Dal mito della “rivoluzione morale” ai nuovi oligarchi digitali: quando la difesa della civiltà rischia di tradire il Vangelo
C’è una linea sottile, ma decisiva, che separa la diagnosi lucida della crisi della cristianità dalla sua deformazione ideologica. È su questa linea che si gioca una parte importante del dibattito contemporaneo, e il libro di Chantal Delsol, La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo, lo mostra in modo emblematico. L’autrice coglie un punto reale: l’Occidente postmoderno non è più cristiano. La cristianità, intesa come civiltà strutturata intorno alla fede, è tramontata. E al suo posto avanzano nuove forme di paganesimo: individualismo assoluto, volontà di autodeterminazione senza limiti, tecnica elevata a destino, corpo trasformato in materiale plasmabile. Fin qui, la diagnosi è spesso penetrante.
Il problema nasce quando questa lettura, in un capitolo particolarmente controverso, sembra lasciarsi tentare da una rivalutazione dei fascismi “latini” come argine alla barbarie moderna. Qui occorre fermarsi e parlare con chiarezza. Perché una cosa è distinguere storicamente tra nazismo, franchismo, salazarismo e fascismo italiano; altra cosa è lasciar filtrare l’idea che alcuni di questi regimi, non essendo neopagani come il hitlerismo, possano essere considerati quasi difensori della cristianità. Ed è precisamente qui che il discorso si incrina.
L’equivoco è antico: si scambia la difesa dell’ordine per la verità del cristianesimo. Si pensa che, se una società è minacciata dal nichilismo, allora un potere forte che restauri disciplina, gerarchia, famiglia e identità religiosa possa essere visto come un male necessario o persino come un bene provvidenziale. Ma il Vangelo non autorizza mai questa scorciatoia. Cristo non redime il mondo attraverso la coercizione politica. Non affida allo Stato il compito di convertire le coscienze. Non usa la forza per produrre il bene morale. La sua regalità non coincide con l’onnipotenza del potere, e ogni tentativo di identificare il Regno di Dio con una pedagogia autoritaria dell’ordine è, in fondo, una contraffazione religiosa della politica.
Per questo la tesi della “rivoluzione morale” appare tanto seducente quanto falsa. Seducente, perché promette di restaurare ciò che la modernità dissolve. Falsa, perché la morale cristiana non nasce dall’imposizione, ma dalla libertà toccata dalla grazia. Quando un regime pretende di formare l’uomo nuovo, di disciplinare l’infanzia, di inquadrare la gioventù, di confiscare alla famiglia e alla Chiesa il compito educativo, non sta salvando la cristianità: sta costruendo una religione politica. E la Chiesa, quando ha saputo guardare con lucidità questi fenomeni, li ha giudicati proprio così. Pio XI, nella Non abbiamo bisogno, parlò del fascismo come di una “statolatria pagana”, denunciandone la pretesa di assorbire i giovani e di sostituire lo Stato a ogni altra appartenenza. Non è una sfumatura. È un verdetto.
La debolezza del capitolo di Delsol sta allora nel fatto che, pur comprendendo bene la decomposizione dell’Occidente post-cristiano, sembra talvolta non cogliere abbastanza il pericolo opposto: quello di una nostalgia della cristianità che finisce per idolatrare l’ordine. E quando l’ordine si assolutizza, smette di essere cristiano. Diventa forza che si crede verità. Diventa disciplina che si crede redenzione. Diventa potere che si veste di linguaggio morale per nascondere la propria pretesa salvifica.
Ed è proprio a questo punto che il discorso diventa attualissimo. Perché oggi non assistiamo al ritorno puro e semplice dei fascismi del Novecento. Nessuno storico serio potrebbe dirlo in modo meccanico. Le forme sono mutate, i linguaggi sono diversi, le strutture stesse del comando non coincidono più con quelle dei regimi classici. E tuttavia qualcosa ritorna, anzi riemerge in forma più sofisticata: non il fascismo in uniforme, ma una combinazione di nazionalismo plebiscitario, oligarchia tecnologica, disprezzo per i limiti istituzionali e fascinazione per la forza decisionale. È qui che il caso Trump-Musk-Thiel diventa emblematico.
Donald Trump non è Mussolini, Elon Musk non è un gerarca, Peter Thiel non è il teorico di uno Stato totalitario nel senso classico. Sarebbe una banalizzazione dirlo. Ma sarebbe ancora più ingenuo non vedere che, nel loro intreccio, prende forma un modello nuovo di dominio. Non più lo Stato che piega l’economia, ma il potere politico che si allea con colossi tecnologici capaci di controllare infrastrutture, flussi informativi, dati, linguaggi e immaginari. Non più soltanto la propaganda come strumento di mobilitazione, ma l’architettura algoritmica dell’attenzione. Non più la pedagogia dei corpi in piazza, ma la modellazione delle coscienze dentro ecosistemi digitali che premiano polarizzazione, impulsività, appartenenza tribale, fedeltà al capo.
