Leone XIV: Dio non ascolta le preghiere di chi ha le mani sporche di sangue delle guerre
Questa mattina, Domenica delle Palme, la polizia israeliana ha fermato il cardinale Pierbattista Pizzaballa e padre Francesco Ielpo mentre si dirigevano a piedi, in forma privata, senza corteo né cerimonia, verso la Basilica del Santo Sepolcro. Li ha fermati e ha detto loro di tornare indietro. È la prima volta da secoli che accade.
Secoli. La parola vale la pena di essere tenuta ferma un momento, senza lasciarla scivolare via nel flusso delle notizie. Secoli di guerre, pestilenze, conquiste, occupazioni, rivoluzioni, massacri — e la Messa della Domenica delle Palme nel luogo dove, secondo la fede cristiana, Cristo fu sepolto e risorse, era sempre stata celebrata. Fino a oggi.
Il Patriarcato di Gerusalemme ha usato parole misurate e dure insieme: “misura irragionevole e gravemente sproporzionata”, “grave precedente”, “allontanamento dai principi fondamentali di libertà di culto”. Ha ricordato, con una pazienza che ha qualcosa di amaro, che le Chiese hanno rispettato ogni restrizione dall’inizio della guerra — processioni cancellate, assemblee vietate, celebrazioni affidate agli schermi per centinaia di milioni di fedeli lontani. Tutto rispettato. Tutto accettato. Poi questa mattina, due uomini che camminavano in privato verso una chiesa sono stati fermati.
La geometria dell’episodio dice qualcosa che va oltre il caso specifico. Non si tratta solo di una decisione operativa discutibile, di un eccesso di zelo di qualche funzionario in un momento di tensione. Si tratta di un gesto che tocca uno degli equilibri più antichi e fragili del Medio Oriente: lo status quo dei luoghi santi, quel sistema di consuetudini non scritte che da secoli regola chi celebra dove e quando, e che è sopravvissuto proprio perché nessuna autorità politica — per quanto potente — aveva mai trovato conveniente violarlo apertamente. Oggi qualcuno ha trovato che ne valesse la pena.
Mentre a Gerusalemme si chiudeva una porta, a Roma se ne apriva un’altra — la grande porta bronzea della basilica di San Pietro, sotto il cielo di marzo, davanti a quarantamila persone. E il papa Leone XIV, in questo primo anno di pontificato, ha scelto per la Domenica delle Palme parole che è difficile non leggere anche come un commento diretto a quanto accadeva a pochi chilometri di distanza da quel Sepolcro che i suoi fratelli non potevano raggiungere.
Ha parlato di Gesù che percorre la via della croce non come condottiero ma come Re della pace — un re che entra a Gerusalemme su un asino, non su un cavallo; che ferma il discepolo che estrae la spada; che non si arma, non si difende, non combatte nessuna guerra. E ha citato Isaia con una durezza che non lasciava adito a interpretazioni benevole: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue.” Dio, ha detto Leone XIV, non ascolta la preghiera di chi fa la guerra. Nessuno può usare Dio per giustificare la guerra. Nessuno.
Sono affermazioni che riguardano tutti i belligeranti, perché il papa parla all’umanità intera. Ma suonano con una risonanza particolare in un giorno in cui il luogo dove Cristo subì la Passione è militarmente presidiato, la Città Vecchia di Gerusalemme è deserta, i mercati chiusi, le moschee inaccessibili, il Muro del Pianto sorvegliato. Un giorno in cui la guerra ha svuotato il luogo stesso dove le tre religioni monoteiste si toccano — si toccano e spesso si sfiorano con una litigiosità secolare, ma almeno si toccano, o almeno si toccavano.
Leone XIV ha guardato anche più in là — oltre le piaghe del Medio Oriente, verso il mare. Ha pregato per i marittimi bloccati dallo stretto di Hormuz, per i migranti annegati al largo di Creta, per chi è “in balia del mare” in un mondo in cui terra, cielo e acqua sembrano tutti risucchiati nella stessa spirale. E alle lacrime delle vittime ha chiesto, con le parole del vescovo Tonino Bello, che vengano prosciugate “come la brina dal sole della primavera.” Una promessa escatologica, certo. Ma anche, in questo momento, l’unica forma di speranza che non suoni come propaganda.
Pizzaballa ha pregato dal Monte degli Ulivi, il punto da cui Gesù pianse su Gerusalemme. Un luogo diverso, all’aperto, con la città santa di fronte e il Sepolcro inaccessibile alle spalle. C’è qualcosa di involontariamente liturgico in questa soluzione di ripiego: il pellegrino che non può entrare nella città e la guarda da lontano, come Mosè che contempla la Terra Promessa senza potervi accedere. O come Cristo stesso, che su quel colle si fermò a piangere su una città che non sapeva riconoscere il momento della sua visita.
Meloni ha detto che è “un’offesa per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa.” Tajani ha convocato l’ambasciatore israeliano. Le parole del governo italiano sono state insolitamente nette, e vanno riconosciute per quello che sono. Ma restano parole, pronunciate a distanza di sicurezza da una guerra che l’Italia ha scelto — saggiamente o meno — di non toccare.
Resta il fatto nudo: questa mattina, nel luogo dove la tradizione cristiana colloca la più grande speranza dell’umanità, la porta era chiusa. Il cardinale ha pregato guardando la città dall’esterno. Il papa ha detto che Dio non ascolta le preghiere di chi ha le mani che grondano sangue. E la guerra continuava, indifferente a entrambi.
Non è la prima volta nella storia che il potere chiude le porte ai sacerdoti e ai profeti. È però sempre, ogni volta, un momento in cui qualcosa si rompe che non si riattacca facilmente. Lo status quo dei luoghi santi non era solo un accordo amministrativo: era la traccia sottile di una civiltà che aveva imparato, a prezzo di secoli di sangue, che certi spazi appartengono a qualcosa di più grande di qualunque esercito. Oggi quella traccia è stata cancellata con un gesto, forse distratto, forse calcolato. In ogni caso irreversibile, almeno nella memoria.
E chiunque abbia creduto, anche per un momento, che questa guerra riguardasse solo missili e basi militari e stretto di Hormuz, oggi ha un nuovo dato da mettere nel conto: riguarda anche le porte. E chi decide chi può passare.

