C’è un equivoco antico e tenace che accompagna quasi ogni conversazione sull’islam politico, sui conflitti mediorientali, sulle guerre per procura che insanguinano da decenni lo Yemen, la Siria, il Libano. È l’equivoco dell’uniformità: l’idea che il mondo islamico sia un blocco compatto, mosso da una sola logica, animato da una sola storia. È un’illusione comoda, come tutte le illusioni che semplificano ciò che è irriducibilmente complesso. E come tutte le illusioni comode, costa cara a chi la coltiva.
La realtà è che tra il mondo arabo e la Persia — tra Riad e Teheran, tra la penisola arabica e l’altopiano iranico — si estende uno dei grandi fossati della storia umana. Non è soltanto una frattura teologica, quella che separa la maggioranza sunnita dalla minoranza sciita, sebbene questa dimensione religiosa abbia la sua importanza e non vada liquidata come mero folklore confessionale. È qualcosa di più profondo e più antico: è la distanza tra due civiltà che hanno elaborato, nel corso dei millenni, concezioni radicalmente diverse dello Stato, del potere, dell’identità collettiva.
L’Iran è erede di una tradizione imperiale che precede l’islam di molti secoli. Gli Achemenidi, i Sassanidi: regni capaci di reggere il peso di grandi burocrazie, di eserciti permanenti, di progetti politici proiettati nel lungo periodo. Quando nel VII secolo la conquista araba portò l’islam sulle rive del Tigri e dell’Eufrate, i persiani assorbirono la nuova fede senza dissolversi in essa. La custodirono, la reinterpretarono, vi innestarono la loro sensibilità imperiale. Non a caso lo sciismo — con il suo culto del martirio, la sua attesa messianica, la sua elaborata teologia del potere legittimo — ha trovato nel suolo iranico il terreno più fertile. È una teologia che si adatta come un guanto alla memoria di un popolo che ha sempre percepito se stesso come soggetto di storia, non suo oggetto.
Il mondo arabo racconta una storia diversa. La sua organizzazione tradizionale è tribale e clanica: lealtà orizzontali, frammentate, capaci di grandissima coesione interna ma difficilmente ricomponibili in progetti statali stabili. Non è un limite genetico né tantomeno culturale in senso deterministico: è una struttura sociale plasmata da secoli di nomadismo, di deserto, di economie pastorali. Quando il colonialismo europeo tracciò con il righello le frontiere degli stati arabi moderni — disegnando la Giordania, l’Iraq, la Siria come se fossero geometrie e non comunità umane — quelle strutture tribali rimasero, sovrastate ma non cancellate, e continuarono a erodere dall’interno la legittimità degli stati che si cercava di costruire dall’alto.
Ne è nata una tensione irrisolta che attraversa tutto il Novecento arabo: la tensione tra la modernità statale importata e le solidarietà primordiali che essa non riesce a sostituire. Le monarchie del Golfo, i regimi militari del Maghreb e del Levante sono stati, in modi diversi, tentativi di risposta a questa tensione. Arabia Saudita di oggi — con il suo Piano Visione 2030, i suoi concerti, le sue riforme di facciata — offre la variante più sofisticata: quella del pragmatismo strategico, dell’alleanza con l’Occidente, del soft power come strumento di legittimazione internazionale. Una modernizzazione controllata che non tocca il cuore del potere assoluto né l’interpretazione conservatrice dell’islam che lo sorregge.
L’Iran, dal canto suo, ha scelto nel 1979 la strada opposta: la confrontazione ideologica, il discorso antiimperialista come colla identitaria interna, l’esportazione della rivoluzione come strumento di proiezione regionale. È una scelta che ha prodotto enormi costi in termini di sviluppo economico e di libertà civili, ma che ha dotato il paese di una coerenza geopolitica di lungo periodo invidiabile per molti suoi vicini. Le milizie in Libano, i proxy in Yemen, l’influenza in Iraq: ogni pedina di questo scacchiere va letta come parte di un disegno strategico che affonda le radici nella memoria imperiale persiana assai più che nei precetti del Corano.
E il linguaggio, infine. Non è un dettaglio: è tutto. Il farsi non è semplicemente la lingua che parlano i persiani. È il filo che li ricollega a un passato anteriore all’islam, a una civiltà che esisteva prima del Profeta e che non ha smesso di esistere dopo di lui. È la corda identitaria che nessuna conquista, nessuna rivoluzione, nessun ayatollah ha saputo recidere. L’arabo è la lingua di Dio, dice la teologia islamica; ma il farsi è la lingua di chi era già qualcuno prima che Dio parlasse in arabo.
Capire il Medio Oriente, allora, significa innanzitutto rinunciare alla tentazione della mappa unica. Significa accettare che sotto la volta comune di una stessa fede convivono storie, ambizioni e rancori che risalgono a molto prima di Maometto. Significa riconoscere che le guerre di oggi — con i loro droni, i loro missili ipersonici, i loro negoziati falliti — portano incise nelle fondamenta rivendicazioni vecchie di tremila anni. Non è una condanna: la storia non è mai una condanna. Ma è una complessità che esige rispetto, e che si vendica — sempre, puntualmente — su chi la tratta con superficialità.
