Il Parlamento europeo approva la direttiva anticorruzione. L’Italia dovrà reintrodurre l’abuso di ufficio. Nuovo colpo per il Governo
Ci sono sconfitte politiche e poi ci sono le sconfitte europee. Le prime si gestiscono, si minimizzano, si raccontano diversamente. Le seconde arrivano con 581 voti a favore, 21 contrari e il timbro del Parlamento di Strasburgo. E lì, la narrativa si inceppa.
La direttiva anticorruzione approvata questa settimana dall’Eurocamera è tecnicamente un atto di armonizzazione legislativa. Nella sostanza, obbliga l’Italia a reintrodurre, in forma o in sostanza, quello stesso reato di abuso d’ufficio abolito nel 2023 con la soddisfazione malcelata di chi toglie un sassolino dalla scarpa. Un sassolino che dava fastidio a una categoria molto specifica di persone: quelle con le mani sui meccanismi del potere pubblico.
Vale la pena fermarsi su cosa fosse, e cosa tornerà ad essere, l’abuso d’ufficio. Perché il dibattito tecnico-giuridico rischia di oscurare una realtà molto concreta — e profondamente morale.
L’abuso d’ufficio presidiava quella zona grigia in cui il potere pubblico si mescola con l’interesse privato: concorsi pilotati, appalti orientati, autorizzazioni negate o concesse secondo logiche che non hanno nulla a che fare con la legge. Era, detto semplicemente, il reato dei potenti contro i non potenti. Il reato di chi usa una cattedra, uno sportello, una firma, una commissione di gara come strumento di sopraffazione verso chi non ha leve per difendersi.
Chi ha fede sa che questa non è soltanto una questione giuridica. È una questione di giustizia nel senso più antico e più alto del termine: quella che la tradizione cristiana ha sempre posto al centro della vita sociale, molto prima che ci fossero codici penali o direttive europee. “Non torcerai il diritto”, dice il Deuteronomio. “Guai a coloro che fanno decreti iniqui”, dice Isaia. La Dottrina Sociale della Chiesa non è mai stata tenera con chi usa il potere per schiacciare i deboli, qualunque sia la casacca politica che indossa.
L’argomento addotto per abolire il reato era la cosiddetta “paura della firma”: i funzionari pubblici, si diceva, erano paralizzati dal timore di essere indagati. Un argomento non del tutto privo di fondamento — il reato era stato in effetti applicato con qualche eccesso — ma usato come grimaldello per smontare un presidio di legalità invece di riformarlo con più precisione. La differenza non è irrilevante. Riformare significa affinare, circoscrivere, rendere più giusto. Abolire significa creare un vuoto. E i vuoti, nel diritto come in natura, vengono sempre riempiti: di solito da chi ha gli strumenti per farlo.
Chi ha quegli strumenti lo sappiamo. Li hanno i dirigenti pubblici compiacenti. Li hanno i funzionari che siedono nelle commissioni di gara sapendo già come andrà a finire. Li hanno gli amministratori con le mani nelle procedure. L’abolizione non ha liberato i burocrati onesti dalla paura: ha liberato i disonesti dalla conseguenza. E questa non è una lettura di parte — è semplicemente quello che succede quando si toglie una norma che tutela i più deboli da chi esercita potere su di loro.
C’è qualcosa di strutturalmente arrogante nell’idea che chi occupa una posizione pubblica debba essere meno esposto alla legge degli altri cittadini. L’arroganza, nel senso etimologico del termine, è precisamente questo: arrogare a sé ciò che non spetta, prendere più di quanto sia dovuto. È il peccato del servo infedele nella parabola, non quello del servitore timoroso. Ed è un peccato che attraversa tutti gli schieramenti politici, tutte le stagioni della Repubblica italiana, tutte le coalizioni di governo che si sono succedute. Non è un vizio della destra o della sinistra: è il vizio cronico di chi arriva al potere e comincia, quasi inconsapevolmente, a considerarlo un privilegio invece che un servizio.
La relatrice europea Hermida ha detto una cosa semplice e tagliente: se il governo italiano non ritenesse la questione così importante, non si sarebbe opposto con tanta forza. È il ragionamento di chi osserva dove fa più male premendo. E fa molto male, evidentemente. Non perché l’Europa abbia sempre ragione su tutto — non ce l’ha — ma perché in questo caso ha messo il dito su una contraddizione reale: si era tolto uno strumento di tutela dei cittadini comuni contro i soprusi di chi comanda, presentando la cosa come un progresso civile.
La presidente Metsola ha ricordato che l’Italia aveva votato a favore di queste regole in Consiglio. Ora ci si aspetta che le applichi. È il linguaggio della coerenza, che in politica suona quasi rivoluzionario.
Reintrodurre l’abuso d’ufficio sarà politicamente scomodo per chi lo aveva abolito. Ma la scomodità politica non è un criterio morale. Il criterio morale è un altro, ed è quello che ogni persona di buona volontà — di qualunque fede o convinzione — dovrebbe applicare alle scelte legislative: questa norma protegge i deboli dai forti, o fa il contrario?
La risposta, nel caso dell’abuso d’ufficio, non è mai stata ambigua. Lo era prima dell’abolizione, e lo sarà dopo la reintroduzione. Nel mezzo c’è stata una stagione in cui chi aveva le leve del potere ha trovato conveniente che quella domanda non venisse posta troppo ad alta voce.
L’Europa l’ha posta. Con 581 voti.
