Dopo ogni referendum, la politica italiana si affretta ad analizzare il voto. Sarebbe più utile analizzare il vuoto. Quello che i numeri non dicono: un Paese che non si riconosce né in chi ha vinto né in chi ha perso, e usa l’unico strumento disponibile — la scheda — per urlare un disagio che i partiti non sanno più ascoltare.
Giorgia Meloni esce da questa consultazione con tre ferite che si è inferta da sola. La prima è l’impossibilità strutturale di dire no a Netanyahu. Non è una questione di principio ma di appartenenza: quella firma apposta nel giugno 2025 al rinnovo della cooperazione militare con Tel Aviv non è solo un atto diplomatico, è una scelta morale. Tanto più grave perché coinvolge la sicurezza dello Stato: negli anni l’Italia ha affidato parti sensibili della propria infrastruttura tecnologica a imprese legate all’apparato israeliano. Esternalizzare la sovranità è già discutibile. Farlo verso un governo il cui premier è destinatario di un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra contro i palestinesi è qualcosa che uno Stato fondato sul ripudio della guerra — e sul ricordo della Shoah — non può liquidare come tecnicità diplomatica.
La seconda ferita è Trump. Meloni aveva costruito su quel rapporto una quota rilevante del proprio capitale simbolico. Ma Trump non è uno strumento: ha una propria agenda, e quell’agenda ha prodotto una guerra che alza il costo dell’energia e mette il governo italiano nella posizione scomoda di spiegare agli italiani perché devono pagare il conto di una strategia militare altrui.
La terza ferita è interna, e più difficile da medicare. Il governo accumula casi — Santanchè, Delmastro, le dimissioni di Bartolozzi che ha lasciato Nordio esposto in parlamento — che singolarmente possono essere difesi, ma che insieme disegnano un profilo preciso: il potere tenuto stretto finché costa meno tenerlo che mollarlo, la presunzione di innocenza confusa con l’immunità politica, le istituzioni usate come scudo invece che servite come mandato.
Nel frattempo, le uniche tre regioni che hanno votato Sì sono quelle che il governo ha più penalizzato: il Nord produttivo, ancora in attesa dell’autonomia differenziata, ancora paziente ma non indefinitamente. Quel Sì non è fedeltà: è una dilazione con scadenza.
I giovani, che hanno votato No in misura schiacciante, non stavano giudicando un quesito sulla magistratura. Stavano giudicando un governo che ha rinnovato la cooperazione militare con un esercito accusato di genocidio, che ha abbracciato una guerra preventiva senza piano B, che chiede rispetto per le istituzioni mentre alcune delle sue figure più esposte le logorano dall’interno.
La domanda che resta, dopo i numeri, è quella che i comunicati stampa non fanno mai: quanto vuoto può accumulare una democrazia prima che smetta di essere tale?
