Ridistribuzione delle ricchezze e internet come opportunità di apostolato i temi trattati ai grandi e ai giovani da Leone XIV nel viaggio lampo, ma storico al Principato di Monaco

C’è qualcosa di antico e insieme di sorprendente nel suono delle campane che stamane hanno accolto papa Leone XIV nel Principato di Monaco. Un suono che appartiene a un’altra velocità rispetto a quella frenetica del principato degli yacht e dei Gran Premi — già montati, lungo le strade, gli spalti per la corsa — eppure capace, come sempre, di fermare il tempo e radunare lo sguardo verso l’alto. È la prima volta, in epoca contemporanea, che un pontefice mette piede in questo fazzoletto di roccia e lusso affacciato sul Mediterraneo. Meno di nove ore. Una visita lampo, certo, ma densa come un vangelo tascabile.

Leone XIV ha scelto Monaco con una logica che lui stesso ha spiegato senza reticenze: questo piccolo Stato è un «microcosmo», uno specchio del mondo. E gli specchi, si sa, non mentono. Qui, sulle stesse panche della cattedrale e nella piazzetta antistante al Palazzo dei principi, si ritrovano fianco a fianco imprenditori e lavoratori immigrati, famiglie storiche e personale del turismo, centocinquanta nazionalità stipate in due chilometri quadrati. Il Papa ha guardato tutto questo e ne ha fatto un pulpito. Non per celebrarlo, ma per interrogarlo.

L’interrogazione è stata diretta, quasi severa. Nel Palazzo dei principi, davanti ad Alberto II e Charlène, Leone XIV ha denunciato «un momento storico in cui l’ostentazione della forza e la logica della prevaricazione danneggiano il mondo e compromettono la pace». Ha invitato a rimuovere «le configurazioni ingiuste del potere, le strutture di peccato che scavano abissi fra poveri e ricchi, fra privilegiati e scartati». Parole che in qualsiasi altro contesto potrebbero sembrare rituali: dette qui, davanti a chi «occupa ruoli di considerevole influenza in ambito economico e finanziario», acquistano il peso specifico di una sfida. «Ogni talento, ogni opportunità, ogni bene posto nelle nostre mani ha una destinazione universale», ha affermato il Papa, «un’intrinseca esigenza di non essere trattenuto ma ridistribuito». Non è un appello vago alla generosità: è la Dottrina sociale della Chiesa declinata nel cuore della cittadella del privilegio europeo.

Non è un caso che questo Papa porti il nome di Leone XIII, il pontefice della Rerum novarum. E non è un caso che abbia scelto il secondo Paese più piccolo del pianeta — dopo il Vaticano — per invitare a essere «esperti delle cose nuove». Le rerum novarum di oggi hanno nomi diversi da quelle di fine Ottocento: intelligenza artificiale, mondo digitale, crisi ecologica, fluidità identitaria. E Leone XIV le affronta con lo stesso metodo del suo predecessore nominale: partire dalla realtà concreta, non dalle astrazioni.

Lo si è visto nell’incontro con i giovani, forse il momento più vivo della giornata monegasca, in una piazza aperta davanti alla chiesa di Santa Devota, patrona del principato. Benjamin e Andreia — due ragazzi in carne e ossa, non simboli — gli hanno descritto un mondo «che sembra andare sempre di fretta, smanioso di novità, segnato da un bisogno quasi compulsivo di continui cambiamenti». Il Papa ha ascoltato, e ha risposto senza semplificazioni: sì, «l’epoca moderna ci ha arricchiti di tante cose buone», ma quell’«inquietudine» e quel «vuoto interiore» che i ragazzi descrivono non si colmano «con cose materiali e passeggere, nemmeno con i consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze artificiali». La «frenesia del fare e del dire, dei messaggi, dei reel, delle chat» è una diagnosi precisa, non un’invettiva senile contro la tecnologia: viene da un Papa che usa ancora WhatsApp, come è stato ricordato con un pizzico di ironia, e che sta preparando la sua prima enciclica dedicata proprio al digitale e all’intelligenza artificiale.

In questo quadro si inserisce il richiamo a Carlo Acutis, il liceale milanese canonizzato lo scorso settembre, che Leone XIV definisce davanti ai giovani di Monaco «patrono» del web — raccogliendo un desiderio che sale dal basso — e «un sentiero di luce anche nel mondo di Internet». Acutis aveva scelto la rete come strumento di apostolato, non come palcoscenico del sé. Parlava dell’Eucaristia come «dell’autostrada per il cielo» e dell’Adorazione come di «un bagno di sole capace di abbronzare l’anima»: un linguaggio che sa di pixel e di grazia insieme, e che il Papa cita come modello di come la fede sappia abitare ogni nuovo linguaggio senza dissolversi in esso.

Nella cattedrale dell’Immacolata Concezione, poi, Leone XIV ha parlato alla comunità cattolica di «comunione» e di «fraternità». Ha chiesto che la Chiesa sia «nel mondo riflesso dell’amore di Dio che non fa preferenze di persone», che sia «una realtà nella quale tutti trovano accoglienza». E ha aggiunto, con una precisione che suona come monito: «Nella Chiesa tali differenze non diventano mai occasione di divisioni in classi sociali». In un principato dove le classi sociali si vedono a occhio nudo, anche questo è un atto politico nel senso più alto del termine.

Dal Quirinale, Sergio Mattarella ha accompagnato il viaggio con un messaggio che è a sua volta una piccola meditazione. Il presidente della Repubblica ha colto nel motto scelto dal Papa per questa missione — «Io sono la via, la verità e la vita» — la risposta a «un’esigenza ovunque avvertita di udire parole capaci di suscitare speranza e ispirare concordia tra i popoli». Parole istituzionali, certo, ma non vuote: in un tempo in cui la concordia sembra merce rara, anche augurarla pubblicamente è un atto.

Le campane, dunque. Hanno suonato per meno di nove ore. Ma in quelle ore un Papa ha detto ai potenti che la ricchezza ha una destinazione universale, ai giovani che i like non riempiono il cuore, ai cristiani che la fede si fa impegno o non si fa, alla guerra che la forza non è argomento. Lo ha detto nel posto forse più improbabile d’Europa. Forse proprio per questo lo ha scelto. «Nella Bibbia», ha spiegato lui stesso, «i piccoli fanno la storia».

leone xiv con i giovani monegaschi