Israele uccide Alireza Tangsiri, l’ammiraglio dei pasdaran. Questo non sbloccherà Hormuz mentre Trump esorta l’Iran a raggiungere un accordo “prima che sia troppo tardi”

Trump parla di accordo mentre minaccia “l’inferno”; Netanyahu rilancia con nuovi omicidi mirati; Teheran risponde con la logica della resistenza. Intanto i morti aumentano, lo Stretto di Hormuz resta una miccia sul mercato mondiale e la diplomazia sopravvive solo nei corridoi dei mediatori.  

Nel lessico dei potenti la pace è diventata una parola prostituita. La si pronuncia mentre si bombarda, la si invoca mentre si minaccia, la si offre come si offre una resa. Donald Trump dice che l’Iran starebbe “implorando” un accordo, ma nello stesso respiro avverte che, se Teheran non accetterà le condizioni imposte da Washington, gli Stati Uniti continueranno a “farli saltare in aria”. Israele, da parte sua, mentre si moltiplicano gli appelli al cessate il fuoco, elimina un altro alto comandante iraniano, Alireza Tangsiri, figura chiave della Guardia Rivoluzionaria sul fronte marittimo e dello Stretto di Hormuz. Così la diplomazia viene lasciata formalmente aperta, ma politicamente strangolata.  

È il trionfo della doppiezza strategica. Da un lato la Casa Bianca pretende di presentarsi come l’ultima porta del negoziato. Dall’altro usa il linguaggio del gangster: o firmate alle nostre condizioni, o scateniamo una fase ancora più feroce della guerra. Questo non è dialogo. È ricatto armato. E quando la pace viene proposta come capitolazione unilaterale, non si sta costruendo un ordine giusto: si sta preparando soltanto la prossima esplosione. Non sorprende, allora, che fonti iraniane abbiano definito la proposta americana “unilaterale e ingiusta”, pur lasciando aperto uno spiraglio alla diplomazia se Washington adotterà un approccio più realistico.  

Da cattolici bisogna dirlo con chiarezza: la pace non nasce dalla umiliazione del nemico. Nasce dal riconoscimento della sua umanità, dal rifiuto della logica del massimo schiacciamento, dalla scelta di fermare la spirale della vendetta prima che diventi sistema. Invece qui siamo davanti a una pedagogia del terrore reciproco. Trump minaccia di trasformarsi nel “peggior incubo” dell’Iran; Israele continua la decapitazione dei vertici militari; Teheran, irrigidita e ormai sempre più consegnata ai suoi uomini più duri, oppone la dottrina della resistenza. In questo gioco infernale, a essere schiacciati sono anzitutto i popoli.  

Le cifre parlano da sole e svergognano la retorica dei liberatori. Associated Press riferisce che i morti hanno ormai superato quota 1.900 tra Iran e altri fronti regionali, mentre Reuters descrive una guerra entrata nella quarta settimana, con Hormuz trasformato in leva strategica e con nuovi bombardamenti e nuove rappresaglie che aggravano il rischio sistemico per energia, commercio e sicurezza regionale. Dietro ogni statistica ci sono corpi, case, famiglie, bambini, anziani, feriti che nessun comunicato militare potrà resuscitare.  

Ma c’è un punto che l’Occidente guerrafondaio preferisce dimenticare. Questa guerra non è spuntata dal nulla come un temporale orientale inevitabile. Reuters riferisce che l’analista Ali Vaez dell’International Crisis Group considera il ritiro americano dall’accordo nucleare del 2015 il “peccato originale” che ha aperto la strada al disastro attuale. Quell’intesa metteva il programma iraniano sotto una delle supervisioni internazionali più rigorose mai predisposte; l’abbandono unilaterale di quel quadro ha invece rafforzato gli elementi più radicali, impoverito la società civile iraniana e reso più vicino proprio ciò che si diceva di voler impedire.  

Ecco l’ironia tragica della storia: coloro che per anni hanno giustificato sanzioni, escalation e umiliazioni come strumenti per indebolire i falchi iraniani hanno finito per renderli più potenti. È la solita cecità imperiale. Si distrugge il centro moderato, si strangola la classe media, si screditano i negoziatori pragmatici e poi ci si stupisce se restano in piedi soltanto gli apparati armati e gli ideologi della resistenza totale. La guerra, presentata come scorciatoia, ha prodotto il contrario della stabilità.  

Anche sul piano morale, il quadro è desolante. Netanyahu insiste sul “coordinamento” con Washington e sugli “obiettivi congiunti”, proprio mentre aumenta il timore che Trump possa dichiarare un cessate il fuoco non gradito a Israele. È il segno di una convergenza che non lavora alla giustizia, ma alla gestione del dominio. E intanto, sullo sfondo, riaffiora perfino la tentazione predatoria: Trump non ha escluso che gli Stati Uniti possano arrivare a prendere il controllo del petrolio iraniano. Quando il petrolio compare nel discorso della guerra, cade ogni maschera morale.  

Per un cristiano, tutto questo è semplicemente inaccettabile. Non possiamo benedire una guerra “facoltativa”, per usare l’espressione richiamata nell’analisi di Vaez, divenuta ora guerra di necessità soltanto perché chi l’ha iniziata non sa più come uscirne senza perdere faccia. Non possiamo inchinarci davanti all’idea che un’intera regione debba essere incendiata per correggere con le bombe gli errori diplomatici di ieri. Non possiamo accettare che la pace sia ridotta a intervallo tattico tra due offensive.  

La verità è più semplice e più dura: ogni giorno che passa, questa guerra allontana la pace e radicalizza tutti. L’Iran si chiude nella narrativa assediata della sopravvivenza; Israele si abitua all’idea di eliminare uno a uno i vertici del nemico; gli Stati Uniti oscillano tra il linguaggio del negoziato e quello dell’annientamento. In mezzo, il Medio Oriente continua a sanguinare e il mondo intero resta ostaggio di uno stretto di mare che può trascinare l’economia globale in un nuovo trauma.  

Perciò oggi la parola cattolica deve essere netta: cessate il fuoco vero, non armistizio truccato; negoziato serio, non ultimatum; diritto internazionale, non licenza imperiale; protezione dei civili, non contabilità cinica dei danni collaterali. Chi continua a parlare di pace mentre accumula minacce e cadaveri non è un costruttore di pace. È soltanto un amministratore della distruzione.

Da cattolici non possiamo benedire né il linguaggio del ricatto né quello della vendetta: questa guerra, nata anche dal fallimento politico dello strappo americano all’accordo nucleare del 2015, sta divorando popoli, verità e futuro.