I negoziati per l’Ucraina sembrano un “gioco dell’oca”.

C’è un momento in cui il linguaggio diplomatico smette di descrivere la realtà e comincia a sostituirla. Siamo in quel momento.

Tre round di negoziati mediati dagli Stati Uniti sull’Ucraina. Tre volte la stessa scena: i tavoli, le delegazioni, le dichiarazioni prudentemente ottimiste, e poi il nulla. Il primo round ha stabilito un “quadro trilaterale” che non ha colmato nessuna delle fratture fondamentali. Il secondo, a Ginevra, si è concluso bruscamente dopo poche ore, con Kiev che accusava Mosca di trascinare deliberatamente i colloqui. Il terzo ha cambiato sede e formato, ma non sostanza. La linea di faglia è rimasta identica: Mosca vuole concessioni territoriali, l’Ucraina vuole garanzie di sicurezza. Mosca non cede perché non ha incentivi a farlo. E non ha incentivi a farlo perché la pressione che avrebbe dovuto essere applicata su di lei è stata applicata invece su Kiev.

Zelensky lo ripete con la pazienza di chi spiega l’ovvio a chi non vuole sentire: non ci sono prove che Mosca voglia davvero la pace. “Gli Stati Uniti credono che Putin voglia porre fine alla guerra. Qui, abbiamo opinioni completamente diverse.” È una frase che dovrebbe pesare come un macigno nel dibattito occidentale. Invece scivola via, ammortizzata dall’enorme quantità di linguaggio ottimista che la circonda.

Nel frattempo, a Washington, la rappresentante Anna Paulina Luna ospitava al Congresso una delegazione della Duma di Stato russa. Legislatori sotto sanzioni personali americane — sanzionati precisamente per aver votato a favore dell’invasione dell’Ucraina — ricevuti, ascoltati, fotografati. Si è parlato di visti, di proprietà diplomatiche sequestrate, di scambi studenteschi, del Bolshoi e del Mariinsky in tournée americana, degli atleti russi alle prossime Olimpiadi sul suolo americano. Si è parlato, naturalmente, anche di pace in Ucraina. Il membro della Duma Boris Chernyshov ha spiegato che l’obiettivo era “trasmettere la nostra verità.” E ha aggiunto, soddisfatto: “Ci siamo riusciti.”

Luna ha definito l’incontro “storico” — e in questo aveva ragione, anche se forse non nel senso che intendeva. È storicamente significativo che legislatori russi sanzionati siedano nei corridoi del Congresso americano mentre i missili cadono sull’Ucraina e i negoziati producono processo senza progresso. È storicamente significativo che questo venga presentato come un gesto di ragionevolezza, come dialogo necessario tra le due maggiori potenze nucleari. Non è necessariamente sbagliato aprire canali: il dialogo tra potenze nucleari è sempre preferibile al silenzio. Ma il dialogo che non costa nulla a chi lo cerca, e costa tutto a chi ne è oggetto, non è dialogo. È resa progressiva condita di buone maniere.

E poi c’è la guerra che finanzia se stessa. La notizia che Putin avrebbe chiesto — o “accolto con favore”, nella versione di Peskov — contributi “volontari” degli oligarchi russi al bilancio dello Stato rivela una pressione finanziaria reale sul Cremlino. Cento miliardi di rubli da Kerimov, cifre non specificate da Deripaska. La parola volontario compie qui il suo consueto miracolo semantico: tecnicamente nessuno ha costretto nessuno, ma nella Russia di oggi fare ciò che Putin “accoglie con favore” e fare ciò che Putin ha chiesto sono la stessa cosa, con la differenza che la seconda formula espone il potere mentre la prima lo vela elegantemente.

La guerra costa. Ma il temporaneo sollievo arriva — paradossalmente, involontariamente — dall’attacco americano e israeliano all’Iran: ogni punto che il barile di petrolio guadagna sui mercati per le tensioni nello stretto di Hormuz è un sussidio non pianificato all’economia di guerra del Cremlino. Le guerre si alimentano a vicenda per linee traverse che nessuno stratega aveva disegnato. L’Ucraina intanto entra nel 2026 con oltre il quaranta per cento del suo bilancio militare dipendente dai partner internazionali, sotto un ritmo di attacchi russi che supera i mille droni e missili. Lodata per la resilienza, riceve aiuto limitato e pressione crescente.

Tutto questo accade nella stessa settimana in cui la polizia israeliana ferma il cardinale Pizzaballa davanti al Santo Sepolcro, e Leone XIV dice in piazza San Pietro, davanti a quarantamila persone, che Dio non ascolta la preghiera di chi fa la guerra, che le sue mani grondano sangue. Che nessuno può usare Dio per giustificare la guerra. Che Gesù “non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra.”

Il filo che attraversa questi giorni — dai colloqui senza esito di Ginevra ai “contributi volontari” degli oligarchi, dalla delegazione della Duma accolta al Congresso alla porta del Santo Sepolcro sbarrata per la prima volta da secoli — è il filo di una realtà che viene sistematicamente avvolta in una lingua che la rende accettabile. Contributi volontari. Dialogo aperto. Processo di pace. Misure di sicurezza. Ogni fatto viene ammortizzato, ogni costrizione diventa iniziativa personale, ogni blocco diventa misura proporzionata al contesto.

Pizzaballa ha pregato dal Monte degli Ulivi, guardando la città che non poteva raggiungere. È un’immagine che vale più di molte analisi: l’uomo che contempla il luogo della speranza con la porta sbarrata davanti. Non è solo la condizione dei cristiani di Terra Santa questa settimana. È la condizione di chiunque guardi questo momento e cerchi di chiamare le cose con il loro nome — mentre la guerra si paga con donazioni volontarie, la pace si negozia senza intenzione di raggiungerla, e i luoghi sacri si chiudono per ragioni di sicurezza.

Il papa ha citato Isaia: anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei. Le vostre mani grondano sangue.

Non è un versetto consolatorio. È la condizione per la conversione: prima si riconosce la realtà, poi si può cambiare. Il problema è che riconoscere la realtà è esattamente ciò che il linguaggio di questi giorni — diplomatico, militare, mediatico — è costruito per impedire.

Qualcuno ascolterà?

pantano guerra in donbass