Trump ha scelto di colpire l’Iran senza un mandato comune. Adesso pretende che l’Europa ripulisca il campo minato

Donald Trump ha una maniera molto personale di intendere le alleanze: decide da solo, colpisce da solo, alza la temperatura del sistema internazionale e poi, quando arriva il conto strategico, lo passa agli altri. È esattamente ciò che sta accadendo sullo Stretto di Hormuz. Dopo i raid americani e israeliani che hanno contribuito a spingere la crisi con l’Iran verso una guerra aperta, il presidente degli Stati Uniti si lamenta perché gli alleati non corrono abbastanza in fretta a soccorrerlo nel Golfo. Reuters riferisce che Trump ha accusato diversi partner di scarso entusiasmo nell’aiutare a riaprire Hormuz, arrivando a sostenere che Washington protegge tutti mentre, quando avrebbe bisogno, gli altri non si fanno trovare.  

La domanda però è elementare, ed è quella che a Washington fingono di non sentire: chi gli ha chiesto di attaccare l’Iran? La Germania ha detto con chiarezza che non c’è stato alcun mandato Nato, né un mandato Ue, né una consultazione preventiva che potesse trasformare questa operazione in una scelta condivisa. Berlino ha escluso una partecipazione militare proprio per questo: gli Stati Uniti e Israele hanno agito senza costruire prima una base politica comune. 

Ed è qui che la retorica trumpiana dell’alleato ingrato si rovescia nel suo contrario. Non siamo davanti a partner che abbandonano l’America “nel bisogno”. Siamo davanti a governi europei che rifiutano di farsi trascinare dentro una guerra che non hanno deciso, non hanno autorizzato e non intendono legittimare ex post mandando navi a presidiare uno stretto diventato esplosivo proprio dopo l’escalation tra Washington, Israele e Teheran. Kaja Kallas lo ha detto senza giri di parole: questa non è la guerra dell’Europa. L’interesse europeo è la distensione, non l’ingresso operativo in un conflitto che rischia di allargarsi. Per questo i Ventisette non vogliono, almeno per ora, modificare il mandato della missione Aspides per spingerla fino a Hormuz.  

Trump invece ragiona come se il semplice fatto che lo Stretto di Hormuz sia vitale per il commercio mondiale bastasse a obbligare gli alleati a seguirlo. Ma qui sta il punto politico: l’Europa ha certamente interesse a tenere aperte le rotte energetiche, però non accetta che la difesa della navigazione venga trasformata nel capitolo successivo di una guerra scelta altrove. La Francia, secondo Reuters che cita il Financial Times, non vuole inviare navi dentro il conflitto e pensa semmai a una presenza solo dopo la fine delle ostilità, in un quadro diverso. La Germania ha escluso l’invio di unità navali. La Spagna ha respinto la richiesta americana e ha preso le distanze dall’offensiva. Perfino il Regno Unito, pur lasciando aperta la porta a un contributo marittimo, ha chiarito di non voler essere trascinato in una guerra più ampia contro l’Iran.  

In altre parole, l’Europa distingue tra due cose che Trump confonde deliberatamente: la sicurezza della navigazione e la copertura politica della sua escalation. La prima è un interesse comune. La seconda no. E fa bene a distinguerle, perché il presidente americano usa Hormuz non solo come problema strategico, ma come randello polemico contro alleati che vuole umiliare pubblicamente. Lo dimostra il fatto che lui stesso ha detto di aver chiesto aiuto anche “per vedere come reagiscono”, trasformando una crisi globale in un esame di fedeltà personale e geopolitica.  

È il metodo Trump nella sua forma più pura: creare il fatto compiuto, pretendere disciplina, denunciare il tradimento, minacciare il declino della Nato se gli altri non si allineano. Reuters riporta che il presidente ha addirittura avvertito che l’Alleanza avrebbe un “futuro molto negativo” se gli alleati non aiutassero gli Stati Uniti sull’Iran e su Hormuz. Ma un’alleanza non è un servizio di pronto intervento per scelte unilaterali della Casa Bianca. Un’alleanza è consultazione, condivisione del rischio, decisione comune. Se tutto questo manca, ciò che resta non è solidarietà: è subordinazione.  

Il punto, allora, non è se l’Europa sia ingrata. Il punto è che Trump continua a concepire l’Occidente come una gerarchia, non come una comunità politica. Gli alleati, nella sua visione, sono utili quando seguono, colpevoli quando esitano, parassiti quando fanno i propri calcoli nazionali. Ma il problema di fondo è a monte: non si può incendiare un teatro già saturato di tensioni e poi scandalizzarsi se Berlino, Madrid o Roma non hanno voglia di mandare marinai a navigare in mezzo alla rappresaglia iraniana. Reuters riferisce che Italia, Germania e Spagna hanno già detto no, almeno per ora, proprio per evitare una partecipazione diretta alla guerra.  

C’è poi una seconda verità che Trump non vuole vedere. Quando dice che gli Stati Uniti “proteggono tutti” e che gli altri devono restituire il favore, finge che questa crisi sia un normale caso di burden sharing. Non lo è. Qui non si tratta di aumentare la spesa comune o di presidiare un’area già stabilizzata. Qui si tratta di mettere navi europee in un corridoio dove l’Iran ha usato droni, missili e mine dopo i raid subiti, e dove un incidente potrebbe trascinare nuovi Paesi in guerra. Reuters sottolinea che la quasi chiusura dello stretto ha seguito proprio gli attacchi Usa-Israele e che il rischio di escalation è al centro della prudenza europea.  

Trump, in sostanza, vuole dall’Europa tre cose insieme: copertura politica, presenza militare e condivisione dei costi. Le vuole dopo aver scelto la linea dura senza un consenso occidentale formale. Le vuole mentre usa toni da ultimatum contro gli stessi partner a cui chiede collaborazione. Le vuole senza riconoscere che, per molte capitali europee, entrare a Hormuz oggi significherebbe smettere di essere forza di contenimento e diventare parte del problema.

Ecco perché la sua polemica sugli alleati “assenti” convince poco. Non è l’Europa che sta tradendo un patto. È Trump che pretende obbedienza a posteriori. Prima decide di colpire l’Iran. Poi minaccia nuove azioni su Kharg. Poi accusa gli altri di non essere abbastanza leali. È una politica estera da creditore furioso: privatizza la decisione, collettivizza il rischio.  

L’Europa, per una volta, farebbe bene a non farsi intimidire dal ricatto morale. Proteggere la libertà di navigazione è una necessità. Farsi arruolare nella guerra di Trump no. Se Washington voleva una coalizione vera, doveva costruirla prima, non reclamarla dopo. Se voleva sostegno europeo, doveva consultare, non comandare. E se ora si ritrova più sola del previsto, forse la ragione non sta nella slealtà degli alleati, ma nell’arroganza di chi pensa ancora che l’America possa scegliere per tutti e poi pretendere che tutti paghino il conto.