Il caso del Canada e dell’Australia
C’è un paradosso curioso nella storia politica di questi anni: l’uomo che ha vinto due elezioni americane promettendo di rimettere al centro gli interessi del popolo americano sta producendo, ovunque fuori dall’America, un effetto opposto. Sta risvegliando le sinistre. Sta rigenerando coalizioni che sembravano esaurite. Sta restituendo voti a partiti che li avevano persi per ragioni tutte interne — logoramento, mediocrità, distanza dai cittadini — e che ora li ritrovano per una ragione esterna: la paura di diventare la prossima variabile nella geometria del potere trumpiano.
Canada e Australia, a mesi di distanza l’uno dall’altro, hanno raccontato la stessa storia. Mark Carney ha guidato i Liberali canadesi a una vittoria che nessun sondaggio prevedeva con quella ampiezza, ribaltando un vantaggio conservatore che sembrava consolidato. Anthony Albanese ha portato il Labor australiano a un secondo mandato con una maggioranza che ha sorpreso persino i suoi sostenitori più ottimisti. In entrambi i casi, la variabile che ha spostato l’ago non era interna: era esterna, ingombrante, rumorosa. Si chiamava Donald Trump.
Per capire cosa è successo bisogna partire da ciò che Trump ha fatto — o detto di voler fare — ai due paesi.
Il Canada ha vissuto mesi di umiliazione pubblica. I dazi, le minacce alla sovranità economica, le battute ripetute sulla possibilità che il Canada diventasse il cinquantunesimo Stato americano: non erano provocazioni casuali, erano una strategia di pressione sistematica. Trump trattava il confine più lungo del mondo — quello tra due democrazie alleate da decenni, integrate economicamente in misura che non ha paragoni — come se fosse la frontiera con un avversario. Justin Trudeau si era dimesso logorato dalla politica interna. Mark Carney, ex governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra, uomo che emanava competenza istituzionale da ogni poro, era entrato in campo in un momento in cui i canadesi non cercavano un tribuno popolare: cercavano qualcuno che sapesse come si difende un paese da una pressione economica senza precedenti. Lo hanno trovato, e lo hanno votato.
L’Australia è una storia diversa ma con la stessa struttura profonda. Geograficamente lontana da Washington, economicamente dipendente dalla Cina più che dagli Stati Uniti, l’Australia aveva ragioni proprie per guardare con inquietudine a un mondo in cui le regole del commercio internazionale vengono riscritte di notte con un post sui social. Il Partito Liberale australiano — conservatore, nonostante il nome — aveva cavalcato per anni un populismo moderato che si era nutrito del modello trumpiano senza assorbire il peggior veleno. Ma nel momento del voto, gli australiani hanno preferito la solidità prevedibile di Albanese all’incertezza di chi sembrava, almeno in parte, voler imitare ciò che veniva da Washington.
C’è una tentazione, di fronte a questi risultati, di costruire una narrativa rassicurante: il mondo si ribella, la democrazia resiste, i valori liberali tengono. È una tentazione comprensibile. È anche, almeno in parte, sbagliata.
Perché ciò che è accaduto in Canada e in Australia non è una riscoperta entusiastica della sinistra. Non è un’ondata ideologica. Non è la prova che i progressisti abbiano trovato risposte convincenti alle domande che avevano fatto perdere loro consensi negli anni precedenti: il costo della vita, l’immigrazione, la distanza tra le élite e le periferie, la sensazione diffusa che le istituzioni lavorassero per qualcun altro.
È qualcosa di più semplice e di più fragile: è un voto di paura. Un voto difensivo. Un voto che dice non voglio diventare come quella cosa lì, più che voglio costruire questo.
I Liberali canadesi erano crollati nei sondaggi perché i canadesi erano stanchi di loro, annoiati, delusi. I Laburisti australiani non avevano trascinato il paese in un rinnovamento di entusiasmo politico. Entrambi hanno vinto perché l’alternativa — o ciò che l’alternativa sembrava simboleggiare, o a cosa sembrava aprire la porta — spaventava di più.
La storia insegna che i voti di paura sono instabili. Si comprano con l’ansia del momento e si perdono non appena l’ansia si sposta o si attenua. Carney e Albanese hanno un mandato, ma è un mandato condizionale: finché Trump continuerà a fare Trump, il collante reggerà. Il giorno in cui Washington si calmasse — o semplicemente si distraesse, come i cicli di attenzione impongono — i problemi che avevano eroso quei consensi torneranno a farsi sentire.
C’è però un elemento che rende questi risultati più significativi di un semplice accidente congiunturale. In Canada come in Australia, la vittoria della sinistra è passata attraverso una leadership che non ha mimato il populismo avversario, non ha cercato di parlare la lingua di Trump per battere Trump, non ha rincorso il risentimento con altro risentimento. Carney è il contrario di un uomo della pancia: è un tecnocrate raffinato che ha scelto di fare politica nel momento in cui la politica aveva bisogno di competenza. Albanese non è un trascinatore di folle: è un uomo metodico, paziente, privo di carisma televisivo ma capace di governare.
Entrambi sembrano dire qualcosa di interessante: che la risposta al populismo irrazionale non è necessariamente un populismo razionale speculare, ma può essere la serietà. La noia, persino — quella forma di noia rassicurante che senti quando sai che qualcuno sa quello che fa.
Quanto durerà, questo effetto? Difficile dirlo. Gli Stati Uniti non cambieranno la loro politica in risposta alle elezioni canadesi o australiane. Trump non modificherà i dazi perché Ottawa ha votato Carney. L’onda che si è alzata da Washington continuerà a battere sulle rive di tutto l’Occidente, e ogni paese dovrà decidere come starci davanti: con muri, con accordi, con dignità, con paura.
Quello che Canada e Australia hanno mostrato è che almeno una risposta è possibile: trasformare la pressione esterna in coesione interna, usare la minaccia come specchio in cui un paese si riconosce e decide chi vuole essere. Non è poco. Non è tutto.
Il mondo vota contro Trump dove può. Il problema è che Trump vota, e governa, solo in America. E dall’America, per ora, non arriva nessuna risposta analoga. I sondaggi mostrano un paese diviso quasi esattamente a metà, una base che regge, un’opposizione che cerca ancora la propria voce.
Finché quella voce non si trova, le sinistre canadesi e australiane festeggeranno vittorie vere ma parziali: hanno battuto l’eco di Trump fuori dall’America. L’originale è ancora lì, alla Casa Bianca, a postare in maiuscolo nel cuore della notte.