In questo senso il fenomeno è perfino più inquietante, perché più sottile. Il fascismo storico occupava visibilmente la società; il tecnofascismo, o comunque questa deriva post-liberale a trazione tecnologica, tende invece a colonizzarla dall’interno, presentandosi come efficienza, innovazione, libertà dalla burocrazia, velocità della decisione. Ma dietro questa promessa affiora un’antropologia precisa: l’uomo vale se è performante; la politica vale se è comando; la libertà vale se non intralcia il primato dei forti; la tecnica vale più della deliberazione democratica. È un orizzonte che ha poco a che vedere con il Vangelo e ancora meno con la dottrina sociale della Chiesa.
Negli Stati Uniti tutto questo si vede con particolare chiarezza. La riduzione massiccia dell’apparato pubblico perseguita nell’orbita di Trump e Musk, con centinaia di migliaia di posti federali tagliati o svuotati, non è stata soltanto una scelta amministrativa: ha mostrato una concezione del governo come macchina da sfoltire in nome dell’efficienza e della volontà sovrana del vertice. Reuters ha riferito di una contrazione del personale federale del 12% nel primo anno del ritorno di Trump, con effetti profondi su dipartimenti e agenzie.
Parallelamente, il legame tra big tech e apparato militare si è fatto sempre più organico. Il Pentagono ha deciso di rendere stabile e centrale Maven, il sistema di intelligenza artificiale di Palantir, cioè una piattaforma che integra dati da satelliti, droni e sensori per l’analisi del campo di battaglia e l’identificazione di obiettivi. Non siamo più soltanto davanti a imprese che fanno profitto sulla tecnologia: siamo dentro un ecosistema in cui impresa, sicurezza, guerra e decisione automatizzata tendono a saldarsi.
Peter Thiel è forse la figura più rivelatrice di questo passaggio. Non solo perché è uno dei nomi-chiave dell’universo Palantir e della destra tech americana, ma perché rappresenta un ambiente intellettuale che da tempo considera la democrazia liberale come un ostacolo, o almeno come un sistema esausto da superare. Reuters lo ha mostrato prima raccontando il suo ruolo di riferimento per i conservatori della Silicon Valley vicini a Trump e JD Vance, poi documentando il clamore suscitato dalla sua recente conferenza romana sull’Anticristo, che ha attirato critiche ecclesiali proprio per la fusione pericolosa tra narrazioni religiose, potere tecnologico e visioni politiche illiberali.
È qui che la critica a Delsol diventa stringente. Perché il suo errore possibile non è tanto una nostalgia esplicita del fascismo, quanto una sottovalutazione di questa dinamica: il paganesimo non ritorna solo sotto forma di permissivismo libertario, di nichilismo bioetico o di dissoluzione dei costumi. Può tornare anche sotto forma di culto dell’ordine, della forza, della tecnica e della selezione dei migliori. Può presentarsi come difesa della civiltà contro il caos. Può persino usare simboli cristiani, lessico cristiano, richiami alla famiglia, all’Occidente, alla tradizione. Ma se il suo centro non è la dignità inviolabile della persona, bensì la volontà di potenza, allora non siamo davanti a una restaurazione cristiana: siamo davanti a un paganesimo travestito da cristianità.
In fondo il nodo è tutto qui. Il cristianesimo può sopravvivere senza cristianità; non può sopravvivere se si consegna agli idoli che promettono di proteggerlo. Può vivere da minoranza creativa, da lievito, da testimonianza. Ma si snatura quando accetta di diventare ornamento sacro di un progetto di dominio. Il punto cieco di molto conservatorismo contemporaneo è proprio questo: credere che, davanti al disordine del mondo, si debba scegliere tra il nichilismo e il comando. Tra il caos e il capo. Tra la dissoluzione e l’uomo forte. Il Vangelo, invece, apre un’altra strada, più difficile ma più vera: quella di una società giusta fondata non sulla paura, ma sulla dignità; non sull’idolatria dell’identità, ma sul riconoscimento dell’altro; non sulla forza che impone, ma sulla verità che persuade.
Perciò il giudizio finale deve essere netto. Delsol è acuta quando descrive la fine della cristianità. Ma diventa pericolosa quando lascia intendere che l’ordine autoritario possa rappresentare una risposta moralmente più alta al caos moderno. La storia del Novecento ha già mostrato dove conduce questa illusione. E il presente americano, con l’intreccio tra populismo sovranista, capitale tecnologico e tentazioni teologico-politiche, ci sta mostrando che quella vecchia illusione può tornare in forme nuove, più eleganti, più efficienti, più digitali. Non più la camicia nera, forse. Ma l’algoritmo, il monopolio della piattaforma, la fusione tra ricchezza privata e decisione pubblica, la teologia piegata a legittimare i forti.
Se c’è un compito per il cristianesimo del nostro tempo, non è cercare nuovi protettori armati o nuovi cesari tecnologici. È smascherare questa menzogna. E ricordare che ogni volta che la forza pretende di salvare la verità, finisce quasi sempre per crocifiggerla.
Se vuoi, adesso te lo rifinisco ancora in stile ancora più “elzeviro-Mediafighter”, con un incipit più forte e un finale più memorabile.
