Vladimir Putin sta guardando. Guarda la guerra nel Golfo Persico con quella particolare qualità di attenzione che appartiene ai giocatori di scacchi quando non sono loro a muovere il pezzo sul tavolo ma l’avversario sta facendo, involontariamente, quello che loro avrebbero voluto fare. Non è la soddisfazione aperta del vincitore: è qualcosa di più sottile, più freddo. È il calcolo di chi sa che la storia, a volte, lavora per te anche quando non ci metti le mani.

Il petrolio russo è risalito. Il greggio Brent ha superato i cento dollari al barile. Trump è stato costretto a sospendere temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo per alleviare la pressione economica che lo Stretto di Hormuz chiuso sta producendo sull’Occidente. Petroliere cariche di Ural crude fanno inversioni a U in mare aperto, cambiano rotta verso l’India, trovano acquirenti che fino a ieri cercavano di non dipendere da Mosca. La guerra di qualcun altro sta finanziando la guerra di Putin in Ucraina. Non male, per un paese che non ha schierato un solo soldato nel Golfo.

La domanda che circola nelle cancellerie e nei think tank occidentali — quanto aiuta davvero la Russia all’Iran? — merita una risposta onesta, che è anche una risposta scomoda: abbastanza per sembrare un alleato, non abbastanza da cambiare l’esito.

Mosca fornisce dati satellitari attraverso il sistema Liana, costruito appositamente per tracciare i gruppi d’attacco delle portaerei americane. Ha aiutato a sviluppare il satellite iraniano Khayyam, lanciato da Baikonur nel 2022. Condivide intelligence sulle posizioni delle navi da guerra e degli aerei statunitensi. Ha modernizzato i droni Shahed — quei marchingegni lenti e rumorosi che l’Ucraina ha imparato ad abbattere a decine — dotandoli di moduli di navigazione satellitare russi che li rendono resistenti ai sistemi di disturbo elettronico. Uno di questi droni aggiornati ha colpito una base aerea britannica a Cipro il primo marzo: prima vittima europea di un conflitto che si voleva confinato nel Golfo.

È un aiuto reale. Ma gli analisti che lo studiano da vicino usano una frase rivelatrice: “un gesto di buona volontà”. Un tentativo di creare l’illusione dell’alleanza senza assumersi i costi dell’alleanza. Mostrare a Teheran che Mosca non lascia gli amici nel bisogno, pur lasciandoli sostanzialmente nel bisogno.

L’Iran, del resto, sa esattamente quanto vale questo aiuto. Sa che le forze non sono uguali. Sa che nessun dato satellitare russo cambierà il rapporto di forza tra la Repubblica Islamica e l’apparato militare combinato di Stati Uniti e Israele. Sa che Putin non manderà né un soldato né un missile in difesa di Teheran — non esiste clausola di difesa reciproca tra i due paesi, e non esiste nemmeno, a leggerla bene, una vera volontà politica in tal senso. La Russia ha bisogno che l’Iran resista abbastanza da tenere alta la tensione e il prezzo del petrolio. Non ha bisogno che l’Iran vinca. Una vittoria iraniana cambierebbe gli equilibri del Medio Oriente in modo imprevedibile, potrebbe rafforzare una potenza regionale con cui Mosca ha rapporti complicati, potrebbe produrre conseguenze che il Cremlino non riesce a calcolare. Un Iran che combatte, che soffre, che resiste abbastanza da tenere lo Stretto semichiuso e i mercati in subbuglio: questo sì, questo è utile.

L’alleanza russo-iraniana, in questa luce, assomiglia meno a una partnership strategica e più a un matrimonio di convenienza in cui entrambe le parti sanno perfettamente di essere usate dall’altra, e trovano comunque conveniente proseguire. Teheran fornisce a Mosca droni kamikaze e munizioni per la guerra in Ucraina — lo fa da due anni, da quando l’invasione ha prosciugato i magazzini russi. Mosca fornisce all’Iran copertura diplomatica, intelligence, tecnologia spaziale, sistemi di difesa aerea, e ora quella navigazione satellitare che rende i droni più difficili da abbattere. È uno scambio. Non è una solidarietà.

C’è qualcosa di istruttivo, però, in come questa guerra stia ridisegnando le geometrie del potere globale anche al di là del Golfo.

L’Ucraina — il paese che subisce la guerra di Putin da quattro anni — sta insegnando agli Emirati Arabi Uniti come abbattere i droni iraniani. Ha sviluppato intercettatori economici specificamente progettati per colpire gli Shahed, li produce in serie, e ora trasferisce quel know-how ai paesi del Golfo sotto attacco. È una di quelle ironie che la storia produce con certa regolarità: la vittima di un’aggressione diventa, suo malgrado, esperta in una tecnologia che l’aggressore ha condiviso con un terzo, e quella competenza finisce per circolare in direzioni che nessuno aveva previsto.

Nel frattempo, l’Iran ha bruciato le sue scorte di droni a una velocità che gli analisti non si aspettavano. Da duecentocinquanta droni al giorno nelle prime settimane, è sceso a cinquanta. Il vapore, dice un ricercatore tedesco, sta finendo. Questo significa che i dati satellitari russi — per quanto precisi, per quanto utili in teoria — rischiano di diventare irrilevanti se non ci sono abbastanza vettori per usarli. L’intelligence senza le armi è un lusso astratto.

Trump ha detto che la Russia “potrebbe aiutarli un po’”. È una di quelle frasi in cui l’imprecisione del linguaggio contiene, per caso, una verità precisa. Un po’. Non abbastanza da ribaltare il conflitto. Non abbastanza da costringere Washington a ricalcolare la propria strategia. Abbastanza da tenere Mosca nel gioco, da dare a Putin il ruolo dell’attore rilevante che non si può ignorare, da assicurarsi che qualunque soluzione si trovi nel Golfo debba in qualche modo tenere conto dei suoi interessi.

È questo il vero obiettivo della politica estera russa in questa fase: non vincere, non perdere, restare indispensabile. Essere la variabile che nessun’equazione riesce a eliminare. Mentre il mondo discute di Hormuz, di droni, di truppe di terra e di accordi in quindici punti, Putin incassa i proventi del petrolio, ricostruisce le riserve valutarie erose dalle sanzioni, e aspetta che qualcuno a Washington si ricordi che la guerra in Ucraina esiste ancora e che prima o poi bisognerà parlarne.

C’è un’antica massima della diplomazia che dice che gli Stati non hanno amici permanenti, solo interessi permanenti. Putin la conosce a memoria. La pratica con la coerenza metodica di chi ha trasformato il cinismo in sistema di governo.

L’Iran, in questo momento, è utile. Domani potrebbe non esserlo. L’amicizia russo-iraniana durerà esattamente quanto dureranno gli interessi che la producono. Non un giorno di più.

Nel Golfo si combatte, si muore, si sfolla, si blocca il commercio mondiale. A Mosca si guarda, si calcola, si incassano i dividendi.

Non è una bella storia. Ma è, con ogni probabilità, la storia vera.