In un mondo in guerra non si possono tollerare anche le polarizzazioni liturgiche nella Chiesa

Il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino, ha usato un’immagine che vale più di mille argomenti teologici. Parlando delle polemiche intorno alla Messa in latino e alle restrizioni imposte da «Traditionis Custodes», si è chiesto: «Perché tutto questo clamore, questo battere di tamburi e squillare di trombe? Cosa sta succedendo davvero?». È una domanda retorica, certo. Ma contiene una diagnosi precisa, e vale la pena prenderla sul serio.

Cosa sta succedendo davvero, nel mondo dei cattolici tradizionalisti che da anni conducono una guerra di logoramento contro la riforma liturgica del Concilio Vaticano II? Sta succedendo che una concessione pastorale — generosa, ripetuta, confermata da Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI e mantenuta persino dopo le restrizioni di Francesco — viene trasformata in un diritto acquisito, in una bandiera identitaria, in uno strumento di opposizione sistematica alla Chiesa del loro tempo. Non è più questione di rito. È questione di potere.

Il cardinale Roche lo dice con la chiarezza di chi ha studiato la storia della liturgia abbastanza a lungo da non stupirsi di nulla: la concessione di celebrare la Messa preconciliare era nata come accomodamento pastorale per chi «non riusciva ad adattarsi» alla nuova forma. Una misura di misericordia, non il riconoscimento di un errore. Ma quella misura è stata progressivamente dirottata verso un obiettivo diverso: non la cura delle coscienze inquiete, ma la promozione attiva contro la riforma liturgica del Vaticano II. Contro, non accanto. La distinzione è cruciale.

San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, affrontava già qualcosa di simile. La comunità di Corinto aveva trasformato la celebrazione eucaristica in uno spazio di divisioni, di preferenze personali, di fazioni. L’apostolo li richiamava con una durezza che non ammette interpretazioni edulcorate: «Quello che vi ho trasmesso, l’ho ricevuto dal Signore stesso». Il punto è esattamente questo. La liturgia non appartiene a nessun gruppo, nessuna sensibilità, nessuna corrente culturale. Non è una scelta del consumatore spirituale. Non si personalizza secondo i propri gusti, come un profilo social o una playlist. Appartiene alla Chiesa intera, e la Chiesa intera include i due miliardi di cattolici che oggi celebrano nella forma riformata dal Concilio, spesso in lingue che Trento non aveva mai sentito nominare.

Il paradosso dei tradizionalisti più agguerriti è che, nel nome della tradizione, operano contro il principio più tradizionale di tutti: l’obbedienza alla comunità ecclesiale e alla sua guida legittima. Citano i Padri della Chiesa, i santi medievali, il Concilio di Trento — ma ignorano che ogni riforma liturgica della storia, comprese quelle che loro venerano, è stata imposta dall’autorità ecclesiastica contro le resistenze di chi preferiva il rito precedente. La Messa tridentina stessa fu una riforma imposta, non una tradizione immutabile caduta dal cielo. La storia della liturgia è una storia di cambiamento continuo, governato dall’autorità e orientato all’unità. Presentarla come un monumento immobile da difendere contro i barbari modernisti è, storicamente, una falsificazione.

Roche lo dice con garbo diplomatico, ma lo dice: c’è «qualcos’altro» in gioco. E quel qualcos’altro ha un nome che nel dibattito pubblico viene pronunciato raramente con chiarezza: è il rifiuto del Vaticano II come evento della Chiesa, non come errore da correggere o deviazione da riassorbire. Per una parte del mondo tradizionalista, il Concilio è una ferita aperta, una sconfitta storica da rovesciare. La Messa in latino è il simbolo di quella battaglia, non il suo oggetto reale. Si batte i tamburi per il rito, ma si vuole vincere sulla teologia.

Il cardinale concede che l’attrazione per la liturgia antica abbia ragioni comprensibili: il silenzio, la musica, la riverenza. Sono ragioni vere, e sarebbe disonesto negarle. Ma aggiunge, con una punta di sfida rivolta alla propria parte, che quelle stesse qualità — silenzio, musica, riverenza — dovrebbero caratterizzare ogni domenica anche la Messa riformata. «Contrapporre un rito all’altro significa perdere il senso della materia che si sta maneggiando». È un’autocritica implicita, e onesta: se tanti fedeli cercano raccoglimento nella Messa antica, qualcosa nella celebrazione ordinaria deve essere andato storto. Il problema non è il rito. È come lo si celebra.

Ma questa autocritica non giustifica la guerra. Non giustifica il «battere di tamburi», i siti internet che archiviano ogni dichiarazione papale in cerca di eresie, le petizioni firmate da cardinali in disaccordo, i video su YouTube dove sacerdoti in piviale borchiato spiegano perché Francesco sbaglia e Lefebvre aveva ragione. Non giustifica la trasformazione di una questione liturgica in una questione di fedeltà, quasi che la vera Chiesa fosse quella che celebra in latino e il resto una deriva modernista da compatire o combattere.

San Paolo scriveva ai Corinzi che quando si va in chiesa non si va come individui ma come famiglia. Come assemblea convocata da Dio. È un’idea semplice, quasi banale nella sua formulazione. Eppure è esattamente l’idea che il tradizionalismo più radicale fatica ad accettare: che la Chiesa non sia uno specchio della propria sensibilità spirituale, ma una realtà che ci precede, ci contiene e ci supera. Che appartenervi significhi, a volte, rinunciare al proprio gusto personale in favore di qualcosa di più grande.

I tamburi continuano a battere. Ma il rumore, come sa chiunque abbia frequentato una buona liturgia, non è mai stato un segno della presenza di Dio.