La Porta delle Lacrime è a rischio di navigazione. Duro colpo per Trump e per l’economia globale

Si chiama così da secoli: Bab al-Mandeb, la Porta delle Lacrime. È uno stretto di appena trenta chilometri nel punto più stretto, là dove il Mar Rosso finisce e comincia il Golfo di Aden. Ogni anno attraverso quella porta passa circa il dieci per cento del petrolio mondiale. Ogni anno migliaia di navi mercantili vi transitano cariche di carburante, cibo, componenti elettronici, medicinali. È uno dei punti dove l’economia globale è più sottile, più vulnerabile, più esposta. Sabato mattina gli Houthi dello Yemen hanno annunciato di avere le mani su quella porta. E di essere pronti a chiuderla.

Ma prima di arrivare alla porta, bisogna capire cosa è successo nelle ore precedenti. Perché sabato non è stato un giorno qualunque. È stato il giorno in cui una guerra di un mese ha mostrato il suo vero volto.

Gli Houthi non si sono limitati a minacciare. Hanno agito. Missili balistici lanciati dallo Yemen contro Israele — l’esercito israeliano ha detto di averli intercettati, nessuna vittima — e una dichiarazione esplicita: «Stiamo conducendo questa battaglia a tappe». È la prima volta dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, che lo Yemen colpisce direttamente Israele. Un fatto che avrebbe dovuto essere impossibile: Israele aveva martellato le infrastrutture Houthi per mesi, distrutto porti e aeroporti, eliminato ministri e comandanti incluso il primo ministro Ahmed al-Rahawi. Li aveva dati per neutralizzati. Invece sabato mattina i missili sono partiti lo stesso. Gli Houthi sono vivi, armati e in guerra.

Poche ore prima, l’Iran aveva colpito con sei missili e ventinove droni la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, ferendo almeno quindici soldati americani, cinque dei quali in modo grave. Israele aveva appena bombardato impianti nucleari iraniani. Teheran aveva minacciato vendetta. E Trump aveva spostato ancora una volta la scadenza che lui stesso si era dato per riaprire lo Stretto di Hormuz.

Un mese esatto dai primi bombardamenti. È il momento di fare i conti.

Sul piano militare i risultati ci sono: le capacità dell’Iran sono state degradate, decine di alti comandanti eliminati, infrastrutture colpite. Ma la guerra, nella sua logica più profonda, si misura su altro. E su quell’altro Trump sta perdendo su tutti i fronti. La Guardia Rivoluzionaria Islamica è ancora al potere. Hormuz è ancora chiusa. Gli obiettivi dichiarati erano tre all’inizio, sono diventati quattro, poi cinque: una lista che cresce è il segno classico di chi insegue una guerra che non riesce a domare. E ora gli Houthi — che si credevano ridotti all’impotenza — sono entrati ufficialmente nel conflitto sparando su Israele. Il cerchio si allarga invece di stringersi.

È il cul-de-sac del Medio Oriente. È, per usare la parola che pesa come un macigno nella storia americana, il rischio Vietnam: una guerra scelta, non subita, in un teatro dove ogni obiettivo raggiunto ne genera tre nuovi, dove ogni testa tagliata ne fa crescere altre due, dove la potenza militare più grande del mondo scopre che i bombardamenti non bastano a piegare la volontà di chi non ha niente da perdere.

Per capire quanto sia grave la minaccia su Bab al-Mandeb bisogna guardare a cosa sta già accadendo a Hormuz, qualche centinaio di miglia a nord-est. L’Iran lo ha chiuso un mese fa e da allora lo usa come leva economica globale: lascia passare le navi amiche — cinesi, indiane, del Golfo — imponendo pedaggi fino a un milione e mezzo di sterline a passaggio. Un sistema di casello medievale nel mezzo di una rotta energetica del ventunesimo secolo. I prezzi del carburante sono già esplosi. Le catene di approvvigionamento scricchiolano. E l’Arabia Saudita, che aveva trovato una via d’uscita pompando greggio attraverso un oleodotto che sfocia a Yanbu sul Mar Rosso, si troverebbe strangolata anche su quel fronte se gli Houthi chiudessero la Porta delle Lacrime.

porta delle lacrime

Gli Houthi lo sanno. Il loro leader Abdul-Malik al-Houthi guarda al modello iraniano con ammirazione dichiarata: bloccare uno stretto funziona, produce pressione, costringe il mondo a trattare. Teheran ha dimostrato che si può tenere in scacco la più grande potenza militare della Terra non con eserciti ma con geografia. Ora gli Houthi vogliono replicare l’esperimento su un altro collo di bottiglia. Se entrambi gli stretti venissero chiusi insieme, le conseguenze sull’economia mondiale sarebbero di una portata che nessun modello riesce a calcolare con precisione. Due dei principali corridoi energetici del pianeta ostruiti simultaneamente: non è fantascienza, è la direzione verso cui questa guerra sta scivolando.

Trump intanto parla di colloqui che vanno «molto bene». L’Iran risponde che non sta negoziando con nessuno. Il Segretario di Stato Rubio assicura che gli obiettivi si raggiungeranno «senza truppe di terra», aggiungendo però — con quella formula rivelatrice — che il presidente deve essere «preparato per molteplici contingenze». Trecento soldati feriti, tredici morti, duemilacinquecento Marines appena arrivati nella regione a bordo della USS Tripoli. Le parole di chi esclude le truppe di terra hanno sempre meno il sapore della strategia e sempre più quello della speranza.

A Sanaa, venerdì, le folle Houthi sfilavano brandendo armi e bandiere. Un droghiere di sessantacinque anni commentava così l’entrata in guerra del suo paese: «Se ne verrà qualcosa, ci porterà solo miseria». È la voce di chi vive sotto gli stretti, non sopra di essi. Di chi non decide dove passa il petrolio ma ne paga le conseguenze comunque, in qualunque direzione vada la guerra.

Un mese fa Trump aveva promesso una guerra rapida, chirurgica, risolutiva. Oggi si ritrova con un Iran che non tratta, con gli Houthi che sparano missili su Israele, con lo Stretto di Hormuz chiuso, con i Marines in navigazione verso un teatro sempre più complicato, con obiettivi che cambiano settimana dopo settimana come un orizzonte che arretra.

La Porta delle Lacrime si chiama così per una ragione antica e concreta. I marinai arabi medievali la temevano più di qualsiasi altro tratto di mare: le correnti vi sono imprevedibili, i venti contrari e repentini, i fondali insidiosi. Chi ci passava sapeva che poteva non tornare. Per secoli quella porta è stata sinonimo di traversata pericolosa, di destino incerto, di lacrime versate sulle rive da chi aspettava e non vedeva tornare nessuno. Oggi quella stessa porta rischia di diventare il punto dove si decide quanto costerà fare la spesa a Milano o a Berlino, quanto durerà il riscaldamento a Varsavia, quanto sopravviverà l’economia globale a una guerra che in un mese non ha risolto nulla e ha aperto voragini che nessuno sa ancora come chiudere.

Le lacrime, in fondo, non sono mai passate di moda su quello stretto. Cambiano solo chi le versa.