qualcuno disposto a mettere il proprio corpo tra i corpi che cadono e dire: basta. Fino a qui.

Ho girato il mondo, in aereo, in nave, in treno, in bus, in auto, in moto… a piedi nudi. Il mondo diventa sempre più complicato, o forse siamo diventati noi più indifferenti. Ma so che la barca della Flottiglia deve partire. So che qualcuno vi deve salire. So che la pace non si delega — non ai diplomatici, non ai presidenti, non ai Papi, per quanto bravi e coraggiosi. Si delega meno di tutto ai generali. Un mio amico ha distribuito pochi giorni fa medicinali a L’Avana da una barca partita da Cancun.

Voglio dirvi una cosa sui nemici. L’ho imparata leggendo il Vangelo, ma l’ho capita guardando la faccia delle persone.

Non esistono i nemici. Esistono persone che hanno paura. Esistono persone che hanno fame. Esistono persone che hanno subito un torto — vero o immaginato, non importa, perché il torto immaginato brucia quanto quello vero, a volte di più. Esistono persone che qualcuno ha convinto che la loro sopravvivenza dipende dalla sconfitta dell’altro. E quando una persona è convinta di questo, farà qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Perché la sopravvivenza è l’istinto più potente che abbiamo, più potente della ragione, più potente della fede, quasi più potente dell’amore.

Il problema non è che gli uomini siano cattivi. Il problema è che li lasciamo soli con la loro paura. E la paura, da sola, nel buio, diventa mostro.

La risposta alla paura non è la bomba. La risposta alla paura è la presenza. È qualcuno che viene, che bussa, che dice: sono qui, non sei solo, parliamo. Non con i missili. Con la voce. Con le mani — quelle mani, ancora, sempre quelle mani.

Permettetemi una parola su Gerusalemme. Questa mattina hanno chiuso il Santo Sepolcro al cardinale Pizzaballa. Prima volta da secoli, dicono. E io penso: prima volta da secoli che qualcuno trova conveniente farlo. Non è una consolazione.

Gerusalemme mi ha sempre fatto piangere — non di commozione, di dolore. È la città più amata e più martoriata del mondo. È la città dove le tre grandi fedi monoteiste si toccano, si sfiorano, si guardano — e troppo spesso si fanno del male, nel nome dello stesso Dio che tutte e tre dicono di amare.

Gesù ha pianto su Gerusalemme. Ha visto la città dall’alto del Monte degli Ulivi e ha pianto. Non di rabbia. Di amore deluso. L’amore deluso è la forma di dolore più pura che esista, perché non contiene odio — contiene solo la distanza tra quello che potrebbe essere e quello che è.

Oggi il cardinale Pizzaballa ha pregato dallo stesso monte. Guardando la stessa città. Con la stessa porta chiusa davanti.

Non so se ha pianto. So che ne avrebbe avuto ogni ragione.

Voglio chiudere con quello che dico sempre, perché è l’unica cosa di cui sono davvero convinto dopo una vita passata a guardare il mondo e a chiedermi cosa ci facciamo qui.

La morte non ha l’ultima parola. Non ce l’ha. Non perché io sia ottimista, ma perché credo, spero e amo. ma voglio testimoniare anche ciò che ho visto. Ho visto persone risorgere. Non nel senso teologico — o non solo. Ho visto persone che avevano tutto contro, che avevano perso tutto, che erano state ridotte a niente, e che da quel niente avevano ricominciato a costruire qualcosa. Una famiglia, una comunità, un pezzo di pane condiviso, una parola detta nel momento giusto.

Ho visto la mia famiglia religiosa rinascere dalle proprie ceneri e sopravvivere ai profeti di sventura e ai delinquenti dello spirito.

Questo è il miracolo ordinario che il mondo non racconta, perché non fa notizia. Fa notizia la bomba. Non fa notizia il pane.

Le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. I bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli.

Lo so che sembra impossibile, in questi giorni. Lo so che mentre scrivo queste parole i missili continuano a cadere e le porte continuano a chiudersi e gli oligarchi versano i loro miliardi volontari e i diplomatici stringono le mani ai legislatori sanzionati e tutto continua come se niente potesse fermarsi.

Ma la brina si scioglie al sole di primavera. Sempre. Anche quando l’inverno sembra eterno.

Restate umani, fratelli. È l’unica rivoluzione che non tradisce mai.

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Scritto in un giorno di guerra, nella speranza ostinata che qualcuno lo legga in un giorno di pace.