La vittoria del centrosinistra al referendum non significa necessariamente ribaltone di governo. Pesano dubbi sulla leadership del “campo largo” per Palazzo Chigi con l’ago della bilancia del voto cattolico
Vincere un referendum è più facile che governarne le conseguenze. Il No ha soffiato forte, ha sorpreso per ampiezza, ha spiazzato il governo e galvanizzato un’opposizione che da mesi cercava un terreno comune su cui ritrovarsi. Fin qui la parte semplice. Adesso viene quella difficile: tradurre un voto di protesta diffuso in un progetto di governo credibile, e soprattutto decidere chi lo guida e come.
Il centrosinistra italiano ha una lunga tradizione nell’arte di sprecare i momenti favorevoli. Non per mancanza di talenti — ne ha, e non pochi — ma per una tendenza strutturale a trasformare ogni vittoria in un cantiere di polemiche interne, ogni slancio unitario in una resa dei conti tra cordate. Il rischio, adesso, è esattamente questo: che il vento in poppa venga usato non per navigare ma per regolare vecchi conti.
Chi siede a Palazzo Chigi, nella testa di ciascuno
Elly Schlein ha guidato il Partito Democratico fuori da una crisi profonda, ha ridato alla sinistra italiana una voce riconoscibile su temi — diritti, lavoro, pace — che sembravano consegnati alla marginalità. Dopo il risultato referendario, quella voce si è fatta più sicura, e con la sicurezza è arrivata, inevitabile, la proiezione: Schlein si vede a Palazzo Chigi. Lo si legge nel tono, nel modo in cui rivendica la vittoria, nell’intensità con cui costruisce la propria presenza pubblica come quella di una premier in attesa.
Non è un torto. È politica. Ma la politica ha anche i suoi freddi aritmetici, e uno di questi riguarda un elettorato che Schlein non è ancora riuscita a intercettare in modo convincente: quello cattolico. Parliamo di uno zoccolo duro che attraversa generazioni e geografie, che non si riconosce necessariamente nella destra ma che non si ritrova neppure in una sinistra percepita come distante dalla propria sensibilità antropologica, dai propri riferimenti comunitari, dal proprio modo di intendere la famiglia, la cura, la sussidiarietà. Il PD porta nel proprio DNA una corrente cattolico-sociale che ha espresso figure come Romano Prodi, Beniamino Andreatta, Rosy Bindi — un cattolicesimo di sinistra, solidarista, radicato nella dottrina sociale della Chiesa, lontano dal potere democristiano ma profondamente presente nelle ACLI, nella CISL, nel volontariato organizzato. Quella corrente non è scomparsa dal Paese: è scomparsa dalla comunicazione del partito. Schlein non ha ancora trovato il linguaggio per riattivare quella sensibilità senza sembrare strumentale, e finché non lo trova, una fetta consistente dell’Italia moderata e praticante resterà in un limbo elettorale che Meloni — con i suoi richiami alle radici cristiane della nazione, per quanto selettivi e retorici — sa occupare meglio di lei.
A questo si aggiunge l’aritmetica del centrosinistra nel suo complesso. Giuseppe Conte, con il Movimento Cinque Stelle, presidia un elettorato che in molte regioni del Sud e tra i ceti più fragili resta determinante per qualsiasi coalizione che voglia governare davvero. Non è un alleato comodo — non lo è mai stato — ma è un alleato necessario. E in un sistema che premia le coalizioni larghe, chi porta i numeri porta anche il peso contrattuale. I sondaggi, letti con la cautela che meritano, suggeriscono che Conte avrebbe, in una competizione diretta per la guida del centrosinistra, chances non inferiori a quelle di Schlein. Non perché sia più bravo, ma perché intercetta quel pezzo di elettorato che il PD fatica ancora a raggiungere: quello che ha smesso di votare, quello deluso da entrambi i poli tradizionali, quello che nel Movimento vede ancora una voce fuori dal coro.
Salis gela, e fa bene
In questo scenario si era cominciato a costruire, quasi per inerzia narrativa, l’ipotesi di una quarta gamba della coalizione: un soggetto civico e radicale capace di dare voce all’area verde, ai movimenti, alle periferie organizzate. Il nome che circolava con più insistenza era quello di Salis, sindaco, figura che incarna un’idea di politica vissuta nel territorio, concreta, lontana dai palazzi romani.
La risposta è stata una gelata. Non c’è disponibilità a costruire un soggetto su misura per le esigenze altrui, a fare da stampella identitaria a una coalizione che poi tiene ai margini delle decisioni reali. È una risposta che vale la pena ascoltare non solo per quello che dice sul futuro di quel progetto, ma per quello che rivela sullo stato dell’arte: l’area civica e locale non vuole essere la quinta ruota del carro del centrosinistra, vuole un peso proprio e un riconoscimento reale. Darle torto è difficile.
Il cantiere delle primarie resta aperto, rumoroso, affollato di ipotesi. Si parla di alleanze, di regole, di candidature, di nomi. Si parla cioè di tutto tranne di ciò che davvero conta: che cosa farà questo centrosinistra se vince. Quali interessi difenderà, quali cambierà, a chi chiederà di rinunciare a qualcosa in nome del bene comune. Le primarie senza un programma sono un concorso di popolarità. Utile per i titoli, inutile per governare.
La vera domanda
Il No al referendum ha dimostrato che esiste un Paese potenzialmente disponibile a un’alternativa. Ha dimostrato che i giovani votano quando sentono che qualcosa li riguarda davvero. Ha dimostrato che il Sud non è una riserva di voti garantiti per nessuno.
Ma ha anche dimostrato qualcosa di meno comodo: che votare contro è più facile che votare per. Il No era unito perché il nemico era comune. Costruire un Sì — a qualcosa, a qualcuno, a un progetto riconoscibile — richiede un lavoro molto più lungo e molto più onesto.
Schlein, Conte e chiunque altro voglia sedersi a quel tavolo ha davanti una scelta semplice nella formulazione e difficilissima nella pratica: mettere il progetto prima del proprio nome, o il proprio nome prima del progetto. E Schlein, in particolare, ha un compito ulteriore che nessun consulente di comunicazione può sbrigare al suo posto: ritrovare il filo che lega la sinistra italiana alla sua anima più profonda, quella che sa parlare anche a chi la domenica va a messa, a chi si riconosce nel Vangelo più che nei manifesti, a chi cerca in politica non solo diritti ma anche responsabilità e senso del limite. Senza quel filo, Palazzo Chigi resta un miraggio bello da guardare e difficile da raggiungere.
