Inutile disumanità del centro rimpatri in Albania. Un fallimento del governo Meloni

C’è un suono che dice tutto. Di notte, e anche di giorno, dal Centro di Permanenza e Rimpatrio italiano costruito in Albania, nella piana di Gjader, arrivano urla. Lo raccontano i residenti del villaggio con la semplicità di chi descrive un fatto ormai ordinario: sembrano arrabbiati*. Colpi sulle inferriate. Qualcuno che ingoia un cucchiaio pur di essere portato in ospedale, pur di uscire, pur di essere visto.

Quelle urla sono la risposta più onesta a una delle politiche più costose e propagandistiche degli ultimi anni.

Il centro di Gjader nasce nell’ottobre del 2024 come fiore all’occhiello di un governo che aveva promesso agli italiani di “bloccare” l’immigrazione irregolare. L’Albania come avamposto dell’Italia fuori dall’Italia: un’idea suggestiva, fotografabile, comunicabile. Un’idea che però si è scontrata quasi subito con la realtà — quella del diritto, prima ancora che quella umana.

I trattenimenti per i richiedenti asilo intercettati in mare sono stati sospesi dopo un rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Il decreto del marzo 2025 ha tentato di riciclare la struttura portandoci persone già trattenute nei CPR italiani. Il risultato? Presenze ridottissime per mesi, un picco di novanta persone a febbraio, procedure bloccate, rimpatri impossibili. Un cittadino togolese trasferito lì due volte, operato alla mandibola, senza terapie adeguate, senza specialisti, senza prospettiva. Il suo rimpatrio verso il Togo — ci dice il suo avvocato — è “difficilissimo”: il Consolato non risponde.

A cosa serve allora portarlo a Gjader? «Probabilmente per fare numero», risponde il legale con una franchezza che vale più di mille comunicati istituzionali.

Gjader è, nella sua essenza, un monumento all’illusione. L’illusione che il problema dell’immigrazione si risolva spostandolo. Che basti costruire un recinto abbastanza lontano dagli occhi per far sparire la questione dalle coscienze. Ma i problemi che non si affrontano non spariscono: si incancreniscono. E tornano, urlando contro le inferriate, nella notte di un villaggio albanese che non capisce bene cosa ci facciano quelle persone là dentro, ma ne sente la rabbia e il dolore.

Il costo di tutto questo — struttura, personale, trasferimenti, gestione — è stato stimato in cifre enormi per un numero di presenze che in certi periodi si contava sulle dita di una mano. Soldi pubblici italiani spesi non per gestire i flussi, ma per alimentare una narrazione elettorale: stiamo combattendo l’immigrazione clandestina. Peccato che quella “lotta” produca, nei fatti, persone dimenticate in container, autolesionismo, storie di chi aveva un lavoro stabile in Italia da vent’anni, l’ha perso, e si ritrova a chiedere angosciato a chi lo visita: perché sono qui, perché proprio io?

A quella domanda, ammettono gli stessi attivisti che entrano in ispezione, non si riesce a rispondere.

L’immigrazione non si combatte. Non è un nemico: è un fenomeno strutturale, demografico, economico, geopolitico. L’Italia ha un saldo demografico negativo, un mercato del lavoro che in interi settori — agricoltura, edilizia, cura alla persona, logistica — sopravvive grazie alla manodopera straniera. Ignorarlo non è sovranismo: è autolesionismo collettivo, della stessa specie di quello che si pratica ingoiando un cucchiaio pur di uscire da un container.

Quello che si può e si deve fare è altro: controllare i flussi con accordi seri nei Paesi d’origine, organizzare canali legali di ingresso per il lavoro, investire sull’integrazione come politica strutturale e non come concessione episodica, costruire reti territoriali capaci di trasformare l’arrivo in risorsa invece che in emergenza permanente.

Lo sa bene suor Alma, che a Gjader vive da ventiquattro anni e ha scelto — pur non condividendo il sistema dei CPR — di mandare una sua suora all’interno come mediatrice culturale. «Una figura di consolazione», la chiama. È una parola piccola e grandissima insieme. Perché la consolazione — cioè la presenza umana, la relazione, il riconoscimento dell’altro come persona — è esattamente ciò che nessun decreto e nessun container possono fornire, e che invece è l’unico punto da cui qualsiasi politica sull’immigrazione dovrebbe cominciare.

Gjader non ha fermato nessuno. Non ha rimpatriato quasi nessuno. Non ha dissuaso nessuno dal partire. Ha solo prodotto sofferenza lontano dagli occhi, urla nella notte di un villaggio che non sa quante persone ci siano là dentro, e una domanda senza risposta che rimbalza tra le grate:

Perché proprio io?

Finché la politica continuerà a preferire gli spot alle soluzioni, quella domanda resterà senza risposta. E le urla continueranno.

*da un recente reportage del quotidiano Avvenire della Conferenza Episcopale Italiana